Colapesce – Egomostro

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(42 Records)

Il sapore del Mediterraneo, un profumo esotico e tanta malinconia affondati in una fitta e multiforme trama melodica. Alt-pop, voce nostalgica e impronta alla Wilco. Egomostro sfida se stesso e tutti in uno sfogo che si discosta dal groove prettamente folk di Un meraviglioso declino e si mostra al mondo in tutta la sua vulnerabilità. Non è un disco da colpo di fulmine e qualche traccia non brilla, necessita di un ascolto reiterato ma ti corteggia lentamente.

Un lavoro che ha convinto anche i più diffidenti nei confronti dell’artista, soprattutto per l’estetica del suono: la sezione di fiati finti, il suono retrò del marxophone, gli innesti elettronici e degli ottimi musicisti ad eseguirli, tra i quali Mario Conte (che si occupa anche della produzione artistica insieme ad Urciullo e del missaggio) e Alfredo Maddaluno. Insieme a gran parte della poetica creano tra l’ascoltatore e il disco una resistente chimica delle emozioni. Sfondo rosa e Lorenzo Urciullo sul piedistallo, pronto a scendere (?) per intonare le sue debolezze, i conflitti e gli anfratti più deformi di Colapesce.

La copertina glamour-kitsch rappresenta il focus del disco. I social, incubatori di attitudini modaiole, e la frenesia dell’ostentazione di un fittizio stile di vita: l’uomo 2.0 allo specchio. Ma per fortuna c’è dell’altro oltre a queste tematiche trite e ritrite.  Sottocoperta arriva come un dardo di Cupido: “Odore di cannella misto a gelsomino e tela” o “Ti abbraccio sento il mare”. La nostalgia di un ricordo che si affanna sulle rocce dell’Isola e arriva, coi pezzi successivi, in Africa fino ad echeggiare Khaled. Non c’è scampo per gli inguaribili romantici. Scagli la prima pietra chi non si è riconosciuto in almeno qualche brano, che tra le righe ti sussurra un de te fabula narratur. Più difficile abituarsi agli elementi più contemporanei (fin troppo) delle liriche, che per fortuna sono pochi. Il peculiare ritmo malinconico, che emerge anche nei pezzi più up-tempo, ti cattura e risulta essere la firma di Colapesce. L’altra guancia è la pietra miliare del disco: un piccolo e soffice virtuosismo d’autore che si fa ascoltare come il mare da una conchiglia. Ed è impossibile sottrarsi all’appeal della title-track. Il disco non cattura nella sua interezza ma merita di essere ascoltato e riascoltato e si fa assaporare ancor meglio durante i live.

Emanuela La Mela

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