Cesare Basile e i Caminanti live @Teatro Coppola: cronaca di un successo annunciato

Seguo Cesare Basile da ormai tre lustri, da quel 2001 in cui rimasi folgorato dal disco meraviglia che fu appunto Closet meraviglia. L’ho visto suonare negli anni svariate volte, seguendone il percorso artistico e la graduale evoluzione, a partire dai set più elettrici intrisi di blues noir di sapore caviano fino alle più recenti evoluzioni in bilico tra folk e tradizione popolare ma sempre animate da un pulsante cuore di nero blues. Tra tutte le performance seguite nel tempo tuttavia quella di mercoledì 25 marzo al Teatro Coppola, prima tappa ufficiale del nuovo tour con i Caminanti, rimarrà indelebilmente marchiata nella memoria come una delle migliori se non la migliore, fino ad ora per lo meno. Data che si conclude con un bel sold out, probabilmente non previsto, una manciata di ritardatari scontenti rimasti fuori e il più totale ludibrio dei presenti.
Il perché è presto detto, vuoi per la bellezza di un repertorio ormai sconfinato, giunto al nono disco in studio, Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più, da cui è facile pescare meraviglie anche scegliendo a caso. Vuoi per la superband composta da Simona Norato (Dimartino, Iotatola), Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Enrico Gabrielli (Afterhours, Calibro 35), a cui si aggiungono i fedelissimi musicisti di Basile Luca Recchia, Massimo Ferrarotto e Marcello Caudullo. Vuoi per la location del Teatro Coppola, da sempre patria del menestrello Basile, di tutti i ragazzi e le ragazze che quel posto l’hanno fortemente voluto e costruito con sacrificio e non di meno di un pubblico altrettanto fedele e partecipe. Non rimaneva dunque che accendere la miccia e far detonare il tutto.
E la miccia si accende col folk asciutto di Araziu Stranu, incipit dell’ultima fatica che è un attestato di stima a uno dei padri della canzone popolare siciliana e che ci rivela la direzione intrapresa dal Basile degli ultimi anni. Arriva subito uno dei gioielli del disco a tempi di valzer, Franchina, dove la band dà subito il meglio trasformandosi in una mini-orchestrina dagli echi caposseliani, tra i fiati di Gabrielli, il violino di D’erasmo e tutto il resto. Con la successiva Manianti il Coppola si trasforma in un cavernoso club di una città del Delta blues, note e ritmiche che si fanno gravi, dure e cadenzate, quasi ipnotiche, e l’atmosfera comincia a scaldarsi sul serio. Una breve pausa di delicato e alto lirismo con Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più prima di ricominciare col dirompente incedere di Parangelia scandito dal duro riff ai synth della Norato. Arriva poi la tragica epopea di Minni spartuti, eseguita con un’intensità che commuove, seguita da uno degli episodi più belli del penultimo omonimo disco, Nunzio e la libertà, ancora intriso di aspro e ruvido blues e il crescendo del ritornello che travolge. La scaletta procede fluida e Basile non si risparmia donando alla platea molti altri brani tra cui la lieve e toccante ballata U chiamanu travagghiu, Canzuni addinucchiata, estesa da un altro impetuoso crescendo finale, e il violento blues waitsiano di Strofe della guaritrice. Conclude una lettura tratta dal Discorso sulla servitù volontaria di Etienne De La Boetie, testo caro al movimento anarchico-disobbediente, che apre alla conclusiva Di quali notti per altri momenti di vibrante lirismo che si sviluppa tra l’intimismo della prima parte e la coralità strumentale della seconda degna di band come Wilco o Mercury Rev.
Arriva il primo richiesto bis da un pubblico acclamante con ancora cinque canzoni tra cui Fratello gentile, il più vecchio ripescaggio da Hellequin song, e un’eccelsa interpretazione di Questa notte l’amore a Catania. Si riaccendono le luci, la performance sembra davvero finita, ma a gran voce arrivano ancora richieste di bis, che non tarda ad arrivare con due ultime perle: Lettera di Woody Guthrie al giudice Thayer e La suonatrice di hammond, ultimo inatteso regalo ripescato proprio da Closet meraviglia che conclude la serata, è il caso di dirlo, proprio a meraviglia.

Live Report: Marco Salanitri

Foto: Simone D’Amico

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