Intervista a Patrizia Laquidara: A piedi nudi sul mondo

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Dopo anni di attesa sono finalmente riuscito a intervistare Patrizia Laquidara in occasione della sua performance catanese al Ma ritrovandomi, come immaginavo, davanti a una personalità complessa, sognante e introspettiva. Un’artista che mira all’essenza e all’essenziale, che sul palco si rende strumento non solo vocalmente ma con tutta la propria elegante corporeità. Un’artista legata alla Sicilia e a Catania in particolare dalle sue origini e che ogniqualvolta vi riapproda riconquista una parte inedita della propria personalità. Un’artista, last but not least, dotata di una percezione magica del reale, che non si ferma alle apparenze, capace di percepire quelle sottili sfumature di senso e profondità che spesso sfuggono allo sguardo comune.

Durante il concerto hai sottolineato l’importanza del tema dell’assenza nelle tue canzoni, vuoi riprendere un po’ questo concetto?

Diciamo che non sono partita pensando di dedicare un progetto al tema dell’assenza, è solo che quando poi mi sono ritrovata a leggere i testi mi sono accorta che questo tema ricorreva spesso. Un’assenza che ritorna nei termini di nostalgia e di mancanza però anche un’assenza preziosa perché lì dove si crea lo spazio e il vuoto possono nascere cose nuove. Prima mi riferivo anche al sé, al vuoto interiore, affinché possa parlare qualcos’altro di noi. Poco fa una persona mi ha fatto un complimento bellissimo, mi ha detto “ad un certo punto, mentre cantavi una canzone, io non ho più visto te, sono riuscito ad estraniarmi e mi hai fatto ricordare altre cose”, io credo che questa sia una cosa bellissima per chi fa un mestiere come il mio.

Ho notato, vedendoti la prima volta a Sanremo diversi anni fa, così come stasera a Catania, che ti esibisci scalza. Come mai questa scelta? E che rapporto hai con la danza? Il tuo fisico e le tue movenze sembrano quelle di una danzatrice

Ho studiato danza classica per sei anni, quand’ero bambina, e questa cosa è un gossip, ero molto molto piccola! Però credo mi sia rimasto il segno nei polpacci perché dicono che ho dei polpacci abbastanza sviluppati (oltre ad avere un collo del piede da vera danzatrice – Ndr), in effetti ho sempre pensato che se non avessi fatto la cantante o la musicista mi sarebbe piaciuto fare la danzatrice. Con la danza ho un bellissimo rapporto, mi piace la musica quando mi fa muovere in qualche modo. Per quanto riguarda invece i piedi scalzi non so, mi viene naturale, cammino spesso scalza anche per casa, mi è capitato di camminare scalza per un anno, ovunque andassi, all’aereoporto, a fare la spesa, andavo scalza, poi qualcuno mi ha fatto notare che forse non era il caso, però se penso a me da bambina mi vedo sempre scalza..

E sul palco canti sempre scalza?

Sì canto quasi sempre scalza, mi dà un senso di radicamento che mi fa stare bene.

So che hai iniziato facendo concerti per strada, mi racconti un po’ di questa tua esperienza on the road?

È stato nel 2001, quando un gruppo di amici è partito con un camper e io poi li ho raggiunti, abbiamo fatto un mese in alcune città della Spagna, Cordoba, Siviglia, poi siamo andati in Galizia e lì siamo approdati anche ad alcuni festival. Me lo ricordo come uno dei periodi più belli della mia vita perché non avevo bisogno di niente, ero scalza anche là, e mi ricordo che c’era questa sensazione di essere uno strumento perché ci si poteva fermare in un angolo e cominciare a cantare e suonare, quindi la ricordo come un’esperienza di grande libertà ma anche di grande confidenza con la mia voce perché lì, quando non hai il supporto di un microfono, hai a che fare con il tuo corpo che diventa strumento.

Torneresti a farlo oggi come oggi?

Sì spesso sogno che mi piacerebbe fare anche quello..

Tu sei partita con un disco che omaggiava il Brasile, con “Indirizzo portoghese” ti sei spostata verso il Portogallo…

No per la verità quel disco di portoghese ha solo il titolo ma in realtà mi sono spostata sulla canzone italiana, sui testi e sulla melodia in italiano. Io penso di avere viaggiato molto nella musica e se penso a me, a quali sono i miei gusti e da dove provengo, direi che provengo proprio dalla canzone italiana, che io amo, in particolare nella melodia, lo riconosco dentro di me. Poi mi piace anche la musica brasiliana, come mi piace la musica popolare, come mi piace la musica antica o altre cose.

E infatti mi domandavo, visto questo tuo grande eclettismo, quale sarà la tua prossima direzione

Dopo aver fatto un disco di musica popolare in dialetto vicentino (“Il canto dell’Anguana” – Ndr) penso che tornerò alla lingua italiana e al cantautorato, che forse potrebbe avere risvolti diversi rispetto al passato, senza più guardare al Sudamerica, quella è una cosa che ho visto e assimilato e adesso penso di voler andare da qualche altra parte.

Anche se la performance di stasera si è mantenuta su queste sonorità grosso modo

Sì però se hai notato in scaletta c’era anche un brano di Battisti, c’erano un brano di Kylie Minogue, c’era un brano dei Nirvana, c’era un brano cecoslovacco…

Hai suonato anche degli inediti se non sbaglio

In realtà non sono inediti, si tratta di canzoni già incise e uno di questi, “Un discorso in generale” di Carlo Fava, è già stato portato anche a Sanremo, però sono canzoni che sono state scritte anche sulla mia voce e soprattutto da autori che sono amici e che stimo molto e per me è un onore ed è anche un omaggio portare in giro delle canzoni scritte da loro. L’inedito che ho cantato è “Leggera”, ma per il momento è top secret!

Catania è la città in cui sei nata, anche se poi ti sei trasferita in Veneto, immagino ti faccia un certo effetto esibirti qui. Qual è il tuo rapporto con questa città?

È strano perché ogni volta che torno a Catania mi chiedo come sarei io se fossi rimasta qui, che carattere avrei sviluppato, se avrei potuto essere diversa da come sono, che voce avrei anche. E mi viene sempre un po’ di malinconia perché quando torno qui comunque il clima, il modo di parlare, il modo di mangiare, l’energia che ha questa terra, l’energia dell’Etna, fa uscire dei lati di me che io so di avere dentro e che magari riesco a far vedere poco quando mi trovo in altri luoghi. Anche i miei amici a volte si sorprendono perché mi fanno notare proprio questo mio cambiamento e questo mi fa un certo effetto. Pensare che la musica mi riporta davanti a della gente che in qualche modo ha a che fare con me mi dà sempre un’emozione molto forte.

A questo punto mi viene da chiederti quali sono gli elementi che hanno influito su Patrizia Laquidara così per come la conosciamo oggi?

Ci sono molti elementi magici nella mia vita, prima parlavo di questi racconti che sto scrivendo e mi sono resa conto mentre li scrivevo che il mio modo di vedere le cose, così come quando ero piccola, è un modo che rende favolosa la realtà che ho intorno. Era un’esigenza che avevo, magari anche per sfuggire a delle cose dolorose che vivevo e allora rendevo tutto molto favolistico, in qualche modo anche magico. C’è un amico che mi dice “Tu sei diversamente intelligente, hai un modo di vedere le cose particolare”, credo che ci sia tanto mondo interiore che fa di me quello che sono.

A proposito di magia, leggendo una tua intervista ho appreso che sei particolarmente legata a Jodorowsky, dichiaravi infatti che “La danza della realtà” è uno dei tuoi libri preferiti. Hai inoltre partecipato a “Ritual”, un film ispirato alla psicomagia di Jodorowsky

Sì mi hanno chiesto di partecipare a questo film sia come attrice che come cantante per la colonna sonora e per me è stato un regalo meraviglioso perché avevo letto moltissimi libri di Jodorowsky e poi me lo sono ritrovato lì, a lavorarci insieme, ho avuto modo di conoscerlo. Ricordo che una sera siamo andati a mangiare e a sorpresa mi ha letto i tarocchi e mi ha anche confermato molte cose di me, mi ha commosso quello che riusciva a vedere e mi sono resa conto che quello che noi chiamiamo magia non è altro che una enorme, grandiosa capacità di osservazione.

Tu hai anche avuto modo di collaborare con due grossi calibri internazionali come Arto Lindsay, alla produzione artistica di “Funambola”, e Ian Anderson dei Jethro Tull con cui hai suonato. Come sei arrivata a queste collaborazioni?

Arto Lindsay perché mi piaceva la produzione artistica che aveva fatto con Marisa Monte. L’agenzia che lavorava con me, Ponderosa, aveva un contatto con lui e ci ha messo in comunicazione. Così mi sono ritrovata con Arto Lindsay a Rio De Janeiro in un grande supermercato e lui mi ha chiesto di fargli ascoltare la pre-produzione, io gliel’ho fatta ascoltare con la radiolina in questo centro commerciale enorme, lui ha apprezzato e ha deciso di produrlo ed è nato così, vis a vis. Invece Ian Anderson mi ha semplicemente ascoltata su youtube, cercando un artista italiano, ha sentito la produzione de “Il canto dell’Anguana”, che è una cosa lontanissima da quello che fa lui, però proprio per questo gli è piaciuto, soprattutto perché mi diceva di aver visto in me tanta italianità e lui voleva proprio un’artista che esprimesse questo e che non avesse, come spesso capita nel bene ma anche nel male, un riferimento anglosassone-americano.

Com’è stato lavorare con loro? Che feedback ne hai avuto?

Di grandissima professionalità, quando ti trovi di fronte a persone così non puoi fare altro che osservarle e prendere, capire perché sono lì, come stanno sul palco, come reggono il palco, il loro modo di approcciarsi alla musica. Capire quali sono gli elementi che rendono queste persone grandi, la dedizione, la costanza, la serietà, la professionalità..

In questi ultimi anni si parla molto del fermento musicale che c’è in Sicilia, in particolare nel palermitano, ne sei informata?

Sì mi è arrivata voce di queste nuove realtà però non ho ancora ascoltato, ma mi piacerebbe. Anche perché molti artisti di cui sento i brani sono quasi sempre del meridione, Joe Barbieri, Tony Canto sono meridionali, mi viene in mente anche un altro artista napoletano con cui ho collaborato da poco, Lorenzo Hengeller, e ogni volta mi stupisco di come dal meridione vengano fuori questi talenti.

Sei poi riuscita a realizzare il sogno di collaborare con Morricone?

No, ancora no, chissà se mai lo realizzerò!

Io credo proprio di sì

Speriamo!

Intervista: Marco Salanitri

Foto: Simone D’Amico

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