Intervista ai Clustersun, catanesi alla conquista dell’America

CLUSTERSUN - Foto 1

“Eccetto Uzeda, non ricordo una band catanese che, presi armi e bagagli, si catapulta negli States per un tour di nove date. No, proprio non ricordo. E allora, forse, chissà, sarebbe il caso – sempre forse – di attenzionarli un attimo”.
Parole di Giancarlo Salafia, dj e storico promotore della scena underground etnea; la band in questione sono i Clustersun, esponenti di spicco di un trend che sta attraversando da mesi il nostro Paese: il ritorno a quel sound fatto di riverberi, di eco e distorsioni, fragoroso ed al contempo onirico, passato alla storia col nome shoegaze.
Salafia li ha voluti come ospiti della prima serata dell’Indie Concept 2015– l’annuale contest riservato ai gruppi siciliani emergenti – alla vigilia di un’avventura negli Usa lunga dieci giorni e che li vedrà protagonisti, tra gli altri, anche sul palco della newyorkese Bowery Electric.
L’Eretico ha voluto incontrarli per conoscerli da vicino.

Partiamo dalla curiosità più grande ed attuale: l’America; come ci si arriva?

Con una botta di c… micidiale! A parte lo scherzo, la nostra grande fortuna è stata catturare l’attenzione di Dave Allison, boss della indie label americana Custom Made Music (Peter Hook & The Light, Dead Leaf Echo, Ringo Deathstarr), che ci ha scovato su SoundCloud all’inizio della nostra avventura, grazie al primo singolo autoprodotto “Be Vegetal”, che avevamo pubblicato a giugno 2013 proprio sul noto portale di music sharing. Il brano gli piacque molto e ci contattò proponendoci di inserirlo in una compilation della sua etichetta che sarebbe stata distribuita a blog e magazine vari negli Stati Uniti, nonché trasmessa nel circuito della radio universitarie americane. Un evento del genere ha aiutato non poco sia in termini di autostima che di istantanea diffusione del progetto. Infatti, cavalcando questa onda, subito dopo abbiamo firmato il contratto per la pubblicazione del nostro primo album “Out Of Your Ego” con la Seahorse Recordings di Paolo Messere (Ulan Bator, Blessed Child Opera). Uscito l’album Dave ci ha aiutato con la promozione all’estero, che ci ha riservato riscontri eccezionali: una intera estate di airplay su DKFM Radio (principale emittente shoegaze mondiale) con “Floating”, recensioni importanti come quella sul leggendario Big Takeover Magazine (scritta di pugno dal fondatore della rivista, il guru Jack Rabid) o ancora la premiere del videoclip per il primo singolo “Hipgnosis” sul sito americano Ghettoblaster, la partecipazione alla compilation internazionale REVOLUTION – The Shoegaze Revival, uscita per Ear To Ear Records (UK) e Gerpfast Kolektif (Indonesia) etc. Tutto questo ha fatto sì che il buon Dave ci proponesse un tour di nove date nel nordest statunitense, con tappe a New York, Boston, Philadelphia, Lancaster, Bethlehem, Lowell. Mancano pochi giorni alla partenza e ancora non ci sembra vero!

Vi sentite pronti? Suppongo l’eccitazione sia accompagnata da un pizzico di tensione, non capita spesso un’opportunità di questo genere!

Adrenalina ed eccitazione sono all’ennesima potenza, e più che tensione avvertiamo un senso di forte responsabilità per l’incredibile privilegio che ci è stato concesso: un’occasione unica, e vogliamo dimostrarci all’altezza. Siamo la terza band shoegaze italiana ad approdare oltreoceano dopo Be Forest, Brothers in Law e Soviet Soviet, e l’unica proveniente da Catania dopo la leggenda Uzeda. Partiamo comunque con grande consapevolezza ed entusiasmo, confortati anche dalle belle sensazioni ricavate dall’ultimo live a Catania, al Centro ZO.

Voi siete riconducibili a quel filone di revival shoegaze che sta portando diverse altre band italiane a farsi notare all’estero – lampante l’esempio dei Be Forest. Dato anche il recente ritorno sulle scene dei portabandiera My Bloody Valentine, Slowdive e Ride, credo non sia sbagliato parlare di “moda di ritorno”. Come ve lo spiegate, a più di vent’anni dai fasti di Loveless? Credete che il ferro possa rimanere caldo ancora a lungo?

Sicuramente dopo anni in cui questo genere e queste sonorità sembravano essere uscite dal cono di luce, adesso stiamo assistendo ad un momento di grande rilancio, trainato appunto dagli splendidi ritorni delle band capostipite e da una nuova ondata di gruppi in tutto il mondo, così come in Italia, che portano avanti le coordinate stilistiche dello shoegaze, provando anche ad innovarne la portata. La nostra percezione, comunque, è che in realtà lo shoegaze non sia mai tramontato, ma semplicemente abbia goduto di minore esposizione ed hype rispetto ad altri; il suo culto e soprattutto l’influenza dispiegata in tutti questi anni non è mai venuta meno, pur scorrendo in maniera carsica. È un concetto descritto meravigliosamente nel bellissimo film-documentario “Beatiful Noise” di Eric Green, che proprio riferendosi alle band della scena shoegaze a cavallo tra gli ‘80 e i ‘90 chiosa: “Forse non hanno venduto milioni di dischi, ma ogni persona che li ha ascoltati ha messo su una band”.

Tra tutte le band della scena, voi siete probabilmente tra le più atipiche. “Hipgnosis” non è il classico singolo che ci si aspetterebbe da un gruppo shoegaze. La vostra musica sembra attraversata da correnti molto diverse, potreste raccontarci qualcosa del vostro background?

Verissimo, shoegaze e dreampop sono sicuramente le nostre coordinate di suono primarie, ma come giustamente notato andiamo pazzi anche per le sonorità fredde, angolari ed ottantiane della new wave così come per certe atmosfere lisergiche e dilatate proprie della psichedelia. Il nostro obiettivo è proprio quello di coniare un linguaggio espressivo personale, in grado di ibridare tutte queste influenze, che costituiscono il nostro personale bagaglio di ascolti, senza farci inquadrare semplicemente in una casella circoscritta.

A questo punto vi chiedo di tirar fuori un nome a testa, un riferimento determinante per la vosta formazione musicale.

Proviamo a barare, e invece di un riferimento a testa andiamo con un minestrone condiviso da tutti e quattro che annovera Beatles, Pink Floyd, Velvet Underground, Joy Division, My Bloody Valentine, Slowdive, Ride: questa è la spina dorsale musicale sulla quale ci siamo formati.

Assistendo alla vostra performance sul palco dello Zo, ho avuto la netta sensazione che dal vivo il vostro sound tenda ad aprirsi, diventando più arioso ed atmosferico, in contrasto con quello più asciutto – direi analitico – presente in “Out of Your Ego”. Sono state scelte consapevoli o c’è un’evoluzione in corso?

Impressione giustissima. I brani dell’album sono nati e sono stati registrati con una chiave estetica che tendeva al minimalismo e all’essenzialità, anche nei momenti più fragorosi o eterei. Appena chiusa la parentesi di “Out Of Your Ego” i nuovi pezzi su cui abbiamo cominciato a lavorare, che peraltro già proponiamo dal vivo, si sono sviluppati con un approccio sonoro decisamente più stratificato, appunto più avvolgente, e soprattutto più muscolare. Detestiamo rimanere fermi o reiterare una formula quindi, pur mantenendo le nostre caratteristiche sonore primarie, stiamo declinando i canoni espressivi in maniera nuova. Anche i brani di “Out Of Your Ego”, nelle versioni dal vivo, suonano quindi diversi e più impattanti. Stiamo mutando pelle, sì.

Catania sta tornando a vivere una stagione musicale importante, con tanti live in programma ogni mese e l’imponente cartellone dello Zanne Festival in arrivo a Luglio. Non so se vi troviate d’accordo con me, ma ho comunque l’impressione che, viceversa, ci sia ancora una sorta di diffidenza nei confronti delle realtà locali…

Assolutamente, Catania sta pian piano rinascendo sul piano della proposta culturale con tanti eventi live, Zanne Festival che si sta imponendo come una delle kermesse più rilevanti in Europa e in generale con una fame di buona musica. Purtroppo il discorso è valido per chi viene da fuori; infatti a fronte di un panorama locale comunque ricco di band validissime, sembra poi che l’interesse e la curiosità precipitino drasticamente allorquando si tratta di andare ad ascoltare conterranei che rischiano con musica propria. Conseguentemente anche i locali danno ormai meno spazio ad artisti con materiale inedito privilegiando cover band, tributi e dj set. La nostra stessa esperienza è emblematica, è stato più facile guadagnarsi un tour negli Stati Uniti piuttosto che infilare tre date ravvicinate in Sicilia. La logica un po’ provincialotta del nemo propheta in patria, qui trova massima espressione.

Proprio parlando di gruppi emergenti della zona, c’è qualcuno per cui provate particolare stima e che vorreste in qualche modo sponsorizzare?

Adoriamo letteralmente The Crackers, eccellente quartetto post-punk di Ragusa, e i concittadini A Modern Way To Die, che fanno wave e shoegaze di grandissimo livello e sono pure compagni di etichetta in Seahorse Recordings; con entrambi abbiamo avuto il piacere e l’onore di condividere il palco in più occasioni, sono musicisti e persone eccezionali. A brevissimo poi uscirà sempre per Seahorse l’album di debutto dei Parbat, talentuosissimo trio math-rock catanese, peraltro registrati e mixati dal nostro Piergiorgio Campione: da tenere davvero d’occhio, faranno il botto!

Progetti in cantiere? Cosa bisogna aspettarsi dai Clustersun dopo la trasferta americana?

Tornati dal tour contiamo di programmare qualche data estiva in Italia e magari in Europa. Poi sempre in estate cominceremo a registrare le tracce per i brani nuovi e metteremo in cantiere il secondo album, che speriamo di fare uscire nei primi mesi del 2016.

Claudio Litrico

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...