L’Eretico incontra Manuel Agnelli, Rodrigo D’Erasmo, Cesare Basile: La nostra rivoluzione è fare cultura

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Un sodalizio ormai indissolubile quello tra Afterhours e Cesare Basile, nato un po’ di anni fa grazie all’incontro in Mescal e rafforzatosi nel tempo per la condivisione di percorsi, ideali e battaglie. La conferenza-incontro con Manuel Agnelli, Rodrigo D’Erasmo e Cesare Basile, tenutasi al Teatro Coppola nella mattina di giovedì 19 marzo, è stata un’occasione molto interessante per approfondire queste tematiche e scoprire un Basile e un Agnelli condividere posizioni spesso simbiotiche, talvolta dialettiche ma sempre aperte ad un confronto costruttivo e lungimirante. Si comincia a parlare delle due date catanesi generosamente elargite dagli Afterhours alla città, venuti a suonare a zero cachet e decidendo di destinare parte del ricavato a sostegno del Campo San Teodoro Liberato a Librino, altra importantissima realtà catanese in ambito di spazi occupati o, sarebbe più corretto dire, restituiti alla città. Sulla questione Agnelli è un fiume in piena:

Abbiamo cercato di venire al sud a portare questo tipo di concerto e non c’è stata l’occasione perché è effettivamente un concerto costoso e quando vai in teatro, dove c’è anche un affitto abbastanza alto, produce dei biglietti comunque alti. Molti promoter qua non se la sono sentita di provare a mettere in piedi una cosa del genere, nello stesso tempo noi abbiamo ricevuto diverse sollecitazioni dal nostro pubblico che sembravano sottintendere che non volevamo venire perché snobbavamo il sud, questa è una storia molto vecchia che viene fuori ogni volta che facciamo un tour. Molta gente non si è in realtà neanche accorta che siamo venuti recentemente qua in Sicilia, però diciamo che piuttosto che venire qui a fare una data con mezza produzione, dando dei soldi a un promoter che non si sentiva di rischiare e che forse avrebbe anche potuto perderci dei soldi, abbiamo pensato di venire qua per le spese a fare una cosa per una struttura fatta di persone che abbiamo appoggiato da sempre, con le quali condividiamo gran parte delle loro posizioni e quindi a fare una cosa più utile che altro. Diciamo che quando possiamo cerchiamo di usare il nostro piccolo megafono per spingere e appoggiare le realtà in cui crediamo. Due date perché il teatro è piccolo, sapevamo che ci sarebbe stata tanta gente e quindi una data sola avrebbe scontentato troppe persone, sappiamo che i biglietti sono stati venduti in 3 minuti (“1 minuto e 50 per la verità” sottolinea Basile – Ndr). Anche questo è un fenomeno interessante perché le prevendite per un gruppo come noi di solito latitano e vendere 400 biglietti in 1 minuto e 50 non è indifferente, per noi è un segnale forte. Noi abbiamo fatto un tour adesso davanti a 500, 1000, 1500 persone, quindi teatri piccoli per noi, e comunque le prevendite sono aumentate soltanto a ridosso delle date. Sicuramente avere un sistema on line per i club che potesse vendere i biglietti direttamente dal promoter al pubblico potrebbe facilitare e aumentare di molto l’affluenza ai concerti.

Di certo il Teatro Coppola è un chiaro esempio di ritorno alla filosofia del Do it yourself, ma Agnelli si mostra scettico sulla possibilità di un ritorno reale a tale modus operandi:

Io sono proprio legato, a livello di filosofia di vita, a quel modo di produrre le cose, ma non lo vedo realizzato praticamente intorno a me. Ci sono degli esempi e il Coppola è uno di questi, però vedo che nel nostro ambiente in generale certi discorsi hanno perso di contenuto, ci sono termini che sono stati fagocitati più dal trend e dalla moda che da un modo vero di vivere quei valori. Io non ho smesso di credere in quelle cose, ho smesso di credere di poterle realizzare secondo un percorso, che prima era molto chiaro, di prese di posizione nella mia vita personale, sono sicuramente sceso a dei compromessi molto grandi. Poi l’equilibrio fra il rimanere te stesso e fedele a certi valori e avere i mezzi per poterli portare in giro è molto difficile da mantenere perché è chiaro che tu credi in questa cosa ma chi ti mette i mezzi a disposizione non se ne cura, sono tutti uomini d’affari. La maggior parte delle volte abbiamo avuto la presunzione di pensare di esserci riusciti, qualche altra volta non è riuscito e quindi siamo stati fagocitati e usati. Però fallire fa anche parte di un certo tipo di percorso, se non rischi non produci nessun tipo di risultato e penso che la maggior parte delle persone che alla fine non scelgono di rischiare fanno male più di quanto ne facciamo noi.

Gli fa eco Basile condividendo e, se possibile, rincarando la dose:

Io penso che in questo gli Afterhours sono sempre stati molto coerenti ad avere questa sorta di doppio passo, perché hanno sempre lavorato con delle realtà che non è fuori luogo dire che fanno parte dell’establishment, però a volte, come diceva Manuel, sono riusciti a usarle per raccontare anche quello che succede fuori dall’establishment. D’altro canto non significa che le occupazioni di luoghi come il Teatro Coppola siano l’altra unica strada possibile. Secondo me la questione sta nel fatto che paradossalmente molti di quelli che giocano a fare i duri e i puri poi invece da questi posti non ci passano, per cui personalmente mi interessa molto di più condividere una parte del percorso con un gruppo che ha queste due marce come gli Afterhours che non con persone che ideologicamente professano vicinanza e nei fatti poi fanno azienda, perché poi la questione è sempre quella, il pensiero aziendale che noi proviamo a combattere. Anzi non direi neanche combattere, credo che la parola giusta sia sottrazione: quando fai un’esperienza come quella del Teatro Coppola fondamentalmente provi a sottrarti a dei meccanismi, questo è quello che stiamo facendo e non è necessariamente la cosa più giusta in assoluto da fare, è una strada, è un laboratorio ed è un esperimento.

L’onda degli spazi occupati, dopo lo sprint iniziale di qualche anno fa, sembra aver subito una battuta d’arresto, almeno temporaneamente, questo non invalida ciò che queste esperienze hanno segnato nel panorama e nel dibattito culturale del paese, elemento che Agnelli tiene a rimarcare:

Queste esperienze rimangono e sono esempi anche di un altro modo di portare la cultura in giro. Al di là dell’esperienza politica in sé a me interessa tanto l’esperienza culturale che poi è quella sociale. Quindi per noi è facile frequentare un posto come il Teatro Coppola al di là dell’ideale che rappresenta proprio perché è facile trovarci le persone con le quali poi puoi condividere le discussioni e non per forza pensarla alla stessa maniera, ma questo è un laboratorio dove si sperimentano anche delle idee quindi qua ci vieni anche per arricchirti discutendo. Non sono pochi questi posti, però sono pochi rispetto a quanti ce ne dovrebbero essere. Poi c’è la parte culturale, artistica, musicale, anche quello è sicuramente un aspetto al quale ci sentiamo molto vicini perché molti dei protagonisti suonano, per cui ci troviamo, collaboriamo, registriamo insieme, però non siamo legati da nessun tipo di obbligo, c’è chi entra, c’è chi esce e questo mi piace molto perché nel nostro ambiente invece ultimamente ci sono troppe regole, è diventato una gabbia asfittica dove fra l’altro le regole sono più estetiche che etiche e riguardano più il suono della chitarra o cose simili. Sono discorsi vuoti, inutili. Si parlava di libertà prima di tutto, ma la libertà nel nostro ambiente è venuta a mancare e io non mi ci riconosco più, spesso mi sento criticare da persone che lavorano sotto padrone, loro ritengono di fare musica liberamente però poi come persone voglio capire cosa possono dire della loro vita visto che lavorano per qualcun altro seguendo delle regole e dovendone rendere conto. Io credo sia importante prendere posizione, magari sbagliando, però questa paura di sbagliare ormai è diventata una cosa terribile per la nostra società. Ce la incutono in tutti i modi perché è un disegno, quindi la gente fa molta più fatica a pensare che l’impegno possa essere una cosa quotidiana e non per forza pesante. Io penso che invece prendere posizione sia una cosa naturale dell’individuo ed è un’abitudine che abbiamo perso, più che altro abbiamo perso la responsabilità di farlo mettendoci la faccia con internet (che io detesto), ormai si è creato un meccanismo per cui uno pensa di partecipare da casa con i like e in realtà diventa totalmente innocuo perché a casa sei innocuo mentre in piazza, fisicamente, sei pericoloso. Allora questa disabitudine a riunirci fisicamente secondo me non è casuale. Per dirla grottescamente credo che internet sia l’eroina degli anni 10, così come l’eroina negli anni 70 ha annullato una generazione che lavorava per la consapevolezza rendendola completamente innocua, internet è la stessa cosa, ci ha dato l’illusione di democrazia orizzontale, siamo tutti uguali, possiamo comunicare con il presidente Clinton, possiamo dire tutti la nostra, ma la verità è che poi rimaniamo a casa sul divano a criticare tutto e tutti, non produciamo un cazzo, non ci mettiamo la faccia, non siamo più pericolosi. Poi così come l’eroina potenzialmente è una droga fantastica anche internet è un mezzo fantastico e chiaramente l’invenzione non è criticabile, è il modo in cui la usa la gente ad essere pericoloso, anche internet ha dato luogo a delle dipendenze vere e proprie. I ragazzi forse sono quelli che hanno la speranza di abituarsi a questo modo di comunicare e a usarlo correttamente.

Basile: Poi credo che comunque c’è un disegno per tenere le persone lontano dalle strade, cioè dalla vita reale rispetto quelli che sono i bisogni, le esigenze, le urgenze che sembra poter assolvere partecipando eventualmente a un dibattito. Per quelli che non lo fanno, cioè per chi le piazze le frequenta, alla fine vengono adottati dei provvedimenti abbastanza discutibili come quello di Palermo di accusare di associazione a delinquere per degli scontri di piazza, che è una cosa agghiacciante, non è assolutamente ipotizzabile un’imputazione per associazione a delinquere per dei ragazzi che vanno in strada. Questo significa incutere nelle persone la paura di esprimere il proprio pensiero, e non è complottismo il mio, chiaramente è una società addomesticata quella che stiamo vivendo.

Agnelli: Quello che la storia dimostra è che dove arriva la cultura diminuisce la criminalità, a New York negli ultimi dieci anni alcuni ghetti come Williamsburg, Park Slope, Bushwick sono stati trasformati in luoghi di grandissimo interesse culturale con delle facilitazioni per chi apriva attività a livello culturale per cui, portandoci la vita, si sono risolti interi quartieri grossi come le nostre città. Anche a Milano alcuni quartieri come Lambrate sono cambiati radicalmente, poi ci saranno dentro anche interessi economici però è un’opera di bonifica. Vogliono invece far passare il messaggio che con l’ordine, la disciplina e la polizia si risolva il problema della criminalità, ma gli stessi magistrati come Borsellino dicevano che non bastano tutti i carabinieri per risolvere i problemi della criminalità..

Basile: Sciascia diceva che per risolvere il problema della mafia ci vogliono maestre, maestre di scuola. Io vorrei riprendere anche un attimo il discorso di Manuel sui quartieri a rischio. Come sapete parte dei contributi che verranno raccolti in queste due settimane andranno al Campo San Teodoro di Librino, tutti noi sappiamo che tipo di quartiere è Librino, però l’esperienza del Campo San Teodoro ci dimostra che anche lo sport, che comunque è una forma di cultura, in una realtà completamente disagiata, determina dei cambiamenti perché quei ragazzini non dico che si sottrarranno a un futuro certo di malavita ma stanno scoprendo che esiste anche altro, per cui probabilmente avranno occasioni per scegliere. Secondo me è importante intervenire non con il controllo ma con le possibilità.

Fare cultura in una città come Catania, in cui capita anche che un pezzo di circonvallazione venga letteralmente occupata per organizzare una corsa di cavalli clandestina, non è certo una passeggiata, ma su questo Basile sembra avere le idee piuttosto chiare:

Quando parliamo di Catania la dipingiamo come una città provinciale, io non credo che sia così, credo che ci siano tanti ragazzi e ragazze che invece soffrono la gestione di questa città proprio perché i loro pensieri non sono provinciali. La gestione è sicuramente provinciale, ma come dicevamo prima, c’è un concetto di amministrazione che si basa fondamentalmente su un rapporto di padrone e vassallo e tutto questo serve a legittimare e determinare delle scelte economiche, da sempre a Catania. I tre quarti dei quartieri popolari esistenti sono fondamentalmente serbatoio di voti per il miglior offerente, difatti a Catania le elezioni non sono mai determinate dalla borghesia ma dai quartieri popolari che devono rimanere emarginati, nella logica comune, perché in tal modo puoi giocare le tue promesse come arma di scambio per il voto. La questione è quindi sempre quella del falso rapporto tra amministratori e cittadini, questo è il nodo che secondo me si andrà a sciogliere prima o poi in un senso o nell’altro, cioè o arriveremo al completo vassallaggio o si dovranno rimettere in discussione determinati rapporti. Le periferie stanno prendendo d’assalto il centro della città e io dico che hanno mille buoni motivi per farlo, provocatoriamente direi che si riprendono uno spazio che gli è stato negato per tanti anni, chiaramente neanche a me fa piacere vedere una corsa di cavalli alla circonvallazione, però tutta la gente che si accorge di questa cosa non va oltre l’episodio, perché quella è soltanto la manifestazione di un lavoro che è stato fatto dai tempi dello sventramento di San Berillo a oggi: creare masse da spostare in base agli interessi economici di chi governa la città non politicamente ma con gli investimenti.

Si torna poi a parlare con Agnelli dell’ultimo tour degli Afterhours, conclusosi proprio con le due date catanesi al Teatro Coppola, che la band ha scelto di dedicare al tema dell’identità.

Agnelli: Abbiamo scelto questo tema perché siamo un paese che si sta ridefinendo. Da una parte siamo obbligati dagli eventi a ridefinirci, dall’altro la gente non ha ancora accettato che le cose stanno cambiando e quindi c’è una rabbia sorda in giro perché tutti vogliono mantenere l’Italia alla quale erano legati ed è grottesco per noi perché non c’è mai piaciuta quell’Italia, per cui è vero che la crisi è tremenda ma è anche una grossa occasione di cambiamento. Gli Stati Uniti hanno fatto entrare la creatività nel Pil, non è più una cosa da new agers segaioli, finalmente sta per essere presa in considerazione una cosa centrale nella vita delle persone. In Italia abbiamo sempre avuto delle eccellenze da questo punto di vista, per cui siamo portati a prendere quel tipo di direzione. L’Italia se vuole mantenere un’identità come popolo, come terra e come nazione sicuramente deve rappresentare qualcosa di utile per il resto del mondo, per cui dobbiamo ridefinirci. Questo succederà in un modo o nell’altro o verremo fagocitati da qualche altra macroregione ed è una cosa che non mi auguro, non voglio finire, con tutto il rispetto, come l’Egitto, con i monumenti, il Mar Rosso, un certo tipo di turismo, però di fatto poi una regione che non ha un’identità politica per poter dire la sua al resto del mondo, lo dice all’interno di un’area geografica, ma l’Italia finirà anche peggio di così o finirà ad essere un paese satellite. Per fare questo ci vuole una presa di coscienza notevole e anche un coraggio non indifferente, però io girando mi accorgo che gli amministratori locali in molte città d’Italia già hanno questo pensiero e stanno convertendo le spinte in quella direzione. Per cui io la vedo come un’occasione, lo so che il mio è un pensiero molto soggettivo e anche molto egoista, però non credo che sarebbe stato possibile un cambiamento così grande senza uno sconvolgimento grande, anche perché poi questi sconvolgimenti producono una forza uguale e contraria, tutte le rivoluzioni troppo cruente e troppo veloci producono una controreazione. Il cambiamento vero lo puoi fare probabilmente nel tempo in modo molto costante, ma anche lavorando localmente, ho visto che così facendo qualcosa si ottiene quindi questa è la politica che mi interessa di più.

Parlando di gestione locale è inevitabile non arrivare ad affrontare la questione inerente le strutture e la loro relativa gestione spesso purtroppo carente e inadeguata.

D’Erasmo: Il problema riguarda più i gestori dei locali che le strutture in sé, cioè il tipo di programmazione che ci metti dentro, la cura che hai tu stesso del tuo spazio, si vedono nascere dei club che sono ben messi e nel giro di cinque anni sono da buttare via. La gestione dei materiali, per esempio nel caso dell’Angelo Mai a Roma di cui sono stato sempre parte fin dal principio: lì c’è stato un lavoro di investimento che non ho mai visto fare in alcun locale, partendo da zero e solo con quello che entrava con l’incasso delle serate. Se ci sono riusciti loro capisci che con un altro tipo di investimento alle spalle si potrebbero fare grandi cose, sta di fatto che l’angelo Mai l’ho visto crescere in maniera esponenziale nel giro di 3-4 anni soprattutto con una manutenzione e una cura dello spazio autentiche, forse perché quando le sudi le cose ci stai più attento.

Agnelli: Ci sono molte persone che hanno iniziato con passione nella cura dei posti, facendoli crescere e insieme ad essi una scena che per un po’ è stata anche vitale e reale. Rodrigo parlava dei gestori dei locali, purtroppo gli uomini di un’intera generazione si sono convinti di poter essere uomini d’affari e nello stesso tempo poter rimanere in un certo tipo di ambiente per cui organizzare i nostri concerti, questa è una contraddizione! Diventa uomo d’affari in tutto e per tutto, il Velvet a Rimini ha fatto così, organizzando i rave e la discoteca per ragazzini il sabato sera e poi quando vogliono si fanno il concerto che vogliono loro, organizzato coi controcazzi perché hanno i mezzi per poterlo fare che si sono andati a procurare altrove. In Italia c’è sempre stata questa contraddizione (noi ne siamo anche parte): da una parte vogliamo fare cultura, dall’altra vogliamo vivere e fare i soldi con la cultura che produciamo. Per me non c’è niente di male a fare i soldi con la cultura però usarla come scusa per giustificare una situazione professionale che non funziona no e quindi delle due l’una, o sei un bravo uomo d’affari e allora fai del bene anche alla cultura oppure se la usi come scusa per produrre quei quattro soldi che devi produrre sfruttando le altre persone allora questa cosa non sta in piedi. Purtroppo molti di questi, partiamo dal “siamo tutti compagni negli anni 70” (per cui non ti pagavano per quello), alle cooperative, esperienza abbastanza drammatica che abbiamo fatto prima di essere conosciuti, dove ti pagavano una volta su tre, parlavano di legalità ma era tutto in nero. Al concerto del primo maggio a Roma quando c’è stata la giornata della legalità e della sicurezza sul lavoro erano tutti in nero, ecco quella giornata è stata l’emblema dell’Italia e della sua ipocrisia. Purtroppo il pubblico non è informato fino in fondo e quindi spesso prende delle posizioni venendo manovrato o per menefreghismo. Per cui prendere posizione sì, ma con responsabilità.

Nonostante i problemi di ordinaria amministrazione in cui una band si imbatte quotidianamente gli Afterhours hanno ormai raggiunto una carriera quasi trentennale e non sembrano tuttavia accusare la minima stanchezza.

Agnelli: Il nostro ambiente è molto giovanilista, però se pensiamo al blues, al Delta, vediamo che questi fino a che non sono schiattati hanno continuato a suonare! Io voglio fare così, rompere i coglioni finché non schiatto, spero il più tardi possibile! (ride) Gli Afterhours sono un’anomalia perché è uno stesso progetto che dura da tantissimo tempo, è stato un vantaggio fino a un certo punto, perché avere una stabilità nel nome ti aiuta a livello di comunicazione ed è stato un vantaggio anche perché ha attirato interesse artistico da parte di altri musicisti, alla fine non siamo proprio una piattaforma però la gente viene a suonare con noi perché apprezza le cose che abbiamo fatto in passato e un po’ perché è un progetto interessante che ti dà anche la possibilità di realizzare delle cose, di fare un tour pensato in un certo modo, girare per certi posti, fare dei dischi in un certo modo. Per periodi anche molto lunghi è stato anche un grosso svantaggio perché siamo diventati quasi un gruppo azienda, venti persone delle quali poi uno ha la responsabilità e quindi ogni volta che devo prendere una decisione devo sempre pensare a quale effetto poi avrà sullo stipendio di tizio, di caio, sulla sua famiglia, e per un po’ io mi sono fatto dei dubbi molto grossi sul fatto di cambiare le cose perché questo avrebbe coinvolto le persone direttamente. È successo che quando i rapporti si sono disgregati a livello umano, al punto che le persone hanno cominciato a lamentarsi pesantemente della loro posizione, per me è stato più facile non avere sensi di colpa e quindi mettere fine al gruppo azienda, che è durato parecchi anni. Non significa che non abbia prodotto cose belle musicalmente, abbiamo fatto uno dei tour più belli della nostra storia con questo clima, il primo tour americano nel 2006 è stato indimenticabile in questo senso, perché ci ha messo davanti a una realtà non troppo diversa dalla nostra: quello è un continente, puoi vivere suonando ogni giorno, ma i locali puzzano di vomito tanto quanto i nostri se non peggio, i fili sono attaccati con lo scotch e i chiodini sul muro, la sicurezza è tutto stoffa, legno e stucchi – Basile: “Stai parlando del Teatro Coppola ovviamente” (grasse risate – ndr) – per cui tante cose sono leggenda. Lì ci siamo resi conto che è l’atmosfera che è diversa, dove ti spingono verso l’alto e non ti tirano giù nel fango e se fai qualcosa tu vuol dire che forse possono farlo anche loro mentre qua invece se l’hai fatto c’è sotto qualcosa. Però insomma alla fine posso dire che in questi 30 anni mi pento di tantissime cose perché il fine ultimo per me era trovare del benessere nella musica, ho trovato un sacco di stimoli e di eccitazione ma poco benessere.

E se gli Afterhours sono alla soglia del loro trentesimo compleanno anche il Teatro Coppola, rimasto tra le poche esperienze superstiti in ambito di teatri occupati, celebra orgogliosamente il suo terzo anno di attività.

Basile: Tre anni, sinceramente pensavamo di sbrigarci prima, questa è la cosa che ci diciamo continuamente e non abbiamo remore a farlo. Invece siamo ancora qua e lo sforzo quotidiano è quello di non essere intrappolati da quest’esperienza. Forse, dal punto di vista dei rapporti di forza con le amministrazioni, ha giocato a nostro favore il fatto di essere subentrati alla fine di un’amministrazione, a ridosso di nuove elezioni e con l’inizio di un nuovo percorso amministrativo abbastanza confuso. E poi hanno cose più importanti a cui pensare e quindi non si confrontano con lo sgombero del teatro. Ma al di là di questo, che è un dettaglio, per noi l’importante è stato entrare ed è stato comunque cominciare a raccontare che c’era una parte di questa città che voleva vivere la città in maniera diversa. Sicuramente, lo abbiamo detto più volte e lo ripeto, noi siamo entrati qui con delle rivendicazioni che erano legate a una categoria particolare che è appunto la categoria degli artisti o di poeti che lavoravano attorno al mondo dello spettacolo e fortunatamente siamo riusciti a uscirne subito da questa cosa qua, abbiamo cominciato a pensare il posto come un luogo di condivisione sociale, continuando a fare il nostro mestiere ma provando a liberarci da quelli che sono i limiti degli artisti, innanzitutto l’autoreferenzialità. Questo posto non so quanto altro tempo durerà ma oggi come esattamente tre anni fa comunque abbiamo innescato una discussione e il fatto che questa non riguardi le amministrazioni per noi non è un problema anzi ci rende felici. La cosa secondo me importante è che a Catania dopo l’occupazione del Teatro Coppola nel bene e nel male si è ricominciato a parlare di spazi e a poco a poco le persone hanno cominciato a prenderseli, ognuno a suo modo e con caratteristiche diverse, il campo San Teodoro è un’esperienza, la palestra di Piazza Lupo è un’altra esperienza, completamente diversa da noi, loro cercano un dialogo con l’amministrazione ma questo non significa che loro sono migliori o peggiori di noi, sono modi di declinare dei bisogni e questo è il senso di spazi del genere. Organizzarsi sui bisogni e costringere non tanto le amministrazioni ma la città a confrontarsi.

Questa bella conferenza si conclude con una domanda che rivolgo ad Agnelli e Basile riguardo i loro diversi modi di porsi nei confronti di una struttura come la Siae, il primo attraverso il progetto “Più musica live”, tentativo di instaurare con essa un dialogo costruttivo e lungimirante, il secondo in aperta e diretta polemica, a partire dall’ormai celebre rifiuto del Premio Tenco fino alla recente scelta di non porre sotto tutela Siae le canzoni dell’ultimo disco. Ne scaturisce un bel botta e risposta che merita di essere riportato integralmente e che evidenzia due posizioni molto diverse ma forse animate dallo stesso spirito di cambiamento.

Agnelli: Proprio oggi è in corso l’elezione del nuovo presidente Siae, voci dicono che Filippo Sugar potrebbe essere eletto nuovo presidente. Filippo Sugar in questi ultimi mesi è stato il nostro referente per le discussioni sulla funzione che la Siae potrebbe avere in futuro. La Siae è un organismo italiano gestito malissimo, con dei baroni locali che hanno condizionato moltissimo non solo l’attività ma l’immagine della Siae stessa, ma essenzialmente è una struttura italiana che è in attivo e di parecchi milioni di euro. La Siae e il diritto d’autore sono due cose diverse, il diritto d’autore è il diritto inalienabile che ha chiunque produca qualcosa a livello di creatività, la Siae è l’organismo che dovrebbe regolarlo in Italia. La Siae fino adesso è stata gestita in maniera criminale, però rottamarla aprirebbe secondo me l’Italia a un’invasione di altre realtà apparentemente democratiche ma che in realtà sono solo emanazioni di grossi gruppi finanziari. In Europa, soprattutto in Italia, gridiamo tutti alla democrazia totale con Wikipedia e Google non pensando che questi due gruppi sono i prodotti di un altro tipo di economia americana che viene a imporci il proprio modo di diffondere le notizie, controllandolo. Attenzione che queste società che arrivano spesso non sono pulite a livello etico, quelle pulite comunque non sono in grado di sostituire la Siae nella gestione dei diritti, possono farlo ma fino a un certo punto, ad esempio Soundreef, che è una delle più grosse, può gestire soltanto gli aventi diritto al 100%, per cui se io ho tutti i diritti sulla mia canzone perché l’ho scritta e composta allora mi può gestire, ma se io e Cesare abbiamo due editori diversi Soundreef non ci può più gestire, per cui capite che si crea un grosso caos. Ancora peggio è il collecting, cioè riuscire raccogliere tutti i soldi destinati agli aventi diritto e poi ridistribuirglieli, la Siae è stata criticatissima per questo, perché si dice che non faccia i lavori capillarmente e probabilmente è vero. All’estero esiste una sola società di collecting che raccoglie tutti i fondi e li ridistribuisce, altrimenti diventa un macello e in Italia al momento la Siae rimane l’unica struttura che può fare questa cosa capillarmente per tutti. Filippo Sugar è, tra gli elementi della Siae che abbiamo incontrato, quello più aperto a una sua ridefinizione in toto, quindi a cominciare dalla struttura. Le votazioni saranno on line in futuro, vuol dire che la gente non dovrà più andare a Roma quindi potranno votare tutti da casa e quindi aumenteranno gli aventi diritto al voto e coloro che ne decideranno il consiglio di amministrazione. In più i soci sotto i 30 anni non pagheranno più la quota associativa, questa è una spinta a diventare socio, a non fare più il mandato, perché se sei socio hai diritto al voto. Noi stiamo spingendo perché la Siae approvi un forfait per le manifestazioni al di sotto delle 200 persone. Ad un grosso cambiamento io non ci credo, credo invece in una ridefinizione amministrativa della Siae che porti la struttura ad essere amministrata in maniera legittima e legale. È anche vero che siamo in Italia e anche gli aventi diritto non sono puri e hanno quindi contribuito ad alimentare il malcostume della Siae, molti dei quali hanno mangiato sopra le imperfezioni della gestione, molti di loro non vivono di musica, molti autori fanno altri lavori e quindi non gliene frega un cazzo, è questa la verità ed è per questo che non votano. Gli operai quando c’è da fare la manifestazione vanno a Roma, perché gli autori non ci vanno?

Basile: È che alcuni si accontentano delle briciole che vengono spazzate dal tavolo e gli va bene. La mia posizione è completamente diversa, condivido alcune analisi di Manuel sulla situazione generale della Siae, poi divido le due posizioni, quella di Cesare Basile e quella del Teatro Coppola. Il Teatro Coppola semplicemente ha rifiutato ogni rapporto con la Siae in quanto la considera parte di una burocrazia esattamente come le amministrazioni, quindi nel momento in cui noi scegliamo di non avere nessun tipo di rapporto con un’idea amministrativa tradizionale legale, esattamente come non parliamo con le amministrazioni, non consideriamo neanche l’esistenza della Siae. Poi chiaramente qui dentro si è discusso tanto perché questa è anche la natura di questo luogo, non è che abbiamo detto “no basta non ce ne frega niente”, quello è un risultato, però obbiettivamente sappiamo per esperienza personale di ognuno di noi quanto una gestione pachidermica della Siae abbia costituito un problema enorme soprattutto per le realtà piccole e non parliamo soltanto di musica, parliamo di teatro, di sale cinematografiche, il mondo del lavoro culturale è vasto e non c’è una sola fetta di questo mondo che può dire di aver lavorato proficuamente con la Siae, non tanto in termini di profitto e guadagno, giusto in termini di agibilità. Per cui come Teatro Coppola ci siamo innanzitutto tirati fuori da questa dialettica, col tempo probabilmente si produrrà anche un pensiero su questa questione. Personalmente ho fatto la stessa scelta per i motivi che ho appena detto e poi perché credo che anche sul diritto d’autore bisogna cominciare a interrogarsi. Io non lo so se è un diritto legittimo o illegittimo, non ho le idee chiare su questo, però credo che le cose non vadano date per scontate e credo che il diritto d’autore negli anni, soprattutto grazie all’applicazione estremamente burocratica dello stesso, sia diventato un altro mito intoccabile come la proprietà privata. Io quello che dico è rimettiamoci in discussione, tutti gli agenti di questo mondo proviamo a pensare una definizione altra del diritto d’autore, ma facciamolo noi che siamo attori dal basso e non aspettiamo che ci siano amministratori illuminati che per quanto vogliano scardinare una gestione viziata nei fatti sono cresciuti all’interno di questo vizio. Ora io non metto in dubbio che il signor Sugar sia una persona onesta, però se la crisi, come le guerre, riescono a mettere in discussione l’identità di una nazione senza restaurarla ma innovandola probabilmente bisogna stare attenti anche quando si praticano le strade che sta praticando Manuel in questo momento, e che io rispetto assolutamente, a non creare una restaurazione. Qui c’è bisogno di cambiamento totale, non credo che la Siae sia nelle condizioni di potersi rigenerare, è un corpo troppo malato, è in fase terminale e questa fase può durare ancora per tanti anni, però non credo a una rigenerazione, questo non significa che è impossibile realizzare anche un’altra idea di collecting. Io non lo farei all’interno di quel sistema, perché si porta dietro troppi vizi.

Agnelli: Io voglio specificare però che anche se ho un’idea diversa da quella di Cesare in realtà non abbiamo esitato a prendere posizione contro la Siae proprio in occasione del Premio Tenco quando arrivò questa voce grossa per cui la Siae e i teatri occupati avevano questa diatriba..

Basile: E gino Paoli ci chiamò evasori!

Agnelli: Beh, chi di spada ferisce.. (ridiamo), ma il punto non è essere pro o contro la Siae. Il pericolo in questo momento per l’Italia è che è già stata mangiata a grandi bocconi da multinazionali estere, in tutti i campi e anche nel diritto d’autore c’è questo grosso pericolo, quindi che la Siae si rigeneri o no è un altro discorso. Io ci credo in realtà, perché è una forza che ha un attivo di bilancio molto grande per cui è loro interesse farlo.

Basile: Ma lo farebbe per sopravvivere come azienda, per cui non siamo di fronte alla generazione di un nuovo pensiero..

Agnelli: È vero, però non credo che ci siano alternative in questo momento a livello di strutture

Basile: Assolutamente, non credo ci sia un’azienda equivalente estera, probabilmente faranno meglio il loro lavoro ma dietro hanno lo stesso tipo di mentalità aziendale. All’inizio di questa conferenza abbiamo parlato proprio di questo. Io credo che in qualche modo bisogna cominciare a pensare dei metodi di gestione delle nostre esistenze che riescano a tirarsi fuori dalla mentalità aziendale, dalle rigidità che la logica aziendale impone affinché sopravviva l’azienda e l’azienda vuole sopravvivere sempre a prescindere da chi deve tutelare.

Agnelli: Io sono d’accordo, però abbiamo avuto esperienze in alcune situazioni, parliamo dell’Imaie per esempio o dell’Enpals, che ci dimostrano che il collasso del sistema non serve a nessuno, alla fine non si rigenera un nuovo sistema virtuoso

Basile: Anche perché per quanto riguarda l’Enpals non è collassato il sistema, l’hanno rinominato ma nei fatti sappiamo che tutti i versamenti che nella nostra vita di stupidi musicisti abbiamo versato non produrranno una pensione. I discorsi sono lunghi, però comunque il sistema musica ora come ora in Italia è una trappola, la previdenza non esiste, non almeno per chi fa musica in maniera anomala. Gli Afterhours pur essendo un gruppo importante comunque non svilupperanno contributi a differenza invece delle orchestre residenti nei vari teatri. Allora vorrei capire qual è la differenza fra un primo violino del Massimo e il chitarrista degli Afterhours. La differenza è forse che quest’ultimo paga molti più soldi all’Enpals e non prenderà niente per cui anche lì stiamo parlando di sistemi viziati, però la questione non viene affrontata.

Agnelli: Questo è uno degli argomenti che con il progetto “Più musica live” stiamo cercando di portare avanti, cioè quello della definizione professionale del musicista contemporaneo oltre ad altri snellimenti burocratici. È chiaro che noi lavoriamo nel piccolo, Cesare e il Teatro Coppola stanno lavorando sul pensiero e anche sul sistema, questa rete lavora sull’ottenere anche piccoli risultati che però sono quelli che più concretamente in questo momento ci sentiamo di poter produrre. Devo dire che naturalmente il malcostume in Italia in tutti i campi ha generato malafede e scoramento da parte delle persone, per cui io vedo la reazione quando parlo di cambiamenti della Siae e vedo nella faccia delle persone il sorrisetto. Purtroppo questo sorrisetto è un grosso freno al cambiamento perché non fa partecipare le persone quindi non crea massa critica, non crea pressione. Io conosco ormai tanti onorevoli della commissione cultura in parlamento e ogni volta che ci parlo mi dicono la stessa cosa, l’ordine del giorno è determinato da dei grossi temi – Pompei, università, etc – e poi da quello che c’è sul giornale, lo discutono e altrettanto velocemente se lo dimenticano. Questa è la realtà dei fatti, quindi produrre pressione per determinare cambiamenti anche piccoli è necessario, bisogna ridimensionarci un po’ tutti e pensare che è giusto non considerare la cultura solo come economia, anzi va pensata come un diritto, però la verità è che io qua non sono ancora considerato un professionista, quindi io voglio che la mia parte culturale venga considerata economia. Questo è un piccolo risultato, mediocre anche nel pensiero però io voglio finire di essere inculato perché così il ministro Bray può dire che la cultura deve essere più alta tanto è a me che m’inculano! Io vorrei cominciare a cambiare anche le briciole, anche se il mio pensiero è molto più meschino e sono un arreso da quel punto di vista, però non sono totalmente arreso, vorrei comunque produrre risultati concreti.

A cura di Marco Salanitri

Foto: Alessandro Vitale

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