L’Università di Catania accoglie Steve Albini: cronaca di un successo annunciato

Quante sono le band passate sotto le instancabili mani di Steve Albini? Se ne stimano tra le 1000 e le 1500, nomi noti e meno noti tra cui Jesus Lizard, PJ Harvey, Low, Slint, Neurosis, Pixies, Sonic Youth, Manic Street Preachers, passando per l’Italia con Zu e 24 Grana, arrivando fino Catania con gli Uzeda e concludendo con la band che dai ’90 in poi ha marchiato a fuoco intere generazioni ribelli: i Nirvana. Un lavoro che si potrebbe definire enciclopedico, portato avanti con perizia chirurgica e devota maniacalità, una vera Bibbia del suono elettrico contemporaneo che attraversa (e crea) generi e territori sonori senza mai rinunciare alla sperimentazione. Senza dimenticare la presenza sulle scene da oltre tre decadi in qualità di musicista e cantante in band di culto come Big Black, Rapeman e Shellac. Ed è proprio in occasione dell’arrivo degli Shellac a Catania, esibitisi insieme agli Uzeda sabato 23 maggio, che l’Università di Catania ha aperto le porte a Steve Albini per una lectio magistralis aperta al pubblico. Un evento nato dalla sinergia di Radio Lab, Radio Zammù, Zammù Multimedia e il prezioso supporto di Indigena Booking, nota agenzia fondata dagli stessi Uzeda.
Ad accogliere il noto sound engineer statunitense nel Coro di Notte del Monastero dei Benedettini c’è un vasto pubblico sorprendentemente eterogeneo, tra cui si registrano presenze anche molto giovani. Albini si presenta in veste del tutto informale, capelli mossi, t-shirt rossa e gli immancabili occhiali da nerd. Sembra quasi non curarsi della fama che gli hanno procurato le sue gesta ormai epiche sparse per il globo, mantenendo un approccio schivo e amicale al tempo stesso. Senza troppi preamboli entra subito nel vivo della discussione cercando di spiegare in maniera quanto più semplice possibile il proprio lavoro quotidiano di ingegnere del suono. A partire da un’attenta analisi delle tecnologie digitali che hanno stravolto il modo di fare e registrare musica. Tecnologie che se per un verso sono riuscite a mantenere la promessa di una maggior purezza del suono, eliminando i disturbi tipici dell’analogico, per altro verso devono fare i conti con la garanzia di longevità del materiale, molto inferiore rispetto all’analogico. Ciò deriva da problemi quali incompatibilità tra software, scadenza di licenze, trasferimenti da memorie vecchie a memorie aggiornate, integrazioni di plug-in legati a licenze e molto altro ancora. Problemi ai quali non è invece esposta il sistema analogico, che Albini non ha mai abbandonato. La sua è una missione ben precisa: far sopravvivere la musica ai propri autori, cosicché la buona musica rimasta senza un pubblico nella propria epoca possa ambire a trovarne uno in quelle successive.

Finita l’esposizione, sulla quale non si dilunga eccessivamente per non rischiare di rendere la materia troppo tecnica e ostica per la platea, Albini sembra invece molto interessato ad ascoltare gli interventi del pubblico, che arrivano a valanga. C’è chi chiede consigli per una band che decide di autoprodursi e la risposta è quella di predisporsi a fare tanta esperienza, accogliendo l’idea che il primo disco sarà probabilmente terribile, il secondo lo sarà un po’ meno, il terzo sarà accettabile e il quarto sarà probabilmente un lavoro da professionisti. Qualcun altro chiede della sua formazione personale e qualche consiglio per chi voglia approcciarsi al mestiere di sound engineering ed è così che si scopre che la carriera del nostro inizia col giornalismo, dedicando alla musica i ritagli di tempo libero, sottolineando anche in questo caso la centralità dell’esperienza e soprattutto la necessità di accantonare l’idea di poter diventare subito professionisti. Per chi vuole sperimentarsi come ingegnere del suono il consiglio è quello di trovare una band, magari vicina al proprio gusto, con cui poter sperimentare senza paura di sbagliare ma considerando anzi l’errore come un passaggio fondamentale, necessario alla crescita. Sottolinea poi come nei suoi anni di apprendistato fosse tornato utile chiedere, anche con insistenza, consiglio ai più esperti colleghi di mestiere. Altre domande arrivano sulle nuove tecniche di mastering che coniugano analogico e digitale e verso la cui commistione lo stesso Albini si dichiara favorevole, portando ad esempio proprio i Nirvana, le cui ristampe, nate da vecchi master analogici coniugati alle nuove tecniche digitali, restituiscono un suono ancora più fedele. C’è poi chi chiede cosa pensi riguardo i vantaggi dell’editing (nel digitale) ossia della possibilità di lavorare al suono dopo la registrazione, aspetto di cui Albini non nega le potenzialità rapportandolo però al diverso approccio dell’analogico, in cui il processo di lavorazione al suono precede la registrazione, che in questo caso diventa solo l’atto finale. Due procedimenti molto differenti tra loro e la cui risoluzione risiede probabilmente in una loro integrazione.
Nelle risposte al pubblico c’è poi un argomento che ritorna più volte, evidentemente caro al nostro, ovvero la questione inerente l’autonomia di una band durante le registrazioni di un album. Albini infatti ha spesso rifiutato l’etichetta che lo identifica come produttore, proprio perché la figura del produttore risulta spesso invasiva rispetto le scelte della band. Un bravo ingegnere del suono mette invece la propria professionalità al totale servizio della band senza influenzarla e lasciando ad essa la massima libertà creativa, anche quando non se ne approvano le scelte. Lo ribadisce ancora rispondendo all’ultima domanda, quando gli viene chiesto se le differenze stilistiche tra Nevermind e In utero dei Nirvana siano da imputare al suo lavoro su In utero e la risposta è chiaramente negativa, correlando le differenze ad un cambiamento nella psicologia della band, dove il suo lavoro non fece altro che registrare fedelmente i risultati di quel cambiamento.
Un lungo e scrosciante applauso segue la fine degli interventi e saluta calorosamente una delle personalità più importanti della musica indipendente americana e globale, ma per molti è solo un arrivederci alla sera stessa, quando Albini salirà sul palco insieme ai suoi Shellac e agli amici di lungo corso Uzeda, uno degli eventi musicali più attesi dell’anno, che riporta Catania ai fasti dei mitici anni ’90, quando si fece strada il mito della Seattle d’Italia.

Marco Salanitri

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