Zanne Preview| Amen Dunes live@ Benedettini 27/06/2015

Per la seconda serata dell’anteprima “universitaria” del festival, Zanne si trasferisce di qualche metro, passando dall’ampio cortile principale al più raccolto giardino di Via Biblioteca: una parentesi forse obbligata ma gradita e funzionale. La più significativa variazione rispetto alla settimana precedente risiede però nel cartellone della serata, che prevede un singolo showcase – destinato alla catanese Viceversa Records – per far spazio alla finale del contest Nuove Zanne, il cui premio in palio consiste nell’ambita apertura del concerto del progetto FFS.

I primi finalisti a salire sul palco sono i Locomotif, formazione catanese ripescata dopo il forfait dei modenesi Goldsmack e che ha dunque il vantaggio di “giocare in casa”; il loro è un synth-pop melodico ambizioso e curato, ma che sembra talvolta carente nella scrittura. A seguire, deviazione in campo garage con i romani John Canoe, che regalano una performance robusta che non maschera però i limiti di un approccio vagamente adolescenziale. Approccio che ci si aspetterebbe anche dai WOW! Signal, giovanissima band pugliese d’impronta new wave, al debutto dal vivo: un battesimo di fuoco, in un’occasione non certo priva di pressione, affrontata con grande personalità e con il supporto di un repertorio già all’altezza; la giovane età (anagrafica e musicale) fa guadagnare punti ai ragazzi di Brindisi, ma sarebbe ingiusto considerarla chiave del meritatissimo successo nel contest: con tutto il rispetto per gli altri due complessi – la cui presenza non era certo casuale ed assolutamente meritevoli di competere – l’esibizione dei WOW! Signal è parsa decisamente più impattante e, paradossalmente, più matura. Doveroso sottolineare come a quello della giuria sia stato affiancato il voto degli spettatori, ai quali veniva consegnato un cartoncino con QR Code per collegarsi al sondaggio creato ad hoc: una bella trovata. Arriva poi il turno dello showcase Viceversa con i Silent Carnival, sospesi tra slo-core e post-rock: probabilmente non era l’occasione migliore per apprezzarli, considerati il breve tempo a disposizione, la complessità delle composizioni e i ben diversi umori sonori che caratterizzavano la serata.

Non appena salgono sul palco, gli Amen Dunes – gli ospiti internazionali di turno – rivelano un’attitudine umile e comunicativa, e addirittura si scusano con il pubblico per la scarsa inclinazione al rock; anche chi ignorava il materiale studio del gruppo newyorkese riconosce subito, infatti, l’impronta prettamente folk dei pezzi di Damon McMahon (il deus ex machina), in scena con la sua sgangherata chitarra, sprovvista di due dei pick-up originali e con le corde non tagliate, in linea con il piglio lo-fi dell’ensemble.

Si comincia con Bedroom Drum e Swim Up Behind Me, da Through Donkey Jaw, e subito si viene immersi nella dimensione quasi spirituale costruita dagli Amen Dunes, dove le note cristalline ed acute della sei corde vengono sporcate da un effetto echo e accompagnate dalla voce di McMahon, talvolta nasale e lamentosa, in altre occasioni vibrante e rabbiosa, ma sempre sicura, pulita, ipnotica. Si prosegue con Rocket Flare, uno dei pezzi più incisivi ed orecchiabili dell’ultima fatica Love, e si coglie in pieno la vena più pop degli Amen Dunes, con accordi semplici – come candidamente ammesso dal leader in una recente intervista “potrebbero suonarli tranquillamente anche chitarristi di primissimo pelo” – in cui a fare la differenza è quello che McMahon ha definito il sentimento, ovvero la capacità di plasmare le canzoni e restituire loro uno stile peculiare, in cui si incontrano la psichedelia barrettiana, il guitar pop sbilenco dei Galaxy 500 e lo story-telling dell’Americana tradizionale. La scaletta pesca dall’intera discografia del gruppo, interrotta più volte dai ringraziamenti e dalle battute del cantante, che prima introduce “il nostro pezzo preferito in Etiopia” (Ethio), poi chiede in italiano di aspettare un attimo per riprendere un brano interrotto “per l’undicesima volta su quattordici in questo tour” per via di un errato posizionamento del capotasto; infine promette “un altro inno da party”, scherzando sull’improbabile colonna sonora regalata al sabato sera dei presenti. Il punto più alto è rappresentato dagli otto minuti di Love, una catartica litania scandita dal piano del fondamentale collaboratore Jordi Wheeler e dalle inedite maracas di McMahon. E’ l’ideale chiusura prima di un forse inatteso ritorno sul palco.

Come accennato in apertura, la nuova location si rivela decisamente azzeccata, con le sue luci calde e lo spazio raccolto e compatto, ideale per le armonie del gruppo, che ha offerto uno spettacolo intenso ed emozionante. Peccato constatare come una piccola parte del pubblico, forse attirata dall’ingresso gratuito, abbia mostrato un molesto disinteresse aggiungendo un indesiderato coro di voci. Una partecipazione non richiesta.

Claudio Litrico

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