Zanne Festival Day 1: FFS + Balthazar

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 “Buonasera, Catania! Minchia!”

Esordisce così Alex Kapranos sul palco del Parco Gioeni, accendendo definitivamente le luci sulla nuova, imponente edizione dello Zanne Festival, quest’anno con una serata in più rispetto alle annate passate e con tanti nomi di grossa cilindrata; ma c’è molto di meritevole da raccontare, prima di arrivare a questo fotogramma.

Dopo una lunga coda all’ingresso che testimonia perfettamente la febbre vissuta nelle ultime ore in città, quello che ci ha subito colpito è il colpo d’occhio regalato dal Parco; o meglio, dalla sua trasformazione: l’area Bazaar si è allargata a macchia d’olio, fino a coprire interamente lo spazio messo a disposizione, offrendo una carrellata notevole di bancarelle commerciali – ben tre quelle dedicate ai dischi in vinile; abbastanza variegata, ma un po’ caotica, l’area food, per la quale è stato previsto un sistema di pagamento alternativo, tramite token acquistabili alle casse del festival.

Altra grande novità annunciata in extremis, la possibilità di usufruire di un servizio navetta gratuito in grado di trasportare gli spettatori dal centro fino alla location dell’evento: una soluzione efficiente che ha in qualche modo snellito il traffico, considerato il non trascurabile handicap dell’assenza di un parcheggio in zona. Il pubblico ha così avuto modo di affluire regolarmente e per tempo, senza disagi.

Ed è quindi così che i WOW! Signal possono alzare musicalmente il sipario sulla manifestazione di fronte ad una platea già impressionante. Vincitori del contest Nuove Zanne, vengono da Brindisi, questa era la loro seconda esibizione live e sono in procinto di ricevere una flotta di richieste da locali e label: è scritto.

Età media bassissima, formazione recentissima, eppure – come già scritto dopo il set ai Benedettini – hanno già maturità e personalità in abbondanza; non inventano nulla, ma le composizioni sono valide e le portano bene in scena, e nonostante una corda di chitarra saltata e una certa timidezza nel cantato, anche con una buonissima resa tecnica: questa, a differenza del talento, non è innata ed è solo frutto del lavoro individuale e di gruppo. Chi scrive scommette ad occhi chiusi sul loro futuro.

In una giornata atipicamente snella in cartellone, tocca ai belgi Balthazar l’ingrato compito di distrarre i catanesi dall’attesa per i Franz Ferdinand & Sparks.

La band propone un pop-rock sobrio ed elegante, ora più melodico e ora più arrembante, e fa leva sull’incastro vocale e scenico delle due entità predominanti, Maarten Devoldere e Jinte Depreez, e sul violino di Patricia Vanneste.

I Balthazar colpiscono prima di tutto per l’assoluta pulizia sonora e per l’attitudine da grande palcoscenico: dialogano con il pubblico, saltano qua e là per incitarlo e lo solleticano con le tradizionali ma sempre efficaci adulazioni sulla bellezza del luogo.

Tuttavia, le canzoni non sono da meno, e se su disco il rischio “stanchezza” fa spesso capolino, dal vivo traspare una ben maggiore vivacità, in grado di valorizzare il bel lavoro di scrittura che ha portato il gruppo a farsi in qualche modo notare fuori dagli angusti confini nazionali.

Particolarmente trascinanti Decency, Then What ed il singolo Bunker, tratte dall’ultimo album Thin Walls, ma soprattutto la meno recente Fifteen Floors, con una lunga coda ad entusiasmare un’audience piacevolmente sorpresa da un gruppo relativamente ignoto dalle nostre parti e che fin qui ha probabilmente raccolto meno di quanto meriterebbe.

Una pausa più corposa ma non eccessiva, giusto il tempo di una birra ed arriviamo lì, al momento topico descritto in apertura, quando Kapranos introduce pittorescamente il sodalizio tra i suoi Franz Ferdinand e i californiani Sparks, longevissima creatura musicale dei fratelli Russell e Ron Mael.

Gli FFS – questa la sigla scelta – nascono dopo un lunghissimo flirt causato dalla reciproca ammirazione tra le band; gli scozzesi hanno sempre guardato agli altri come alla fonte da cui attingere per le influenze art e glam riscontrabili nel loro indie-rock tipicamente britannico; i Mael hanno ritrovato nei Franz Ferdinand la loro concezione estetica dell’approccio alla canzone pop.

Il flirt ha anche dato alle stampe un’omonima opera in studio, non robustissima ma piena di buonissimi spunti e con qualche canzone di livello; da sottolineare però come le due anime si incontrino alla perfezione, con il tipico sound dei Franz Ferdinand che abbraccia le spigolose trame tastieristiche da sempre marchio di fabbrica degli Sparks.

Sembra impossibile quanto naturalmente questa alchimia si materializzi anche dal vivo, con un’intesa straordinaria se consideriamo i pochi mesi avuti per plasmarla. Già dall’apripista Johnny Delusional è possibile apprezzare questo miracolo, con i sei elementi che sembrano suonare insieme da sempre.

La scaletta è perfettamente in equilibrio, con quasi l’intero repertorio congiunto affiancato da quattro pezzi dalla discografia dei Franz Ferdinand e tre da quella degli Sparks.

Inevitabilmente, è proprio sui pezzi di Kapranos e soci che il pubblico si lascia andare all’entusiasmo maggiore, ed è sulle note di Do You Wanna? che arriva il primo boato della folla, seguito dal coro di massa durante il ritornello.

Gli FFS sembrano però particolarmente orgogliosi ed entusiasti nel presentare i nuovi brani, ed alcuni degli episodi migliori della serata arrivano proprio da qui, con le splendide performance in Dictato’r Son, The Power Couple, Police Encounters e soprattutto la deliziosamente autoironica Collaborations Don’t Work.

L’apice assoluto si tocca però con tre vecchi brani, i due grandi successi degli Sparks This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us e The Number One Song in Heaven, e l’incendiaria Take Me Out, la più grande hit dei Franz Ferdinand, per un’eccitante uscita dal palcoscenico.

Il ritorno per il bis vede i due leader chiedere ai catanesi se sono pronti per un’altra canzone, e constatata la risposta entusiasta Alex Kapranos rassicura: “d’accordo, altre due”; ma è un bluff, e gli FFS lasciano la scena dopo un’epica versione di Piss Off, primo singolo pubblicato sotto la nuova sigla.

Sul palco è stata una festa continua, che ha contagiato anche gli spettatori più prevenuti. Non sono mancate le gag, come una tastiera suonata prima a tre mani e sulla quale finiscono in ben quattro persone, l’abbraccio tra i due frontmen, ma soprattutto le due riguardanti Ron Mael, impassibile ed enigmatico tastierista degli Sparks: prima gli piantano davanti un microfono illudendo il pubblico che possa aprire bocca, per poi rivelare che a subentrare al canto non era stato lui; in seguito, lui stesso si alza per scatenarsi in un incredibile balletto prima di ricomporsi e tornare sui tasti.

Gli FFS possono anche non rappresentare l’espressione artistica ai massimi livelli in ambito rock, ma hanno sostenuto un concerto meraviglioso in termini di prestazione e di presenza scenica, dimostrando come si possa garantire un’intelligentissima forma di intrattenimento. Gli applausi sono tutti per loro.

Claudio Litrico

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