Intervista a Dimartino: il Messico, Palermo e la paesologia

Tre dischi in appena cinque anni e un consenso che si accresce rapidamente di giorno in giorno intorno al progetto Dimartino ovvero Antonio Di Martino, Angelo Trabace e Giusto Correnti. Non è semplice cantautorato, non solo pop e nemmeno puro indie, è un amalgama ben riuscito di tutto questo e di molto altro ancora. Ma la vera arma letale è una capacità di scrittura che conosce pochi eguali, capace di emozionare e commuovere come pochissimi altri sanno fare. Una carriera che è tutta in divenire dunque e che regalerà ai nostri ancora molte soddisfazioni.

Li abbiamo incontrati a Catania per farci raccontare le gesta della loro ultima fatica spaziando poi verso altri temi non meno interessanti, ritrovandoci di fronte a una band solida, in pieno vigore creativo e con tante cose da dire tutt’altro che banali.

Marco: “Un paese ci vuole” è quasi un concept album dedicato al tema del paese. Grazie a voi ho scoperto che esiste anche una vera e propria scienza, la paesologia, avviata da Franco Arminio, che in qualche modo ha influenzato la stesura del disco. Lo avete scoperto prima o durante la lavorazione?

Antonio: Il disco è nato prima che ci conoscessimo, io sapevo dell’esistenza di Franco Arminio però non lo avevo mai approfondito. Me ne aveva parlato Angelo una volta e quando poi abbiamo finito di registrare il disco, durante le prove per il tour, stavo leggendo il suo libro, “Geografia commossa dell’Italia interna”, e proprio in quei giorni mi ha telefonato per invitarmi al suo festival “La luna e i calanchi”.

Emanuela: Il leitmotiv sembra essere quindi il paese come una sorta di rifugio, penso ad esempio al tuo rifugiarti a Misilmeri per comporre i brani dove poi li avete anche registrati. Cosa è cambiato rispetto alla classica registrazione in studio?

Antonio: Intanto quando non registri in uno studio cambiano tutti i tempi, tutto si dilata ed è molto più libero e questo è anche un male perché poi ti accorgi che sprechi un sacco di tempo a fare cazzate! (ride). E poi ti accorgi che hai finito il tempo che avevi a disposizione, però è stato bello farlo in quella casa perché lì sono nate quasi tutte le mie canzoni in realtà, molti dei pezzi vecchi li ho scritti là per cui è come se glielo dovevo a quella casa. E poi era in tema col disco, con il paese, per cui è caduta proprio a pennello questa registrazione

Marco: Le nuove generazioni vivono una fase complicata, lo canti anche ne “La vita nuova”, i ragazzi abbandonano le loro città per andare all’estero, sembrano felici ma in fondo rimane sempre la voglia di tornare. Voi cosa fareste per convincerli a tornare e a investire nella propria terra?

Antonio: Sicuramente cambierei la politica, tutte le decisioni politiche degli ultimi 50 anni. Il motivo per cui tutta questa gente se ne va è legato sicuramente a problemi sociali. Io come cantante posso fare poco, posso descrivere una realtà e buttare una pietra per una discussione però sicuramente con una canzone non puoi cambiare le sorti dei piccoli paesi e neanche quelle dei ragazzi che devono trovare lavoro fuori. Quello che farei sarebbe sicuramente una tabula rasa totale e forse ci sono ancora delle cose che si possono provare a fare, perché in fondo dare la colpa alla politica è sempre la cosa più facile. Magari ci sono degli esami di coscienza che dovremmo fare anche da cittadini per cercare di capire dove abbiamo sbagliato e come cercare di ricostruire e ricominciare.

Marco: Anche perché andarsene significa in fondo cedere, gettare la spugna e non provare nemmeno a cambiare le cose

Antonio: Sì, significa arrendersi. Metti che oggi i ragazzini a 18 anni già lo sanno che se ne devono andare, parlando con loro mi sento dire spesso “sto finendo il liceo e poi andrò a lavorare o a studiare in America”, è come se già ci siamo arresi a questa consapevolezza che comunque da qui non possiamo cambiare niente, che coi dati in mano è una cosa reale però se ci mettiamo anche noi un po’ del nostro magari è possibile cambiare le cose.

Angelo: Comunque è molto complesso rispondere, l’Italia poi è molto variegata quindi ogni territorio ha i suoi problemi e ha una storia diversa, la Sicilia è diversissima, quindi non ho delle risposte concrete. Sicuramente io vedo nell’italiano una persona che deve andarsene, per cui il ritorno, riagganciandomi a quello che diceva Antonio, è proprio la presa di coscienza di uno che se ne va, capisce perché se n’è andato e deve trovare un motivo per tornare. Quindi il fatto di andarsene non è una cosa negativa.

Antonio: Poi è anche una questione geografica, la geografia comunque è destino. Per esempio da musicisti ci viene difficile non passare del tempo fuori da casa nostra, perché comunque per il lavoro che facciamo, soprattutto vivendo a Palermo, non possiamo tornare a casa, per cui dobbiamo stare fuori, cercare ospitalità o prendere in affitto dei posti per soggiornare per dei periodi. Quindi è sempre relativo a dove vivi.

Marco: Probabilmente la Sicilia la si percepisce un po’ come periferia della periferia..

Giusto: Ma l’Italia tutta è periferia, anche i posti come Milano in cui hai la sensazione di vantaggio per alcune cose ma non per altre, come accade invece in un paese che può essere in Sicilia o in Campania ad esempio

Marco: Però facendo un parallelo Palermo-Milano ad esempio, visto che me lo suggerisci, noto come la prima, in ambito di musica indipendente, abbia letteralmente trionfato sulla seconda. Il mio sarà un discorso forse poco obiettivo ma credo che Palermo negli ultimi anni sia stata la città che abbia sfornato i migliori talenti in ambito nazionale per qualità e quantità

Antonio: Sì, escono fuori tutte queste cose, è vero, però bisogna anche dire che questa generazione di artisti è poco aiutata dalla città. A Palermo il pubblico non è educato alla musica purtroppo, perché mancano dei locali dove si suona. Io ho assistito a concerti meravigliosi con pochissime persone a vederli, ma non è colpa del pubblico, è colpa dei promoter che negli anni, a parte qualcuno come Maurilio Prestia, non hanno fatto niente per avvicinare il pubblico agli artisti, per cui questa cosa danneggia le nuove generazioni di musicisti che si devono ancora creare un pubblico. Quindi quella scena sarebbe una scena con la s maiuscola se fosse aiutata da strutture adeguate per i live, da sale prove, da strutture che rischino anche.

Marco: Quindi questi talenti sono un po’ come fiori nel deserto..

Antonio: Assolutamente sì, e se non verranno aiutati magari fra 5 o 6 anni molleranno perché non avranno avuto terreno fertile

Giusto: C’è da dire comunque che si stanno muovendo delle cose, ad esempio con Fabio Rizzo e la 800A Records, al momento è l’unica realtà che a Palermo si sta muovendo in mezzo a tantissimi ostacoli. Però per una città come questa non avere dei posti adeguati è un grosso problema

Antonio: Non c’è un vero locale di musica dal vivo a Palermo

Marco: Eppure ci sono locali come Bolazzi o i Candelai con delle proposte interessanti mi pare

Giusto: I Candelai è l’unico posto invernale che fa i concerti, Bolazzi è un locale che può ricevere al massimo 60 persone

Antonio: Già Bolazzi è un inizio, però servirebbe anche un locale grande dove accogliere anche band dall’estero, perché comunque l’educazione del pubblico sta anche nel fatto che magari viene il gruppo x dalla Francia e il pubblico si abitua all’ascolto di un certo tipo di musica, ci vorrebbe un Ypsigrock piccolo a Palermo (ride)

Giusto: Se pensi che per Ypsig partono autobus dalla Svezia o dalla Francia perché magari hanno quelle band che girano a livello mondiale e che poi ti ritrovi a 90 chilometri da Palermo e che tutte queste persone si spostano per seguire

Angelo: Io da non-siciliano sono rimasto scioccato dall’organizzazione e dalla professionalità dell’Ypsigrock

Marco: Ma in qualità di artisti e addetti ai lavori non avete mai pensato di creare voi stessi qualcosa, mettere in piedi delle rassegne di cui essere magari i direttori artistici?

Angelo: Io non credo molto nel fatto che l’artista debba occuparsi di questo tipo di cose. Si tende a sovraccaricare una figura che già di per sè è piuttosto sovraccarica per mancanza di un team adeguato. Io credo che l’artista debba fare l’artista

Giusto: Io non ci credo più perché con Antonio abbiamo combattuto tante battaglie per riuscire a fare qualcosa e comunque alla fine ci siamo sempre ritrovati con un pugno di mosche in mano

Antonio: Io ancora ci credo, però mi trovi d’accordo sul fatto che ci sono delle figure professionali che devono occuparsi di quello. Se io mi mettessi a organizzare un concerto non saprei da dove partire, magari avrei più informazioni rispetto a un altro, però non sono un direttore artistico, non mi sento in grado di poterlo fare al meglio, per cui credo che sia giusto che ognuno mantenga il proprio ruolo. A Palermo però quel ruolo manca, cioè quello di promoter e di gente che investe sui concerti, e questo danneggia la scena.

Emanuela: Questo disco è pervaso da un’atmosfera favolistica più che nei precedenti lavori, quindi parlo, al di là del concept, in termini di melodia e strumentazione. Quest’amosfera è nata man mano che registravate il disco o c’era già qualcosa di prestabilito? Ad esempio può aver contribuito il fatto che abbiate registrato immersi nella natura?

Antonio: Magari questa c’era già da prima, penso che già nelle canzoni e negli arrangiamenti c’era quest’atmosfera un po’ da favola, penso ad esempio agli archi di “Una storia del mare” che sembrano quasi una musica descrittiva, un po’ francese. Per cui sicuramente l’atmosfera c’era già da prima, certo il registrare tutti insieme in campagna ha fatto sì che questa cosa diventasse corale e ha fatto sì che l’atmosfera diventasse più calda rispetto ad altri dischi che abbiamo fatto.

Marco: So che per “I calendari” tu hai pensato specificamente a Cristina Donà, come mai hai scelto proprio lei?

Antonio: Quella cosa è nata da un suggerimento di Angelo. All’inizio quando ho scritto questo pezzo avevo un altro arrangiamento, poi una sera eravamo un po’ ubriachi (ride) e allora abbiamo spogliato l’arrangiamento che era molto carico, il pezzo era più veloce..

Angelo: No non eravamo ubriachi per la cronaca, dopo abbiamo pensato di andare a festeggiare. Allora, è andata così, ci siamo messi al piano e tu (riferendosi ad Antonio) mi hai detto “andiamo a bere qualcosa, se ci piace domattina allora lasciamo questa versione”

Antonio: Comunque il pezzo era molto più carico, poi a un certo punto l’abbiamo spogliato, abbiamo fatto questa specie di ballata, un po’ milonga acquatica, e quando è uscita alla fine abbiamo detto “va bene, riascoltiamola domattina e vediamo che succede”

Angelo: È nata anche per gioco, come se la stessimo provando per una sorta di pianobar

Antonio: Poi l’indomani Angelo ha pensato che il pezzo avrebbe potuto cantarlo Cristina Donà e allora, avendola conosciuta un paio d’anni prima in un concerto a Teramo, le ho mandato una mail, ha accettato la proposta ed è venuta a cantare

Emanuela: Per quanto riguarda invece la collaborazione con Bianconi come sono andate le cose? Se non sbaglio è stato lui a contattarvi?

Antonio: Con Bianconi, essendo entrambi autori ultimamente, è capitato che sono andato a scrivere con lui a casa sua ed ero stato da poco a Favignana a un addio al celibato di un mio amico, da lì ho raccontato questa cosa basandomi sui racconti di alcune persone di Favignana che mi raccontavano dei loro amici del mare e da lì è nata “Una storia del mare” e praticamente è il primo pezzo che abbiamo scritto insieme, poi risentendolo mi sentivo un po’ geloso della canzone e allora gli ho proposto di cantarla insieme e lui ha accettato.

Marco: A proposito del fatto che adesso sei paroliere anche per mestiere, per la Sony, mi ricordo che quando ti intervistammo un paio d’anni fa stavi appena cominciando a farlo e avevi paura che scrivendo per gli altri forse non saresti più riuscito a farlo per te. Com’è stato quindi tornare a scrivere per te?

Antonio: È come se fai l’amore con tante ragazze e poi ritorni con la tua ex ragazza e ti rendi che con lei facevi l’amore in un altro modo, è questo, come se mi fossi riinnamorato della mia scrittura, delle mie canzoni. Però in realtà non riesco mai a separare le due cose, non mi viene facile, ho imparato questo in questi due anni dall’ultima volta che ci siamo parlati: che è difficile scrivere una canzone a tavolino, per cui anche nelle canzoni che scrivo per altri non riesco mai a essere impersonale o a non metterci delle cose che ho vissuto io veramente, non riesco a separare le due cose, mi viene difficile.

Marco: E tra questi pezzi che hai scritto ce n’è qualcuno a cui ti senti particolarmente legato?

Antonio: Nel disco secondo me è venuta molto bene “I calendari”

Marco: E tra quelle che hai scritto per altri?

Antonio: In realtà non ne ho scritte tantissime, però forse il pezzo che ho scritto per Arisa, “Quante parole che non dici”, che è una canzone che parla di lei, di un suo periodo particolare ed è una canzone che canterei anch’io, che mi piace

Emanuela: Con la Sony per la prima volta ti confronti con una major, sei riuscito a lavorare come volevi o hai dovuto sacrificare qualcosa?

Antonio: No non ho dovuto sacrificare niente perché sono abbastanza libero, comunque non sono arrivato alla Sony soltanto come autore, perché c’è dietro tutta la gavetta e i 3 dischi scritti, per cui ci sono arrivato con la consapevolezza di quello che stavo andando a fare, così ho potuto gestirmi la cosa in maniera trasparente, mi sono detto “io scrivo così, se non piazzo i pezzi pazienza”. Ma non abbiamo messo paletti né io né loro, è stata una cosa molto tranquilla. Ci sono gli autori puri che fanno soltanto quello e che scrivono a comando, gli dici “devi farmi un pezzo così e così” e loro lo fanno, questa è una cosa diffusa nella musica, che magari nessuno dice mai però ci sono autori che fanno questo mestiere. Per fortuna io mi sento molto svincolato da questo.

Marco: Quando ti intervistai un paio d’anni fa Simona Norato, che per 3 anni è stata parte integrante del progetto Dimartino, aveva appena abbandonato il gruppo. Pochi mesi fa è uscito il suo esordio solista, acclamato da critica e pubblico, avete avuto modo di ascoltarlo? C’è qualche altra canzone che vorresti “rubarle” come accadde per “Come fanno le stelle”?

Antonio: Di pezzi che vorrei rubare a Simona ce ne sono un’infinità

Marco: Lei tra l’altro ti considera uno dei suoi maestri, insieme a Basile

Antonio: Lo so che lo dice (ride) e ogni volta che lo leggo da qualche parte rimango sempre abbastanza meravigliato, perché comunque io e Simona ci siamo derubati a vicenda, io ho preso molte cose da lei e lei molte da me ed è stato un rapporto artistico alla pari, quindi non mi sento molto un suo maestro, sento che ci siamo dati delle cose ed è stato bellissimo. Questo disco a me è piaciuto un sacco, tempo fa abbiamo cantato insieme “Vertigine blu” e secondo me in quel ritornello c’è proprio lei, “vuoi mettere la bellezza del viaggio, capire il trucco del gioco e poi dimenticarlo”, ti dice come lei vede l’arte, come vede con spensieratezza la sua musica e quello che fa

Marco: Angelo com’è stato prendere il suo posto? Credo tra l’altro che sia stata proprio lei a fare il tuo nome per sostituirla?

Angelo: Questa è una cosa che sanno loro, io non l’ho mai saputa!

Antonio: Sì fu proprio lei. Simona lo aveva conosciuto quando stavamo registrando “Cara maestra abbiamo perso” a Milano

Angelo: La mia prima risposta, quando Antonio mi chiamò la prima volta, fu no. Ma non perché non m’interessasse il progetto, anzi mi piaceva moltissimo e con Antonio ci conoscevamo già da prima avendo frequentato assieme una scuola di cantautorato. Dissi di no perché non pensavo di essere in grado di sostituirla, ma non tanto per una questione tecnica quanto per una questione di personalità. Non si trattava semplicemente di sostituire delle parti musicali, si trattava di sostituire una personalità molto forte all’interno di questo trio e quindi all’inizio ero molto titubante, poi alla fine mi sono convinto, è stato un work in progress

Giusto: Si è convinto piano piano perché i primi tempi la gente ci vedeva fare i concerti e pensava che suonassimo insieme da almeno dieci anni quando in realtà si trattava del secondo o del terzo concerto fatto assieme

Angelo: Infatti l’abbiamo provata così, con i live, ed è partita così. Secondo me le band sono anche delle storie d’amore, io la vedo così, è quella cosa che tu non riesci a spiegare però quando ho iniziato a suonare con loro alle prime prove era come se li conoscessi musicalmente da una vita. Anche perché io ascoltavo quello che facevano, però diciamo che tutta quella paura che avevo nel vedere dall’esterno questa cosa appena mi sono messo sul piano e sono riuscito a entrare, perché poi nelle sue canzoni non era questione di virtuosismo, magari quello sì è necessario, però era questione di entrare nelle canzoni, cioè di vederle. Suono con Giusto e Antonio da tantissimi anni e, mi imbarazza un po’ dirlo, ma è sempre come la prima volta. Mi sento sempre questa responsabilità, perché secondo me lui scrive delle cose che se anche io non suonassi in questo gruppo mi piacerebbe comunque ascoltare. Sono l’ultimo a poter fare dei complimenti però forse pubblicamente così non glielo avevo mai detto! (ridono)

Antonio: Sì effettivamente con Simona, da quando è nato Dimartino, abbiamo fatto “Cara maestra abbiamo perso” a fine 2010, abbiamo fatto il tour ma già in quello stesso tour Angelo aveva fatto delle date con noi. Quindi in realtà Simona di questa cosa ha buttato la pietra ma si è goduta solamente il primo anno. Con Angelo sono ormai 3 anni pieni che facciamo tour

Giusto: Simona ha lavorato a “Cara maestra abbiamo perso” e “Sarebbe bello non lasciarsi mai”

Antonio: Sì, anche se “Sarebbe bello non lasciarsi mai” lei non l’ha mai suonato dal vivo

Angelo: Comunque, per concludere, è stato apparentemente difficile perché era una personalità fortissima però avendo poi instaurato un rapporto umano con loro e attraverso il loro aiuto tutto è diventato molto più facile

Marco: Io da ascoltatore ho capito realmente che la scelta su Angelo era stata azzeccata dopo aver sentito “La foresta” in quest’ultimo lavoro, un bellissimo pezzo intriso di atmosfere morriconiane

Angelo: Grazie! A me piace molto il mondo delle colonne sonore, ci piacerebbe un giorno farne una, chissà se ci riusciremo

Antonio: Rispetto a questo discorso devo dire che comunque, alla luce di come sono andate poi le cose, io sono felice che Simona abbia fatto il suo percorso, dentro di me io lo speravo, perché lei è un’autrice, è una cantante, l’ha sempre fatto ancora prima di suonare con me, ha suonato per 10 anni nei F-male croix essendone la leader e tra l’altro in quegli anni lei sarebbe dovuta secondo me diventare una delle più grandi cantanti italiane. Per cui era riduttivo entrare a far parte di una band, lei doveva fare quello che ha fatto, doveva diventare Simona Norato e fare i suoi dischi e le sue cose, perché è quello che ha sempre fatto, da quando ha cominciato a suonare

Giusto: Questa cosa si percepiva anche all’inizio, quando lei già diceva che sentiva l’esigenza di fare delle cose da sola, infatti anche sganciarsi da Dimartino per iniziare con Iotatola già era stato un primo passo per poi diventare quello che è adesso. Ma questa cosa l’ha inseguita veramente per tanti anni, le stava stretto il posto di pianista in una band, lei voleva ancora di più e fortunatamente ci è riuscita, è maturata e si vedono i risultati.

Emanuela: Considerando un po’ tutta la vostra discografia la cosa bella è che Dimartino riesce sempre a rinnovarsi pur rimanendo Dimartino. Per quanto riguarda ad esempio la scrittura l’ho trovato molto più letterario, rispecchiando anche un po’ lo stile del “cunto” siciliano, mentre melodicamente mi pare ci sia una predominanza del pianoforte, è così?

Antonio: Io penso che sicuramente è un disco meno cinico rispetto agli altri, dal punto di vista dei testi non mi interessava scioccare chi ascoltava. Le canzoni ciniche e quelle d’amore le ho già scritte per cui a scriverne di altre simili mi sembrava di dire cose che avevo già detto o che non avevo vissuto in questi anni. Quindi mi sono basato su testi più letterari, più di storia e di suggestioni, non mi andava di scrivere lo slogan e forse è questo che sta avvicinando anche un pubblico più adulto, anche professori e gente lontana dal mondo indie. È una cosa che è andata tantissimo a nostro favore, anche il fare delle piazze con un pubblico abbastanza variegato. Probabilmente è uno di quei dischi che non fa selezioni, che può piacere al ragazzo come all’adulto e principalmente a me interessava questo, non chiudermi nel mondo indie o in quello della musica per pochi.

Emanuela: Adesso manca solo un libro di racconti, ci hai mai pensato?

Antonio: In realtà un libro lo sto scrivendo, insieme a Fabrizio Cammarata, su una cantante messicana che si chiama Chavela Vargas, una cosa che speriamo esca presto

Marco: Hai anticipato la mia domanda su questo tuo nuovo progetto, volevo appunto chiederti come è nata l’idea e come mai proprio Chavela Vargas?

Antonio: La cosa è partita da questa cover che suona Fabrizio ormai da un po’ di anni, che è “La Llorona”. Da lì è nata l’idea di esplorare la musica messicana, quindi siamo stati in Messico e abbiamo cominciato a girare sulle tracce di Chavela Vargas. Così abbiamo intervistato la sua biografa, la sua badante, siamo andati a casa di uno dei suo migliori amici e a Tepoztlan, che è il paese dove lei ha vissuto l’ultima parte della sua vita e da lì abbiamo conosciuto i suoi chitarristi, due vecchietti settantenni che suonano benissimo, e li abbiamo convinti a registrare insieme a noi dei pezzi di Chavela che avevamo tradotto in italiano. Allora abbiamo preso uno studio e fatto un disco a Città del Messico con queste canzoni in italiano cantate da me e Fabrizio insieme ai due chitarristi. Da lì abbiamo sviluppato l’idea di fare uscire un libro con un cd perché in Italia la figura di Chavela Vargas è poco conosciuta, secondo me lei è un personaggio un po’ alla Edith Piaf, che ha avuto una vita assurda perché è stata rivalutata dopo un periodo durato 20 anni in cui si credeva che fosse morta quando in realtà era in una casa ad alcolizzarsi di tequila. Poi a un certo punto la scopre un impresario spagnolo che la vede cantare in un locale e da lì rinasce il mito di Chavela Vargas, con Almodovar che la inserisce anche in alcuni film. Ha una storia che è un romanzo, piena di alti e bassi, di depressione e di grande successo, e da lì è nata la voglia di raccontarla questa storia. Non siamo scrittori, per cui l’idea di non scrivere una biografia ma dei racconti legati alla sua vita ci sembrava una cosa interessante. Poi è ancora da sviluppare perché nel frattempo ho scritto il disco.

Marco: Concludo riportandovi una critica. Alcuni vostri estimatori hanno un po’ arricciato il naso su quest’ultimo lavoro per via di un presunto appiattimento in certe sonorità troppo poppeggianti e per una relativa carenza nella sperimentazione presente invece nei precedenti dischi. Cosa rispondete?

Antonio: Credo che la carriera di un artista la si veda non nei singoli dischi ma nel lavoro complessivo. Sicuramente il prossimo disco sarà molto diverso da questo. Io quando seguo un cantante che mi piace cerco di capirlo, mi dico “ok hai fatto questo disco così, vediamo il prossimo come lo fai e poi traiamo le conclusioni”. Naturalmente questo è diverso dai precedenti, spero che il prossimo sia ancora diverso da questo e dai precedenti. Credo che sia lecito aspettarsi un cambiamento da un disco a un altro

Angelo: La cosa più bella di questo mestiere è proprio la libertà di poter mettere in discussione tutto in ogni disco. Se viene a mancare la libertà di cambiare non ha più senso fare questo mestiere, è giusto guardare avanti, come nella vita

Giusto: Quando l’abbiamo finito ci è piaciuto il lavoro che avevamo fatto quindi poi l’ascoltatore trae le proprie conclusioni. Però se tu fai un disco e pensi a quello che ne penserà ogni singolo ascoltatore è la fine

Angelo: È una questione di gusti, magari chi ci segue da tempo ha storto un po’ il naso ma nello stesso tempo siamo arrivati a un pubblico diverso rispetto al passato, quindi è troppo presto per fare un bilancio

Giusto: Ogni volta che fai un disco fai delle scelte che possono piacere più o meno a tutti ma che principalmente devono farti sentire libero di quello che hai fatto, devi esserne contento

Antonio: Comunque rispetto a “Sarebbe bello non lasciarsi mai” questo disco è più suonato, nel senso che lo abbiamo veramente suonato live, mentre il precedente è nato più in studio. Per cui si tratta di punti di vista, da quello nostro, di persone dentro la cosa, l’abbiamo visto nascere come un disco suonato, più degli altri, forse non più di “Cara maestra abbiamo perso” ma sicuramente più del penultimo. Questa critica comunque è la stessa che ci ha fatto Rockit, che in passato invece ci ha molto apprezzati, però nel momento in cui scrivi una recensione paragonando un disco ai lavori precedenti secondo me è come se non dai importanza a quel lavoro. È normale che i dischi debbano essere diversi e anche di passaggio, per me è una cosa naturale nell’essenza della musica.

Angelo: Ed è normale e inevitabile che ci siano le critiche comunque, se consideriamo poi come precedente lavoro l’ep “Non vengo più mamma” che sicuramente non c’entra niente a livello di sonorità con quest’ultimo

Giusto: Questa cosa succede comunque a tutte le band del mondo, che quando si ritagliano quella fetta di pubblico e poi fanno un lavoro nuovo a distanza di anni c’è sempre quello che ti segue e che ti critica per qualcosa. Fa parte del gioco. Anche il pensare a un potenziale pubblico diverso è una cosa che non ci chiediamo durante la lavorazione di un disco, noi ci lavoriamo perché ci piace e diventa qualcosa che racchiude in sé quel momento storico della nostra vita, gli ascolti del momento, in generale un momento tuo che metti dentro la canzone. Però noi siamo molto soddisfatti di questo lavoro e soprattutto di suonarlo dal vivo

Angelo: Poi secondo me dal vivo le canzoni cambiano tantissimo perché riusciamo a trovare quell’equilibrio su cui forse dobbiamo ancora lavorare in studio

Giusto: Siamo stati esaustivi?

Marco: Direi promossi!

Giusto: Poi comunque dimmi chi ha fatto ‘ste critiche che ci parlo io (ridiamo)

Intervista: Marco Salanitri, Emanuela La Mela

Foto: Simone D’Amico

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