Afterhours: Io so chi sono tour live @Teatro Coppola

Constatare anno dopo anno come il tempo non abbia minimamente scalfito il vigore e l’energia di un live degli Afterhours ha quasi dell’incredibile. Se si considerano poi le tre decadi trascorse di attività ininterrotta, nove dischi in studio e una formazione in continua mutazione che ha alternato qualcosa come venti musicisti nel tempo allora tutto questo assume, per lo meno in Italia, connotati miracolosi. L’Io so chi sono tour non è dunque altro che una nuova conferma dell’ottimo stato di salute della band che ha da poco accolto nel suo organico Fabio Rondanini e Stefano Pilia (Massimo Volume), dopo le recenti defezioni dello storico batterista Giorgio Prette e di Giorgio Ciccarelli, un passaggio non certo indolore per la band.
Le due date catanesi al Teatro Coppola del 19 e 20 marzo hanno concluso un tour che ha riempito 18 teatri italiani, registrando molti eventi sold out, compresi quelli catanesi con i 400 posti andati esauriti in poco meno di due minuti tramite prenotazioni on line.
La prima delle due serate, quella che abbiamo seguito, comincia al meglio: la band prende posto sul palco, ma Agnelli non è presente, la sua voce arriva improvvisa dal fondo sala, chiara e vigorosa, intona a cappella proprio il brano che dà il nome al tour, Io so chi sono. E non a caso. Il tema prescelto è infatti quello dell’identità, in un paese violentato su più fronti che rischia di cancellarla. Agnelli raggiunge il palco, il resto della band comincia a suonare sulla seconda parte del pezzo senza risparmiarsi su volumi e amplificatori. Il suono è potente, orchestrale e ben amalgamato, le chitarre di Iriondo precise e taglienti, il basso di Dell’Era una cascata perennemente in distorsione, il violino di D’Erasmo fluido ed elegante, la batteria di Rondanini alterna potenza e minimalismo cronometrico mentre Pilia domina disinvoltamente chitarra elettrica e contrabbasso. Agnelli è il gran cerimoniere, in perfetta forma e istrionico come non mai, dà il meglio di sé quando interpreta i testi scelti come vere mini-piece teatrali. La prima è Indifferenti di Gramsci, accompagnata da una sequenza di sola batteria, un testo su cui non è facile misurarsi dato l’abuso fattone negli ultimi anni, ma su cui il cantautore milanese riesce a trovare una sua personale chiave di lettura dandone un taglio spigoloso, asciutto e brutale che mette i brividi. La seconda e ancor più convincente lettura è Moloch di Ginsberg, la cui riuscita è determinata dall’impeccabile accompagnamento di Iriondo a uno strano strumento a corde che sembrerebbe essere il famoso Mahai Metak, un cordofono di sua invenzione che produce sonorità industriali alla Einsturzende Neubauten, alternando minimalismo ad improvvise esplosioni metalliche che amplificano esponenzialmente la sanguigna interpretazione di Agnelli. La terza e ultima lettura, un brano di Pessoa tratto dal Libro dell’inquietudine, prosegue la sua indagine sull’identità: “E, se la vita è essenzialmente monotonia, in realtà quell’uomo è scampato alla monotonia più di me. E continua a sfuggire alla monotonia più facilmente di me. La verità non è sua e non è mia perché la verità non è di nessuno; ma la felicità è sicuramente sua”.
In mezzo scorre la musica, molti brani ripresi dal complesso e sperimentale Padania, come Spreca una vita, la canzone-manifesto Costruire per distruggere, le dilatazioni sperimentali di Metamorfosi con un Agnelli vicino come non mai a Demetrio Stratos, seppur segnato a tratti da qualche incertezza vocale, e ancora Terra di nessuno e l’intensa Padania, ballatona in perfetto old style Afterhours. Piacevoli sorprese arrivano, quasi in apertura, con le sensuali volute al vetriolo di Sulle labbra e col nichil-pop di Baby fiducia. C’è anche spazio per un omaggio a Nick Drake con A place to be, scelta non a caso per la sua vicinanza al tema identitario, eseguita in assolo voce e chitarra da Agnelli. Colpisce duro Il sangue di giuda, eseguita in tutta la sua potenza a pieni distorsori, così come il languido disincanto di Ballata per la mia piccola iena e il lacerante, denso crescendo de La sottile linea bianca che conclude la performance. Ma per l’inevitabile bis la band pensa a qualcosa di insolito e rientrando in scena si piazza in platea nel corridoio che divide le due ale del pubblico. A suonare in versione totalmente unplugged sono le note di Non è per sempre, Agnelli accenna appena il cantato e lascia che sia la platea ad esibirsi coralmente lasciando che la magia del momento faccia il resto. Arriva poi un’altra perla inattesa con Ossigeno, ripescata direttamente da Germi, che conclude il primo bis. Con la terza uscita Agnelli propone un’intensa cover al piano di Lilac wine più vicina alla versione di Nina Simone che a quella più celebre di Jeff Buckley. Segue un altro atteso regalo, ancora estratto da Non è per sempre, con Bianca, seguita da Riprendere Berlino. Il terzo ed ultimo bis propone un’elegante cover di Caroline says di Lou Reed interpretata dal vellutato timbro di Dell’Era. Il gran finale spetta a un’emozionale esecuzione di Quello che non c’è. Si riaccendono le luci, a fatica ci si riprende dal turbinio di sensazioni, ma si lascia il teatro con un senso di ebbrezza e gratitudine che si protrarrà per giorni.

Live report: Marco Salanitri

Foto: Simone D’Amico

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