Intervista: i Lucio venuti dallo spazio

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Abbiamo recuperato dal nostro archivio di materiale inedito una bella e approfondita intervista ai Lucio realizzata quest’estate a Catania in occasione del Pride. Noi eretici consideriamo i Lucio, ovvero Giuseppe Lanno e Antonio Russo, una delle più interessanti novità del panorama indipendente, con un’anima per metà palermitana (guardacaso) e per metà salernitana. Il duo ha già prodotto un primo geniale ep, Tutti successi, prodotto da Giuseppe Rizzo, Gabriele Giambertone e Simona Norato, ed un secondo ep di remix, Lucio for ever, pochi mesi dopo. Ma questo non è che l’inizio, perché la band ha già pronto molto altro materiale interessante ed inedito che ha già rodato nei molti live portati in giro per lo stivale nei mesi appena trascorsi. Nonostante l’attuale fase di transizione, dovuta all’abbandono (temporaneo o definitivo, chi vivrà vedrà) di Antonio Russo, i Lucio continuano ad esistere ora più che mai. Ma non chiedetelo a loro, la risposta sarà sempre la stessa: Lucio non esiste!

Per cominciare diamo qualche coordinata spazio-temporale, vi chiedo quindi come dove e perché nasce Lucio?

Giuseppe: Diciamo che la genesi di Lucio parte dal nostro incontro a Bologna ai tempi dell’università. Io e Antonio ci siamo conosciuti al Dams al corso di Storia della musica dell’800, capitammo vicini di sedia, cominciammo a chiacchierare ed è nata subito quest’amicizia. Dopodiché ci siamo persi per un po’ e una volta ritrovati siamo diventati coinquilini e questa è stata la cosa fondamentale per la nascita di Lucio perché vivendo insieme cominciammo per gioco a fare le cover all’ukulele, io cominciai a scoprire la mia voce perché Antonio mi suggeriva di cantare, cosa che non avrei mai pensato di dover fare nella mia vita. Però abbiamo notato che effettivamente l’approccio che abbiamo adesso con Lucio, cioè quello che di scherzare molto con la musica, nasce dal fatto che in casa ascoltavamo cose come San Remo, musica anni ’80, insomma tutto ciò che spesso è considerato trash o poco intellettuale. Tutto questo lo riproponevamo in forma giocosa, facendo anche dei video molto stupidi, in casa e a volte anche fuori per strada..

Ed esiste traccia di questi video sul web?

G: Sì esistono sotto altro nome, come Cauwliflowers from the space, ma non è consigliabile vederli, ci sarebbe parecchio materiale per ricattarci!
Il bello di quest’incontro è che oltre alla voce e al resto si sono incontrati due modi di fare molto simili, anche se fino a quel momento tutto rimane come scherzo e gioco, poi piano piano, continuando a fare cover, avevamo assunto una forma di automatismo nel realizzarle e l’anno scorso, ad aprile, feci sentire ad Antonio una canzone, precisamente Rita, lui mi chiese di provare a farla insieme ed io dissi subito di sì. In realtà ne avevo già scritte altre e le abbiamo messe su con dei provini molto casalinghi, praticamente con dei giocattoli in casa e poi ad Antonio venne la felice idea di provare a trasformare il tutto da acustico, fatto con soli ukulele e voce, ad elettronico. Un giorno mi manda un file e mi dice di ascoltare per vedere come mi sembrava, era la base de L’importante è perdere, che era abbastanza aggressiva, grezzissima, io ho detto subito che mi piaceva e da quel momento abbiamo iniziato a comporre così, vedendo che effettivamente la cosa funzionava.

Quindi la svolta arriva a partire dalla stesura di Rita

G: Sì, perché quella è la prima canzone effettiva che ho scritto. Ho scritto tante poesie e ho cercato di musicarle dopo, ma erano cose che non mi riuscivano, anche perché non è esattamente il mio mondo… invece con Rita è successo tutto in contemporanea: con l’ukulele in mano avevo trovato degli accordi che mi piacevano e fischiettando la melodia e scrivendo contemporaneamente il testo è uscita fuori una canzone. Da lì mi sono reso conto che avevo trovato un metodo per fare delle canzoni, cosa che desideravo da un po’ di tempo.

Tutte le vostre canzoni sono praticamente nate per voce e ukulele, come arrivate poi alle sonorità techno-punk definitive?

G: Ci sono delle cose che effettivamente capitano in questo passaggio, io tendo per esempio a cercare una completezza nella melodia, anche nella scelta di alcuni accordi, con delle settime e altro. Quando invece gli accordi passano a lui le settime e tutto il resto scompaiono, quindi magari quando lui mi rimanda la base io continuo a cantare la melodia come se avessi ancora gli accordi per come li avevo scelti io, lui invece li semplifica parecchio e capita che alcune cose suonino diverse rispetto a come le avevo pensate e questo magari crea delle piccole dissonanze, degli intervalli un po’ strani che effettivamente caratterizzano le canzoni, ad esempio con L’importante è perdere è successo questo.

E come siete arrivati a coinvolgere Simona Norato proprio ne L’importante è perdere? Io ad esempio vi ho scoperti grazie a questo vostro featuring insieme a lei.

G: Ricordo di aver mandato le canzoni a Simona dicendole che le avevo scritte io. Lei segue più o meno tutto quello che scrivo, ho questa fortuna e ne approfitto sempre, il suo feedback per me adesso è fondamentale perché è una persona di cui mi fido ciecamente, perché sempre sincera e poi perché l’apprezzo come scrittrice/autrice..

C’era già un rapporto di amicizia prima che professionale?

G: Sì, in realtà conosco Simona da un po’ di tempo, avendo conosciuto Antonio Di Martino ho poi conosciuto anche lei e trovandoci spesso a parlare avevamo già deciso di fare qualcosa insieme – aveva già letto alcuni miei testi – però parlavamo di altro, non proprio di musica. Passandole le canzoni ho ricevuto poi la sua opinione, come anche quella di altre persone, però lei è stata quella che più di tutti mi ha fatto capire che dovevamo assolutamente registrare. Gli altri apprezzavano ma nessuno mi ha fatto capire chiaramente come lei che bisognava farlo subito, senza perdere tempo, perché ne valeva la pena e comunque con dei principi molto precisi perché secondo lei avevo una scrittura in qualche modo sperimentale. In più c’era questo divario tra la musica, il testo e la mia voce, per cui tutte queste cose funzionano su tre livelli completamente diversi, con i testi ironici ma non banali, la musica che invece aveva quella sorta di “ignoranza” scelta, decisa e la voce, forse un po’ fuori moda, quindi il mix di queste tre cose pare funzionare..

So che Giusto Correnti, il batterista di Dimartino, è stato uno dei vostri primi fan

G: Sì, Giusto è stato il primo ad aver sentito la canzone Rita. L’ho scritta e qualche giorno dopo mi è capitato di fargliela ascoltare e lui mi consigliò di proseguire. Quest’input effettivamente è servito molto, poi si è aggiunta Simona (Norato – Ndr) che ha dato subito l’opzione pratica di questa cosa, ha fornito un’idea, cioè non solo di registrare ma anche decidere dove registrare e questo per il semplice fatto che lei aveva già percorso l’iter e sapeva che lavorando con Gabriele (Giambertone – Ndr) e Giuseppe (Rizzo – Ndr) ci saremmo trovati subito bene e avremmo potuto dare una svolta a questo progetto che comunque è ancora sul nascere ma tramite Simona si è sviluppato in un certo modo.

Quindi la figura di Simona Norato è stata determinante per lo sviluppo dell’ep?

G: Sì, sicuramente. A partire dal suo modo di operare estremamente produttivo nonostante la velocità, per esempio nel caso di Rita, in cui lei suona il passaggio al pianoforte, noi eravamo bloccati, non sapevamo prendere una decisione netta su alcune parti nonostante le idee ci fossero. Mi ricordo che quel giorno è arrivata lei in studio per seguire la cosa, ci ha messo esattamente dieci minuti, ha realizzato quella parte al piano bellissima…

Antonio: e ci ha salvati!

G: Lei riesce sempre a trovare una soluzione a tutto e tra l’altro ha un orecchio che fa paura, perché sente delle cose che gli altri non sentono, anche il minimo errore. Lavorare con lei è bello e istruttivo perché lavori con una persona che è precisissima ma sa anche che le cose vanno affrontate in un certo modo a seconda del progetto.

Nell’ep c’è anche un pezzo insieme all’altra anima di Iotatola, Serena Ganci. Com’è stato lavorare con lei?

G: Serena Ganci è intervenuta in Gratis e anche la nascita di questa canzone è simpatica perché ero in vacanza a casa di Marta, la ragazza che suona la fisarmonica in Rita, ed eravamo tutti insieme. Un giorno mentre gli altri erano fuori per la spesa io e Marta siamo rimasti a casa, ci siamo messi a suonare un poco e le ho fatto sentire il pezzo, che avevo scritto la sera prima. Marta mi ha aiutato un po’ nelle strofe mentre poi discutendo con Serena e chiedendo il suo parere abbiamo provato delle cose insieme che io registrai col telefono perché mi rimanesse una traccia. Riascoltando poi mi sono reso conto che la mia voce con quella di Serena s’impastava molto bene e le ho semplicemente chiesto se le andava di registrare il pezzo assieme, lei è stata felice di farlo perché la canzone le piaceva, forse anche perché la canzone si avvicina un po’ allo spirito Iotatola.

Lucio è un progetto molto recente ma vanta già la partecipazione ad alcuni importanti festival come Arezzo Wave e il Meeting del mare, come è stato misurarsi subito con delle platee così ampie? Che feedback avete avuto?

A: io vedevo delle persone sorridere, non so se ridevano perché apprezzavano o perché sembravamo dei pagliacci.. basta che ridano! In generale comunque il feedback mi è sembrato abbastanza positivo.

G: Sì anche la mia impressione è stata quella di un pubblico divertito, qualcuno ballava anche, per cui direi positivo come riscontro.

Qualche aneddoto particolare da raccontare a proposito dei live?

G: Non saprei, in generale quando ci presentiamo sul palco con le parole scritte in faccia la gente comincia ad osservarci, chi in maniera perplessa, chi si mette a ridere, qualcuno che pensa “vabbè questi sono imbecilli”, che in realtà è quello che vogliamo! Che poi spesso quelle parole nascondono delle dediche che possono riguardare persone nello specifico o a volte qualche amico che ci chiede delle cose. Per esempio una volta Serena Ganci mi fece la richiesta specifica di scrivermi “mezzo pollo”, senza spiegarmi bene il perché, ma io queste cose le accetto subito!

Stasera oltre ai pezzi dell’ep “Tutti successi” presenterete anche alcuni inediti, di che materiale si tratta?

G: Sono tre pezzi diversi. Il primo lo eseguiamo in versione acustica e sarà il pezzo con cui apriremo il live, è una canzone che ho scritto un po’ di tempo fa, il giorno dopo il matrimonio di mio fratello. L’ho scritta per un motivo molto semplice: eravamo ai tavoli durante il banchetto e un’amica di mia madre disse “mai dire mai” e io questa frase non la sopporto. Quindi mi sono un po’ scagliato contro, io dico “mai” e “per sempre” con facilità perché sono convinto delle cose che dico, poi non ci metto niente a cambiare idea o a chiedere scusa, però ho bisogno di dire “per sempre” e “mai”. Quindi il titolo provvisorio è Per sempre. L’ho scritta e l’ho fatta sentire a Simona, a cui è piaciuta molto, ed era un pezzo che volevo dare a lei, non volevo cantarla. Poi Antonio ha insistito perché la tenessimo perché gli piaceva molto suonarla, anche Simona mi ha suggerito di farla e così è nata la canzone. Per adesso la eseguiamo in versione acustica. Poi c’è una canzone che è invece all’opposto, Melvin, super aggressiva. Non c’è nessun riferimento ai Melvins, è soltanto un nome brutto. La storia è molto semplice: ho immaginato questa coppia di palermitani di un quartiere popolare che concepiscono un bambino e decidono di chiamarlo Melvin perché si sono convinti che un nome americano possa dare una svolta alla sua vita. Poi in realtà la svolta a cui loro pensano consiste nel farlo diventare un attore (mediocre) o un personaggio che viene riconosciuto nel quartiere, quindi una storia di mediocrità. Con questo non voglio dire che i quartieri popolari rispecchino mediocrità però può capitare che vivere in un contesto limitato limiti anche le aspettative della vita. Infine c’è un pezzo finalmente felice, che è L’armadio. Una cosa che mi fanno spesso notare è la mia misoginia, ma in realtà non è vero perché il mio odio è assolutamente democratico, ben distribuito tra uomini e donne. Ma in questa canzone nuova c’è in realtà la voglia di accettare, ho cioè immaginato di diventare un armadio nella stanza di una persona, di poter raccogliere tutte le cose più intime. Diventare un armadio anche per contenere tutto ciò che esiste di un’altra persona, nel bene e nel male. Quello che faccio è dire all’altra persona “se tu fai questo per me io divento un armadio e posso contenere tutto ciò che vuoi, anche le cose brutte”.

In realtà la vostra parte più tenebrosa sono i testi, ma a livello sonoro traspare anche un vostro approccio più giocoso nonostante l’aggressività delle basi..

G: Ma perché io sono un violento! Fondamentalmente sono un violento repressissimo (ridiamo) e siccome sono piccolo e schiaffi non ne so dare riesco ad essere violento solo con le parole. Detto così sembro un mostro, in realtà trovo che (vabbè con quello che sto per dire è finita l’intervista!) la violenza è una cosa divertente, almeno a livello di intrattenimento, altrimenti i film di Tarantino non esisterebbero. Il principio che seguono i testi è un po’ questo: tutto quello che è arte ha questa componente fondamentale e nel momento in cui viene a mancare il contenuto ci deve essere qualcosa che lo compensa e nei miei testi spesso è qualcosa di violento. Trovo che nelle relazioni ci siano dei momenti che sono effettivamente violenti, almeno a me è capitato questo, quindi mi viene naturale esprimermi così. Come del resto mi capita di scrivere anche cose molto più romantiche basate su fantasie e speranze.

E quindi ti chiedo a questo punto quanto c’è di autobiografico nei tuoi testi? Hai già detto che Rita è stata scritta per una persona specifica

G: Sì, quella canzone gliel’ho cantata dal vivo con l’ukulele e avevo un limone in gola, non ce la facevo, è forse una cosa masochista però mi piace. Quindi Rita è totalmente autobiografica, anche farla dal vivo mi diverte parecchio. In generale in tutto quello che scrivo, nelle canzoni come nelle sceneggiature, c’è molto di mio perché credo sia impossibile inventare totalmente, almeno io parto sempre da qualcosa che ho visto, ho vissuto con altre persone o con me stesso che poi uso come elementi nel puzzle della scrittura. Quando parlo della frangetta tagliata col righello ad esempio pensavo a una persona specifica.

Antonio tu invece nasci come chitarrista prima di tutto, da dove parte il tuo passaggio improvviso ai synth?

A: Non lo so nemmeno io! (ride) Tutto è partito con i Lucio, perché ho sempre suonato la chitarra, almeno fino al 2010, al synth mi sono avvicinato recentemente, cominciando con le classiche melodie molto semplici. Tra l’altro non ascolto musica elettronica, a parte Skrillex non conosco niente, io amo il prog e gli anni settanta. Ho cominciato davanti al pc a scegliere i plug-in per le basi di Giuseppe ed è cominciato tutto lì.

Immagino quindi che la scelta di una cover del Santana anni settanta sia partita da te

A: In realtà l’ha scelta Giuseppe, ma per me Santana è un dio!

G: La scelta è mia ma io l’ho fatto per lui!

Posso confermarvi che comunque il pezzo funziona molto e ha già i suoi fan

A: Sì, infatti abbiamo deciso che in ogni lavoro futuro inseriremo sempre un pezzo di Santana (ride)

G: Io ho vissuto alcuni mesi a Los Angeles, una città piena di messicani tra cui Santana. I messicani sembrano palermitani per il loro modo così libero di approcciarsi alle cose che però rimane sempre legato alla loro terra, e questo si verifica anche nel caso di Santana, che fa rock ma è latino, e di questo gliene va dato atto. In realtà Santana è un tamarro, con quelle chitarre e quelle note tenute per due minuti di fila, non si capisce perché! (ride)

Quindi non siete dei veri fan di Santana

A: Invece lo siamo, lo apprezziamo anche nel suo aspetto grezzo, perché è libero, fa quello che vuole senza preoccuparsi

G: Tanto è vero che le cose nuove che fa sono di una bruttezza sconfortante, ma lui è libero, se c’è un artista che apprezza lui ci duetta tranquillamente e non gliene frega niente delle conseguenze. Per esempio gli ultimi video con tutte quelle atmosfere, le stelle… manca poco e diventa napoletano!

Giuseppe tu sei anche videomaker, con una laurea in cinematografia al Dams di Bologna. Quanto pensi abbia influito la tua formazione cinematografica nell’approccio alla musica?

G: Non saprei, raccogliendo le idee la prima cosa che mi viene in mente sono le colonne sonore e l’amore che ho per queste, però non so quanto questo influisca nel modo di comporre, anche perché non è che abbia grandi conoscenze di teoria musicale per cui possa rifarmi a qualche autore. Di film ne guardo tanti e presto molta attenzione alla musica, l’unica cosa che mi viene in mente è che ogni tanto, quando Antonio mi manda qualche base, è capitato che abbia notato come poteva sembrare una colonna sonora e per questo lo incitassi ad andare avanti. Ne L’importante è perdere c’era un assolo finale di Antonio alla chitarra lunghissimo che sembrava la colonna sonora di “Terminator” che a me piaceva ma era estremamente lungo e quindi alla fine è stato tagliato. Forse l’influenza del cinema c’è più nella scrittura. Quando mi hai fatto la domanda mi è venuta subito in mente una cosa di cui parlavo qualche sera fa con Antonio Di Martino, che mi diceva che aveva scritto delle cose prendendo spunto dalle immagini di un film che aveva visto. Probabilmente la cosa che influisce maggiormente è quella che ti ho detto prima, l’idea di una violenza resa fruibile tramite il testo.

So che come regista hai in mente un progetto ben preciso che vorresti realizzare

G: Sì, si tratta della sceneggiatura di un cortometraggio che ho scritto ispirandomi a una canzone di Piero Ciampi, che è Adius, il pezzo che contiene tutta una serie di “vaffanculo”. Ho usato tutta la parte iniziale inventando una storia che bene o male suggerisse l’idea di amore profondo non corrisposto e che poi culmina con quei vaffanculo. Comunque è un progetto che desidero realizzare a tutti i costi perché si tratta di una canzone incredibile scritta da un autore altrettanto incredibile e ci tengo tanto. Sto cercando di collaborare con un ragazzo che era il nostro terzo coinquilino a Bologna, una sorta di terzo Lucio, tipo il Valerio Negrini dei Pooh! Solo che Valerio Negrini scriveva i testi mentre Dario non fa niente… cucina molto bene però! Ad ogni modo non siamo ancora nemmeno in pre-produzione per cui non so quando la cosa si realizzerà, dobbiamo sicuramente cercare qualche sponsor per avere un minimo di budget e poter pagare tutti senza andare in giro a chiedere mille favori. Se non ci sono questi presupposti non lo giro.

E quella bellissima mini-clip che avete girato con i manichini avrà un seguito?

Quel promo è stato girato proprio da Dario Baldini, il ragazzo di cui ti ho appena detto, e Francesco Murana, l’altro ragazzo con cui spero di realizzare il corto su Ciampi. Sì, prima o poi diventerà un video e a quel punto penso che potrò dire addio a quel briciolo di dignità che mi rimane perché credo che mi faranno fare delle cose oscene! Ti posso anticipare che la direzione degli attori consisteva in Francesco che mi urlava “Leccala!”, riferendosi al manichino, quindi puoi immaginare.

Qualcuno vedendo quella clip ha già equivocato la vostra sessualità

Beh la sessualità non è una cosa che discuto mai, nel senso che non trovo motivi di discussione se non a livello antropologico o sociologico nel senso più intimo della cosa. In realtà la sessualità per me non esiste, quando canto “il sesso non esiste” mi riferisco anche a questo, al fatto che per me non esiste l’omosessualità o l’eterosessualità, esiste la sessualità, ognuno poi ha la sua.

Marco Salanitri

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