Ryley Walker – Primrose Green

DOC101

(Dead Ocean)

Sgombriamo subito il campo da un’ipotesi: il nuovo disco di Ryley Walker di nuovo non ha nulla; esce nel 2015, ma avrebbe potuto uscire tranquillamente quarant’anni fa e non sarebbe sembrato affatto fuori luogo. Se alla musica chiedete contemporaneità, sorpresa, innovazione, vi suggerisco quindi di non prestare attenzione a questa pubblicazione. Se, invece, ritenete questi elementi importanti ma secondari, vi prego di dare un ascolto a Primrose Green. Il motivo sarà presto detto.

Ryley Walker è un giovane cantautore di Chicago, e come chitarrista dalle doti e dalla sensibilità fuori dall’ordinario ha bazzicato la scena free jazz della città per anni, prima di avviare una carriera solista inaugurata nel 2011 con un paio di EP acustici, seguiti lo scorso anno dal primo full-lenght All Kinds Of You – che gli procura qualche buona critica ed un contratto con la Dead Oceans.

Le coordinate sonore su cui viaggia la musica di Walker sono tuttavia diverse da quelle suggerite dal background citato poc’anzi; un background che emerge negli arrangiamenti e nella scelta degli interpreti, piuttosto che nelle composizioni, votate invece ad un folk-rock tanto elaborato nella scrittura quanto immediato all’ascolto. Una scelta, questa, che ha ricordato a molti le operazioni messe in atto da Van Morrison per Astral Weeks e da Nick Drake per Bryter Later. Riferimenti importanti e sicuramente azzeccati, come lo sono altri nomi spesso tirati in ballo per descrivere ed inquadrare il sound di quest’opera: Tim Hardin, il Tim Buckley meno avanguardista, il contemporaneo Jonathan Wilson.

Il carattere energico ed orecchiabile del disco (anche nei passaggi più introspettivi e «sperimentali»), unito al timbro vocale – potente e profondo, ma limpido allo stesso tempo – ed alle peculiarità tecniche del chitarrista di Chicago, rimanda però soprattutto all’indimenticato John Martyn, di cui Walker a tratti pare un figlio illegittimo o, più tristemente, un plagiatore stilistico.

Il motivo per cui Primrose Green va comunque ascoltato è proprio questo: nonostante la sua presunta e talvolta manifesta mancanza di originalità, le dieci tracce che lo compongono brillano di luce propria, tutte splendidamente piacevoli, tutte composte, arrangiate ed eseguite in maniera impeccabile – nessuna esclusa.

Canzoni che rivelano una non indifferente varietà di stili: dalle tinte blues-rock di Summer Dress e Sweet Satisfaction al gusto celtico di Griffith Buck Blues e The High Road, dal country-blues di On the Banks of the Old Kishwaukee fino agli innumerevoli tocchi jazzati che fanno capolino in particolar modo dalle tastiere e dal contrabbasso, tutti magistralmente dosati fino ad ottenere un lavoro estremamente omogeneo; un lavoro che fin dalla copertina e dal video che accompagna la title-track richiama atmosfere bucoliche, un immaginario naturalistico accentuato da un suono caldo e corposo che allontana una volta di più l’autore dall’era digitale in cui egli stesso vive.

Ryley Wakler possiede un talento cristallino, capace nei momenti migliori di sfiorare le vette delle pregiatissime fonti di ispirazione che lo hanno forgiato. Chi scrive vi consiglia di tenerlo d’occhio: potrà regalarvi un ascolto incredibilmente appagante e, chissà, forse la soddisfazione di assistere alla progressiva ascesa di un astro della canzone americana.

Claudio Litrico

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