Intervista | Roberta Sammarelli: i Verdena e la filosofia dell’abnegazione

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Non mi era ancora capitato di intervistare i Verdena e il mio incontro con Roberta Sammarelli mi ha finalmente fatto comprendere alcuni dei segreti del successo della band bergamasca. Un successo che da quindici anni a questa parte, ovvero fin dagli esordi, non ha mai subito flessioni, continuando a trasmettersi da una generazione all’altra, conquistando, anche recentemente, fette di pubblico molto giovane. Uno dei segreti è sicuramente la dedizione con cui la band si dedica al proprio lavoro, anche al prezzo di vivere un semi-isolamento da tutto ciò che la circonda, in una sorta di eremitaggio creativo. Nondimeno fondamentale è stata la capacità di mantenere una coerenza nella ricerca e nel perseguimento di un proprio percorso specifico rifiutando qualunque genere di compromesso, anche a costo di apparire snob o alteri (tutto, si sa, ha un prezzo). Ma ciò che sorprende è l’estrema onestà con cui il trio si propone, senza maschere, finzioni o atteggiamenti radical di sorta, stando anzi bene attenti a tenersene alla larga. Di tutto questo ed altro ancora si è parlato insieme alla Sammarelli durante il nostro breve ma illuminante incontro.

Ogni vostro disco è ormai atteso come un evento, nel bene e nel male, ma i Verdena sono anche diventati per molte band un modello da cui trarre ispirazione. Come vivete tutto questo? Sentite un po’ il peso dell’influenza che esercitate?

In realtà non tanto. Quando magari sentiamo delle band che hanno assorbito la nostra influenza per noi non è tanto piacevole perché rivediamo le cose negative di noi, anche perché siamo sempre iper-crtici verso noi stessi. Per il resto ci sentiamo sempre liberi di fare quello che ci viene quindi non sentiamo assolutamente responsabilità, quantomeno a livello artistico.

So che per le sessioni di quest’ultimo lavoro avete buttato giù qualcosa come 400 tracce

Sì sono 12 cd pieni zeppi di materiale, che non sono vere e proprie canzoni ma magari solo riff o solo strofe o solo parti vocali e poi da questi cd abbiamo estrapolato questi 26 brani.

Ecco, infatti la domanda è come avete fatto a fare una selezione così ristretta davanti a una quantità di materiale così imponente?

Noi abbiamo provato a fare “un giro” su quasi tutti i pezzi, nel senso che prima abbiamo improvvisato, abbiamo racimolato questi riff scegliendo quelli che ci suonavano meglio e ci piacevano di più e su ognuno di questi riff dei 12 cd abbiamo provato a farci un pezzo, una canzone vera e propria. Però lo capivamo subito se riuscivamo ad andare a parare da qualche parte o no, altrimenti se dopo qualche ora di tentativi non ne veniva fuori nulla il riff rimaneva lì. Ce n’erano ad esempio un sacco dove non si riusciva a trovare una parte vocale all’altezza e anche in quel caso lasciavamo perdere, magari era un riff bellissimo però senza la parte vocale evitavamo.

Quindi non sempre l’approccio vocale è semplicissimo, mi pare di capire che spesso arrivi prima il riff della voce

Sì sì assolutamente, Alberto canta sulla musica, però è fondamentale la melodia vocale per far sì che un riff o una strofa diventi effettivamente una canzone dei Verdena. È la voce che fa sì che venga provata allo step successivo.

Però in effetti con tutto il materiale che avete accumulato un domani potreste fare uscire anche un disco solo strumentale

Sì ma sono tutti pezzi da uno, due minuti al massimo, bisognerebbe comunque costruirci sopra delle parti strumentali, magari andrebbe meglio come colonna sonora per un film!

Perché no? Ci avete mai pensato?

Sì a noi sarebbe sempre piaciuto farlo, però per fare una colonna sonora vera e propria non avremmo mai tempo perché ci dedichiamo troppo ai Verdena.

Vi è mai arrivata qualche proposta?

Sì ce ne sono arrivate un paio ma non avevamo il tempo di dedicarci al progetto quindi la cosa non è mai andata in porto, però sarebbe molto interessante.

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Mi racconti qualche particolare sulla genesi di qualche pezzo di Endkadenz vol. 1, magari qualcosa che vi ha colpito particolarmente?

Ci sono per esempio tutti i brani con la batteria elettronica che sono nati in modo un po’ curioso, nel senso che erano sostanzialmente periodi in cui Luca non poteva suonare la batteria acustica per vari motivi, però noi ci ritrovavamo comunque in sala prove e così anziché non fare niente lui buttava sotto questi loop e noi ci suonavamo sopra. Da lì sono nate delle canzoni come “Sci desertico” o “Funeralus”, dove c’è una parte di batteria elettronica, anzi il pezzo centrale è proprio nato così, con la batteria elettronica. È stato interessante sviluppare anche quell’aspetto lì.

Questa è una domanda che avevo preparato ad Alberto ma penso tu possa comunque rispondermi. Prestando attenzione al cantato ho avuto l’impressione che stavolta lui abbia un po’ spinto agli estremi la sua voce, è corretto?

Ma sì, penso che questa via sia stata presa grazie, o per colpa (non lo so!), a questa effettiera per la voce che ha comprato all’inizio, prima che iniziassimo a scrivere il disco, che l’ha stimolato a prendere una via molto più decisa. Se ascolti il disco ti accorgi anche dell’uso di tutti questi harmonizer, dovuti anche al modo di cantare in falsetto. Quindi sì, questo ha a che fare con l’acquisto di quell’effettiera e poi anche con una ricerca sua melodica.

Possiamo definire ormai i Verdena una band libera, visto che siete riusciti a non farvi vincolare in nessun modo da una grossa major come la Universal

L’abbiamo sempre fatto in realtà, a livello artistico siamo stati fortunati perché comunque la nostra etichetta non ci ha mai imposto nulla, anzi fin dal primo giorno ha accettato quello che facevamo senza mettere bocca. Magari all’inizio ci provavano a farci far qualcosa che non era consono a noi, ma poi quando hanno capito che avevamo il nostro percorso ci hanno lasciato liberi al punto che loro ci danno il budget e noi consegniamo il master e addirittura vengono a sentirlo solo alla fine, si fidano ciecamente.

Però ci hanno provato a condizionarvi almeno inizialmente e voi siete riusciti comunque a non piegarvi..

Sì magari all’inizio ci proponevano di andare a trasmissioni tipo il Festivalbar ed è capitato che in passato ne abbiamo fatte un paio ed è stata la prima volta che abbiamo suonato in playback ma è stato per puro divertimento, perché arrivati a un certo punto non te ne frega più niente, nel senso che è un gioco e lo prendi per quello che è. Magari qualche anno fa eravamo un po’ troppo giovani per prendere questa cosa con ironia, invece adesso ci sentiamo magari liberi di fare una cosa del genere perché la prendiamo per quello che è, una cosa leggera.

Avete mai pensato di espandere il vostro modus operandi con delle produzioni, un’etichetta o altro?

Sarebbe bello ma non abbiamo proprio tempo proprio perché Alberto se ha due anni per dedicarsi ai Verdena ne dedica due, se ne ha cinque ne usa cinque e quindi non c’è mai tempo per dedicarsi ad altri progetti. Ne ha fatto uno, si chiama Betoski, è un progetto nato sostanzialmente per motivi tecnici, cioè quando anni fa abbiamo cambiato il mixer in studio di registrazione Alberto doveva imparare a usarlo. Invece che imparare a usarlo su di noi, perdendo quindi un sacco di tempo sui suoni, ha chiamato degli amici, in particolare un batterista, e gli ha detto “proviamo a fare degli esperimenti, tu fai la parte di batteria e ci costruiamo sopra dei pezzi”. Alla fine sono nati dei pezzi ed è uscito un disco. Il progetto si chiama appunto Betoski, di cui Alberto è produttore, oltre a suonarci e cantarci, Luca suona le tastiere, c’è il batterista, insomma sono tutti amici!

Con questo mi cogli impreparato! Il disco è già uscito o è ancora da pubblicare?

Sì è uscito qualche anno fa ma in un numero di copie limitatissimo, adesso forse uscirà il volume due, ma non so quando di preciso.

So che a Bergamo, la vostra città, ci sono delle band che apprezzate, in particolare a chi vi sentite più vicini?

Bene o male tutte le band che abbiamo fatto suonare insieme a noi nel tour di “Wow”, che sono gli Spread, un gruppo veramente particolare, hanno un’identità incredibile, per essere un gruppo ancora piccolo hanno proprio una personalità loro. Poi tra i più conosciuti ci sono i Sakee Sed, che sono anche loro amici da tantissimi anni e recentemente abbiamo scoperto questo nuovo gruppo che si chiama Le capre a sonagli (ridiamo), molto bravi, io li ho visti dal vivo, Luca li conosce un po’ meglio e sono interessanti, magari cercheremo di farli suonare.

A proposito di questo si dice spesso che l’ambiente musicale indipendente sia nel nostro paese piuttosto dormiente, anche se io credo che ci siano in giro tentativi di fare cose diverse, staccandosi da mode e luoghi comuni. Come la vedete?

C’è che non sono assolutamente aggiornata sulla situazione musicale italiana, ne abbiamo ascoltata sempre pochissima e appunto al di là delle band locali, che sono quelle degli amici o quelle con cui magari ci troviamo in giro a suonare, non sappiamo minimamente cosa sta succedendo in giro per l’Italia, quindi potrei dirti un sacco di cazzate!

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Artisticamente i Verdena a chi si sentono vicini oggi? Dì la prima cosa che ti viene in mente

Beh oggi abbiamo ascoltato il secondo disco dei Queens of the stone age in macchina, gran disco, ci siamo sentiti molto simili nella libertà di scrivere, di sviluppare la musica. Quel disco lì ha un sacco di cose che magari ci hanno anche ispirato. (Nel frattempo arriva Alberto, che ha appena finito di fare un’intervista nella stanza accanto e chiede a Roberta se può mangiare una mela – Se sei a stomaco vuoto sì! – risponde lei, ridiamo. – Sono diventata anche la consulente nutrizionista! – ridiamo ancora – Ndr).

Qualche riferimento cinematografico?

Ognuno ha i suoi gusti, quello che mette d’accordo tutti è sicuramente Ritorno al futuro! È quello con cui siamo cresciuti! Poi a me personalmente fa impazzire Lars Von Trier, però già un Alberto non sarebbe molto d’accordo (ride).

Influenze letterarie?

Non molto, Luca forse è quello che legge di più, io e Alberto non siamo grandi lettori, Alberto un po’ di più però ad esempio da quando ha famiglia, ha due figli, le sue letture sono magari le cose per bambini.

So che amate molto i Queen e che li avete riscoperti recentemente. Cosa amate di loro?

Sì Alberto li ha recentemente scoperti, a partire dal 2011. La coralità penso che sia la cosa che lo abbia colpito. Io li conoscevo già, li ascoltavo quand’ero bambina quindi facevano già parte del mio background, lui è rimasto colpito proprio dalla coralità, dall’utilizzo delle voci, dell’incastro, proprio da come sviluppava la voce Freddie Mercury, ed effettivamente… come dargli torto!

Intervista: Marco Salanitri

Foto: Simone D’amico

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