Why hasn’t everything already disappeared? Intervista ai Deerhunter, live al Santeria Social Club, Milano

Here for english version
«Your cage is what you make it
if you decorate it,
it goes by faster,
goes quick laughter»
Futurism

Seguo costantemente i Deerhunter da tre anni, quando mi sono casualmente imbattuta (come spesso accade ai YouTubersnauti) in Microcastle, perla miliare del loro repertorio, e in tutta la loro discografia successivamente. La ragione per cui sono letteralmente “caduta in amore” con la band di Atlanta, tanto da acquistarne l’intera discografia, consiste nel senso di pace che la loro musica sa infondermi. Non appena ascoltai Agoraphobia, infatti, sortii lo stesso effetto insinuante che colpì Thora Birch in Ghost World all’ascolto di Devil got my woman di Skip James: feci ripartire ininterrottamente il pezzo, cedendo al vortice della monomania. Lo scorso mercoledì hanno aperto il Music Is My Radar, la rassegna musicale inaugurata al Santeria Social Club di Milano, presentando il loro ultimo lavoro e riproponendo pezzi celebri come Helicopter, Desire Lines o la più recente Take Care.

Il loro sound ha un impianto straordinario, fuori dal tempo, una melodia delicata incapace di cliché, sempre originali, onirici ma sorprendentemente attuali da più di un decennio. Trovo che i Deerhunter siano puri. “Indie” e mai sporchi, tristi e sempre positivi. Vengono da Atlanta, si definiscono ambient punk sin dagli albori, ma il loro ultimo album, Why hasn’t everything already disappeared?, ha preso vita dal caldo afoso della Marfa texana, dove è stato in buona parte registrato e prodotto da Cate Le Bon. Sicuramente qui la band dà più spazio al folk e all’elettronica, la voce di Cox (lo stesso Cox asessuato che parlerebbe di Jonas Mekas o Robert Altman davanti a un caffè senza alcun tabù da rockstar) si è addolcita in seno alla maturità, mentre quella di Pundt rimane fredda e protetta dalle trasformazioni del tempo.

«Je ne pense pas que c’était mieux avant,
je dis que c’était mieux toujours».

P. Muray

I testi del loro ultimo lavoro pongono delle domande antropologiche importanti (come anche il precedente Fading Frontier), strizzano l’occhio al passato storico- letterario (l’America di Faulkner, il design futuristico del booklet curato da Bradford) fino ai nostri giorni (l’omicidio di Jo Cox, lo spirito ambientalista di Element) con lo spirito ostinato di chi non si vuol tirare indietro, con l’eleganza anglosassone di un Cox alla voce che infila una sigaretta tra le dita mentre mi accingo a porgli qualche domanda. Ho colto l’occasione della tappa in Italia per scambiare qualche parola con loro e approfondire certe tematiche inerenti all’ultimo e, ancora una volta, meraviglioso album. Ho constatato come quelle dolci note provengano da dolci anime. C’era da aspettarselo. Avere avuto la possibilità di conoscere alcuni di loro è stato per me un dono inestimabile e così, adesso, mi godo la mia nostalgia per la vissuta gioia.

Questo pezzo è dedicato a Josh Fauver.


In Why hasn’t everything already disappeared? ho potuto constatare la perfetta contrapposizione tra testi finemente decadenti (si parla di morte, di fine del mondo) e sonorità allegre date dall’uso di strumenti come il synth, moog o l’organo. Da cosa è scaturita questa scelta?

Bradford: penso che, quando la musica e le parole sono troppo simili, sia prevedibile. Credo che il pubblico voglia qualcosa di più enigmatico che li confonda, perché così devono stabilire la propria relazione nei confronti di questa cosa. Se qualcosa è troppo semplice, se in una canzone allegra la musica è allegra o in una canzone triste la musica è triste, si tratta di emozioni elementari. Canzoni come questa, invece, esprimono emozioni più complesse. Il mondo sta finendo? Non importa: sono felice. Oppure: tutte le vite sono prive di senso, ma sono pur sempre vite, capisci?

Jean Baudrillard nel 2007 pubblicò un saggio che porta il titolo del vostro album in francese (Pourquoi tout n-a-t-il pas déjà desparu?) dove, attraverso l’esempio del nostro moderno uso “liquido” della fotografia, si domanda se è la realtà che oggi celebriamo o la sua sparizione. Che ne pensi?

Bradford: è vero, ho usato il titolo del libro di Baudrillard. Credo che per me il titolo fosse molto più bello del saggio. Mi piacciono molto di più i suoi scritti più recenti. Non mi riferivo al saggio in sé. Il titolo mi ha interessato perché ha scritto questo saggio sul letto morte, ed è molto interessante porsi questa domanda quando stai per morire, non credi?

Cosa ti piace del futurismo? (A note from Bradford)

Bradford: il movimento artistico? La scrittura, i collage, i rumori, i suoni, ma non mi piace Marinetti, è fuori di testa. Tendo a ignorare le sue opere. È tutto un “sono Marinetti, sono favoloso. Sono Marinetti, sono Marinetti, Marinetti, Marinetti”, è estremamente pieno di sé. E poi sono contrario al Fascismo, ovviamente. Mai nella vita.

Credi che stiamo vivendo in un periodo del Fascismo dell’Anti-Fascismo?

Bradford: sì, ma credo che il vero Fascismo… non si può dimenticare che cosa ha fatto il vero Fascismo a tantissime persone. E quando qualcuno dà a Donald Trump, che io odio tantissimo, del fascista lo trovo offensivo verso chi ha perso la vita durante il fascismo vero e proprio. Quello che intendo più nel dettaglio è: credo che ogni leader abbia il potenziale per diventare un fascista e contribuire a questo tipo di violenza, ma chiamarli “fascisti” perché non ne condividi le posizioni è irrispettoso verso chi ha sofferto sotto il vero Fascismo, che non è quello che stiamo vivendo adesso ma potrebbe diventarlo. Voglio dire: gli antifascisti… non so come sentirmi nei confronti di alcuni di loro. Giudicano molto la gente comune, la classe lavorativa, affermano di voler aiutare proprio quella classe, eppure non la capiscono per niente. Trump certamente non la capisce nemmeno. Non supporto nessuna tendenza conservativa o di destra né il nazionalismo.

Pensi che esistano ancora le sottoculture?

Lockett: sì… in un certo senso, ne sono lontano. Vivo due vite: a casa sono l’uomo di famiglia, ho dei figli, ma c’è sempre una cultura dei giovani, in qualsiasi città del mondo, ed è roba forte. Certo che esistono ancora!

Anche nell’era di Instagram?

Lockett: beh… è un’ottima domanda. Di certo c’è un’esagerata esposizione mediatica, un sovraccarico di informazioni. Non esiste più il mistero. Ma ci sono ancora persone che dicono “non uso questa merda”. Esistono, solo che non vengono esposte.

Javier: sì, credo che esistano ancora. Ci sono sempre band minori che suonano, tanti universitari, giovani. Si tratta di roba che non viene diffusa ad ampio raggio, ma continuano a farle perché amano quello che fanno.

Bradford: credo che esistano a tempo determinato e che poi vengano immediatamente assorbite dal mainstream. Tutti vogliono disperatamente l’attenzione e i soldi, per cui, se qualcosa è d’avanguardia, andrà subito a far parte del mainstream. Non è una cosa negativa, semplicemente non è più vitale, capisci? Col passare degli anni guardo di più all’arte antica e adesso sono ossessionato da Roma, dalle rovine antiche e dall’Impero romano. Nerone era veramente pazzo. Come si chiama quel folle pervertito che fu imperatore all’età di 14 anni? Eliogabalo. Trovo molto interessanti Roma, gli imperatori, terribili e orribili con il loro popolo. Loro sono stati le prime vere rockstar: erano decadenti e interessati solamente al piacere. È tutto molto pagano, è affascinante.

Credi in Dio?

Bradford: sì, ci credo. Moltissimo.


Benedetta Spampinato

 

 

 

Annunci

Why hasn’t everything already disappeared? Interview with Deerhunter, live at Santeria Social Club, Milan

Here for italian version
«Your cage is what you make it
if you decorate it,
it goes by faster,
goes quick laughter»
Futurism

I’ve been following Deerhunter constantly for three years: ever since I discovered by chance (as it often happens to the YouTubersnauts) Microcastle, a milestone of their repertoire, which then led me to their discography. The reason I literally “fell in love” with the Atlanta band, so deeply I bought all of their records, is in the sense of peace that their music is able to give me. As soon as I listened to Agoraphobia I experienced the same insinuating effect that hit Thora Birch in Ghost World as she listened to Devil got my woman of Skip James: I listened to that song on repeat, over and over again, falling in a whirlwind of monomania. Last Wednesday they opened the music festival Music Is My Radar, inaugurated at the Santeria Social Club in Milan. They presented their latest work and and played some of the most famous pieces, such as Helicopter, Desire Lines or the most recent Take Care.

Their sound has an extraordinary structure, it’s out of time, it’s a delicate melody that knows no cliché, it’s always original, dreamlike but nevertheless it has been surprisingly current for more than a decade. I find that that Deerhunter are pure. They’re “indie” and never dirty, sad but always positive. They come from Atlanta and have been defining themselves as an ambient punk band from the very beginning. Yet their latest album, Why Hasn’t Everything Already Disappeared?, came to life from the sultry heat of the texan Marfa, where it’s been largely registered and produced by Cate Le Bon. In this record the band certainly gives more space to folk and electronic. Cox’s voice (the same asexual Cox who would talk about Jonas Mekas or Robert Altman while drinking coffee, without any of those rockstar taboos) has softened with maturity, while that of Pundt stays cold and protected from mutations of time.

«Je ne pense pas que c’était mieux avant,
je dis que c’était mieux toujours».

P. Muray

The lyrics of their latest work ask some important anthropological questions (just like the previous album Fading Frontier), it winks at a historical and literary past (the America of the Steinbeck, the booklet’s futuristic design curated by Bradford) up to our days (the murder of Jo Cox, the environmentalist spirit of Element) with the obstinate spirit of those who won’t back down and with Cox’ British elegance, the same elegance with which he holds a sigarette between his fingers as I approach to ask him some questions. I took the chance of their Italian tour date to speak to them and talk about some important themes from their wonderful, latest album. I realized how such sweet notes come from sweet souls. I should have known. To have had the opportunity to meet them was a priceless gift to me. As for now, I enjoy the nostalgia of that moment of joy.

This piece is dedicated to Josh Fauver.


In Why Hasn’t Everything Already Disappeared? I noticed the perfect contrast between the finely decadent lyrics (about death and the end of the world) and the happy sound given by the synth, the moog and the pipe organ. Where does this choice come from?

Bradford: I don’t like when the music and the lyrics are too similar, because I think it’s too predictable and I think the audience wants something that’s more enigmatic or confusing because that way they have to establish their own relationship with it. If something is too simple, if it’s a happy song with happy music or a sad song with sad music it’s just basic emotion, whereas these songs are more complex emotion. The world is ending? but sure I’m happy, fine. Or like: our lives are pointless, but still they are lives, you know? This kind of thing.

In 2007 Jean Baudrillard published an essay titled after your album but in French. Talking about the “liquid” use made of photography nowadays, he wonders whether we’re celebrating reality or its disappearance. What do you think?

Bradford: I think… I did use the title of Baudrillard’s book. I think the title to me was much more beautiful that the essay, but I do like his earlier works much more. I just liked the title: Why hasn’t everything already disappeared  was so interesting to me because he wrote this essay while dying, on his deathbed, so to ask this question while one is dying… I think is very interesting, you know?

What do you like about Futurism? (A note from Bradford)

Bradford: the art movement? The writing, the collage, the noise, the sounds. I don’t like Marinetti, he’s kind of crazy. I ignore some of his stuff because he’s very much like “I’m Marinetti, I’m wonderful, I’m Marinetti, Marinetti”, very much about himself. And I don’t like the fascist of course. Never.

Are we living in a period of Anti-Fascism’s Fascism?

Bradford: yeah, but I think that real Fascism… we can never forget what real Fascism did to a lot of people and when we call someone like Donald Trump – who I hate so much – fascist I think it’s insulting to the people that died under actual fascists. I think any leader has the capacity to become a fascist and to participate in this kind of violence, but I think that because you don’t agree with someon. To call him a fascist is disrespectful to people who suffered under actual Fascist. Not exactly where we’re at yet but we might be going there. Anti-fascist, a lot of them are… I think… I don’t know. I don’t know how I feel about them because some of them are. They’re very judgmental of common people and working-class people, they claim that they’re there to help the working class, but they don’t understand the working class, but Trump certainly doesn’t understand the working class. I don’t support anything like conservative or this kind of right-wing stuff.

Do you think subcultures still exist nowadays?

Lockett: yes, I feel a little removed from it, perhaps. I live two lives: at home I’m like the family man, I have kids. You know, there’s always a youth culture, it exists in every city all over the world and it’s like doing cool things, but yeah, of course I still think it exists.

In the era of Instagram?

Lockett: well…that’s a good question. There’s definitely over-exposure with Instagram, this information overload, there’s no mystery anymore about anything but it does exist, there’s still some people that’s just like “ah, I don’t use that shit”, it’s out there it’s just not televised.

Javier: yeah, I think so, it’s still there. There’s always smaller bands playing, a lot of college kids, younger kids, so it’s people having a tape label or something, stuff that doesn’t get widespread, they’re doing it ‘cos they love to do it.

Bradford: I think they exist temporarily and are immediately absorbed into the mainstream, because everyone is desperate for both attention and money. So, if anything is new and avant-garde or something it would just become immediately absorbed into the mainstream and then once this happens it’s not bad, it’s no longer vital, you know? As I get older I look more towards old arts, right now I’m obsessed with Rome because the ancient ruins, the history of the Roman empires. Nero is fucking crazy, you know? who was that guy that was like crazy and perverted and he was 14 years old when he was emperor? Eliogabalo. I find it very interesting. Rome, these emperors are terrible and horrible some of them were to the people. They were like the first rock stars. They were rock stars because they were decadent and only interested in pleasure.

Do you believe in God?

B: Yes! I do. Very much so.


 Benedetta Spampinato
Translated by Roberta Lanzafame

Game of Thrones 8×01: Winterfell

s8e01 arya-jon

I lupi riuniti sotto ali di drago

Si è fatta attendere. La prima puntata, dell’ottava e ultima stagione di Game of thrones corrisponde, nelle parole stesse dei suoi autori, a un «ritorno alle origini», ai luoghi e ai modi in cui tutto cominciò.

Il ritmo narrativo torna a essere posato e analitico, dopo gli eccessi di impazienza delle ultime due stagioni, precisamente scandito come la marcia dell’armata di Daenerys su Winterfell. Questo arrivo apre la puntata, ed è osservato dal punto di vista di un giovanissimo popolano che si muove e si arrampica con la stessa curiosità del giovane Brandon (Isaac Hempstead Wright) della prima serie, adesso rigido nella nuova posa ascetica che lo consegna al ruolo compiuto di veggente. Tutti i personaggi, tutti appaiono più maturi, ciascuno nel suo ruolo, invecchiati e stanchi della gravità del tanto trascorso, dell’epilogo che intravedono insieme agli spettatori e del congedo che a essi chiedono. Sansa (Sophie Turner) per cominciare, la protagonista più puerile eppoi tra le più sofferte della serie, è infine una regnante fatta, algida e scettica.

La puntata si svolge ampiamente nel Nord, con l’arrivo di Daenerys (Emilia Clark) e Jon (Kit Harington), così come accadeva nella prima stagione con Robert Baratheon e Cersei, accolti dagli Stark. E la stessa «famiglia» di Ned si riunisce infine, e dopo cinque stagioni torna a esser tale nelle parole di Arya (Maisie Williams), e si contrappone ai Lannister, il cui fronte è isolato e coincide con la sola figura di Cersei. Qui Lena Headey, l’attrice forse più valida per il personaggio più impegnativo dell’intera serie, mostra intatta la sua cruda alterigia ma è invero maschera di una solitudine emaciata, i cui contorni si staccano dallo sfondo di una corte spoglia e in penombra. Se gli Stark, dopo anni di agonia si sono ricongiunti, i Lannister in quanto casata (che altro poi non è in fondo mai stato) sono a rischio estinzione, salvo forse per il seme di un pirata che intende corrompere ancor più, se possibile, il loro codice genetico. Cersei ben di rado si è lasciata andare a sussulti nel corso dell’intera serie, ma in questo episodio lo fa ben due volte: quando accetta il Greyjoy (Pilou Asbæk) nelle sue stanze, e quando lo stesso annuncia che vorrà dentro di lei il suo discendente principe-pirata; ma prima che la di lei fierezza si sgretoli, il montaggio le soffoca il principio di pianto.

s8e01 cersei-euron

Su al Nord è occasione di ricongiungimenti ormai insperati: Sansa e Tyrion (Peter Dinklage) furono coniugi indesiderati e solidali; Jon e Arya, il cui ritrovato abbraccio era ed è uno dei rari fulcri affettivi di un mondo vitreo; Bran e Jaimie (Nikolaj Coster-Waldau), dal cui incontro scaturirì la guerra “delle rose” tra lupi e leoni. Tutto così come era cominciato. Sono incontri di poche battute, spesso giocati su corrispondenze di sguardi congelati in una tensione psicologica. La violenza e l’amarezza, le scelte vissute e il destino a cui attendere, li conoscono tanto i personaggi quanto gli spettatori, e gli stati d’animo sono tutti interiorizzati come accadeva nella prima stagione. Jon appare ancora una volta indeterminato nella recitazione come nell’adempiere al suo compito: guardiano della notte suo malgrado, risorto suo malgrado, re nel nord ed erede al trono di ferro suo malgrado; diviso tra la famiglia riunificata e il posto al fianco di Daenerys, non sceglie la politica ma l’amore. Jon e Jorah restano gli unici a lottarvi.

Livio Cavaleri

Saint Huck: il video di “Reef” diretto da Guido Celli e le ultime date di “Broken Branches” in Sicilia

E’ online da qualche settimana il videoclip di “Reef” di Saint Huck, realizzato da Guido Celli, già autore di “Hidden Words”.

Saint Huck è il moniker del cantautore e polistrumentista siciliano Livio Lombardo. Nato come chitarrista noise/alternative (ha suonato e suona con numerose band: Fräulein Alice, Gentless3, Mapuche, Before We Die, Diane and the Shell, Silent Carnival), nel 2015 pubblica il suo primo lavoro, “Broken Branches”, per l’etichetta Viceversa Records. L’album viene accolto entusiasticamente dalla critica, che ne mette in evidenza il carattere outborders e ispirato, definendo Saint Huck come un artista anarchico e appassionato, che sfugge a qualsiasi facile inquadramento per la raffinatezza della composizione. Guido Celli, videomaker di talento, poeta, musicista e produttore artistico (di Flavio Giurato, ndr) qualche tempo fa ha deciso di rendergli omaggio con una trilogia video che ne anticipa il nuovo album, previsto per il 2019. Continua a leggere

Herself – Rigel Playground

600x600bf

Urtovox

La nuova psichedelia arriva da Palermo e risponde al nome di Herself o, se preferite, di Gioele Valenti, deus ex machina del progetto. Il musicista palermitano, già attivo in svariati altri progetti di stampo neopsichedelico quali JuJu, Josefin Ohrn, Lay Llamas, aggiunge con questo nuovo lavoro (Rigel Playground) un ulteriore tassello che esplora nuove prospettive concedendo un più ampio spazio alla melodia. Continua a leggere

Dogman (M. Garrone, 2018)

Dogman

Premio come miglior attore (Marcello Fonte) all’appena conclusa 71° edizione del Festival del cinema di Cannes, Dogman di Matteo Garrone è un’opera eccellente. Ambientato in un paesaggio astorico, che è un po’ la Scampia di Gomorra un po’ l’Ostia di Suburra, un po’ una campagna italiana essiccata sulla quale si innesta la bozza di una cementificazione fallita, paradigma di tanta periferia siciliana e italiana. È la creazione scenografica di un originale e intimo far west romanescofono, scandito dal rombo di una motocicletta, prodromo della prepotenza. Continua a leggere

Uzeda 30th!

uzeda
È ufficiale! I trent’anni degli Uzeda saranno celebrati in riva al mare in una doppia serata dal calendario eccezionale. Alta salinità sul palco dell’Afrobar dove si esibiranno band storiche del panorama noise-rock e post-hardcore mondiale oltre a un paio di nostri autoctoni. Non vediamo l’ora. L’evento è supportato e organizzato da Mr Hyde music club, Francesco Asero e Indigena Booking – MG. Ecco il calendario definitivo:

25 maggio
Uzeda
Three Second Kiss
The Black Heart Procession
Shellac

26 Maggio
Uzeda
Stash Raiders
Tapso II
June of 44
The Ex

Ticket qui
one day – 25 // one day – 26
25 & 26