Zanne Festival Day 2: Spiritualized + A Place To Bury Strangers & more

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Arrivo al Parco Gioeni con mezz’ora di ritardo rispetto alla prima giornata e capisco subito l’antifona: infinite possibilità di parcheggio, pochi volti a fare capolino dall’ingresso e la sensazione (errata) che non si esibirà nessuno per ancora diverse ore: no, oggi non suoneranno i Franz Ferdinand – chè saranno anche stati gli FFS, ma per molti catanesi rimarrà “quella volta che i Franz Ferdinand suonarono a Catania”, e tanti saluti agli Sparks.

Quando salgono sul palco gli Ultimate Painting se ne accorgono in pochi, e quando attaccano il set con la splendida canzone omonima che apre il loro primo disco (indovinatene il titolo – sì, Ultimate Painting), siamo in pochissimi a seguirli dall’altro lato delle transenne; il gruppo stesso sembra perplesso e dispiaciuto per la sorprendente assenza di pubblico. Ad onor del vero, c’è stato qualche ritardo di comunicazione da parte degli organizzatori riguardo gli orari delle esibizioni, forse a causa di qualche intoppo tecnico accaduto nel pomeriggio.

 Seppur meno prestigiosa, anche quella degli Ultimate Painting è una collaborazione di livello, nata dall’incontro tra due personaggi chiave del pop indipendente inglese, Jack Cooper (Mazes) e James Hoare (Veronica Falls). I due si dividono i compiti tanto alle chitarre quanto alle voci, e danno vita ad un jangle pop leggero e senza troppe pretese, con l’ombra di influenze quali i Velvet Underground più melodici e le chitarre agrodolci di Stephen Malkmus. Con il loro aspetto collegiale e sfoggiando tutto il loro understatement, si mostrano più puliti e dotati rispetto a quanto lascerebbe sospettare il marchio lo-fi del disco, ed eseguono impeccabilmente la loro manciata di brani, tra cui spiccano Central Park Blues e la conclusiva Ten Street, con una lunghissima jam session finale in cui soprattutto Hoare fa sfoggio di una certa abilità con la sei corde.

Un virtuosismo che finalmente fa ottenere loro credito dalla platea; il sottoscritto li aspettava con una forte curiosità, in quanto ammiratore della loro opera in studio e fan delle sonorità in questione, ma in diversi mi hanno confidato di averli trovati impalpabili: di certo, non brillano per personalità, va detto, ma la mia impressione personale è che fossero geneticamente irricevibili per lo spettatore medio del festival.

 Dal pop minimalista, tutto sostanza, del gruppo inglese si passa alla teatralità degli svizzeri Dead Brothers, che si autodefiniscono una “banda da funerale”. Maschere, strumentazione orchestrale, attitudine gypsy, armonie da blues-rock tenebroso: a voler dare un’idea, qualcosa a metà strada tra Tom Waits e Goran Bregovic. Musicalmente appaiono – fatta eccezione un paio di pezzi effettivamente più ispirati – sterili e prolissi; va però loro riconosciuta una forte propensione alla dimensione live, uno spiccato carisma che fa loro conquistare in fretta le simpatie del pubblico – già più numeroso. La conquista definitiva arriva con la discesa dal palcoscenico per lanciarsi in un’esibizione in mezzo agli spettatori, che partecipano attivamente con cori e battimani all’esecuzione di O Mary Don’t You Weep, rivisitazione di un tradizionale americano che conclude trionfalmente uno show simpaticamente atipico.

Mentre i Dead Brothers liberano lo stage, questo viene intanto preparato all’invasione di una band aspettata con ansia da molti, quegli A Place To Bury Strangers che si portano dietro la nomea di band rumorosissima, che confermano solo in parte. Volutamente o forzatamente che sia, infatti, i volumi rimangono comunque piuttosto contenuti e leggermente sbilanciati, con la batteria a sovrastare spesso le chitarre; la forza devastante del suono dei newyorkesi viene un po’ frenata, venendo fuori alla distanza – prova ne sia il fatto che l’inevitabile pogo fa la sua comparsa solo nella seconda metà del loro concerto.

Gli A Place To Bury Strangers hanno costruito la propria fortuna su delle composizioni essenzialmente garage affogate nelle distorsioni degli ampli Marshall, e anche se la loro performance non sembra perfetta sotto un profilo tecnico, la capacità di colpire, stordire ed agitare chi sta di fronte teme effettivamente pochi confronti.

Anche quando il songwriting mostra i propri limiti – soprattutto nei pezzi dei due più recenti e deboli album – il gruppo affonda la lama sulla carne viva degli ascoltatori, mostrando i muscoli del loro portentoso muro sonoro. I momenti musicalmente migliori sono rappresentati da due classici del repertorio, Ego Death e I Lived My Life To Stand In The Shadow Of Your Heart; ma nell’economia dello show il top arriva alla fine, quando i ragazzi abbandonano il palco per portarsi sulla postazione distaccata, sotto la scalinata, per giocare con la piattaforma Playloud di Orlando Musical Instruments. Un divertissement casinista che cattura il pubblico, che si sposta in massa a seguire da vicino il fuoriprogramma e scattare foto con i musicisti.

Poi arriva il momento che molti aspettavano dal 2011, quando gli Spiritualized dovettero annullare la partecipazione all’Ypsigrock, per colpa dei problemi di salute del leader Jason Pierce, che già un paio di anni prima aveva rischiato di perdere la vita per colpa di complicazioni al fegato, che gli costarono diverse sedute di chemioterapia.

La band inglese è un’istituzione da quando arrivò al successo critico e commerciale con l’album Ladies and Gentlemen We’re Floating in Space – dal quale eseguono Electricity e la formidabile Come Together, ma non la splendida e celebre title-track, con mio grande rammarico.

Il loro sound, che vede composizioni pop e rock classiche che divagano verso la psichedelia e la dimensione spaziale ed eterea, viene cristallizzato attraverso una tipica formazione allargata (due chitarre, basso, batteria e tastiere), a cui spesso si aggiunge l’apporto di un piccolo ma fenomenale coro gospel.

È un concerto sublime, che vede lunghe progressioni ipnotiche, sognanti, intervallate da sporadiche esplosioni sonore. La scaletta è quasi in fotocopia quella delle ultime uscite, e spazia su tutto l’arco della carriera degli Spiritualized, con l’iniziale Here It Comes (The Road, Let’s Go) ancora inedita in studio.

I momenti clou sono legati al passato più lontano, con la coinvolgente Shine a Light e l’encore Take Your Time tratte dal debutto Lazer Guided Melodies – del quale costituivano la facciata blu – e soprattutto la perla Walking with Jesus, capolavoro dell’ex gruppo di culto di Pierce, gli Spacemen 3, i cui versi è facile rileggere in una chiave potentemente autobiografica dopo il periodo di malattia: “Ascolta, dolce Signore, perdonami i peccati (…) So di aver fatto degli errori ma ho il paradiso sulla Terra”.

Una performance di altissima scuola, una classe purissima che si rivela in termini tecnici, sonori, scenici. Signore e signori, si fluttuava nello spazio.

 Claudio Litrico

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