Playblack – Rinascimento rap: la nuova scena losangelina tra arte, letteratura ed esistenzialismo

kendrick
Ce li ricordiamo ancora con la bandana in testa e i “colori” delle gang addosso, a bordo di minacciose Cadillac nere e col ferro nascosto nei calzoni a scorrazzare lungo Crenshaw Boulevard, i padrini del gangsta rap, quelli tipo Ice Cube/Doughboy in Boyz n the Hood di John Singleton, A.D. 1991, per intenderci. La famosa linea di demarcazione della cartina del rap americano faceva si che ci fossero due schieramenti di attitudini opposte in aperto contrasto tra loro, che solevano lanciarsi rime al veleno a distanza e, purtroppo, anche pallottole: della East Coast, asciutta e politicizzata, i più ricorderanno gli ipnotici Eric B & Rakim e i Public Enemy, con la loro attualizzazione/reinterpretazione di elementi cari alla tradizione culturale neroamericana, che fossero gli shouts di James Brown piuttosto che la dialettica proto-rap di Malcolm X, Muhammad Alì e gli slogan del successivo Black Power; poi c’era la West Coast, estrema e gangsta, con N.W.A., Ice T e 2Pac, per nulla timorosa di fare ampio ricorso di racconti di vita criminale pieni zeppi di donne facili, droghe e niggaz (scelta espressiva peraltro biasimata dal primo Chuck D, che si dichiarava “proud” di preferire l’aggettivo black). Ad ogni modo (prei)storia.
Il 2015 potrebbe essere l’anno buono per un definitivo punto di rottura. Qualche avvisaglia l’avevamo già avuta, mi vengono in mente la peculiarità sonora di Lese Majesty del duo di Seattle Shabazz Palaces targato Sub Pop (sissisignori, avete capito bene) nonché l’esagerato ed affascinante Yeezus di Kanye West, dove si osava profanare Strange Fruit, brano tradizionalmente considerato “intoccabile” poiché inno per antonomasia dell’anti-linciaggio, riesumato per Blood on the Leeves, dove il rapper nativo di Atlanta accosta alla strofa cantata da Nina Simone (benché la versione originale sia di Billie Holiday) al racconto di una sua relazione andata male. I dinosauri puristi gridarono all’eresia, Chuck D e compagni se ne sarebbero guardati bene, dissero. Ma è semplicemente il nuovo che avanza, ed il nuovo non sa che farsene di polemiche e clichè.

La scena losangelina contemporanea sembra fare strada verso questo rinnovamento degli stilemi dei vecchi tempi, mentre l’est, sporadiche eccezioni a parte, sembra arrancare. To Pimp a Butterfly non è soltanto il secondo ed ambiziosissimo LP di Kendrick Lamar, next big thing della musica nera contemporanea, ma sembra essere un epocale spartiacque, un chiaro punto di non ritorno che alza l’asticella dell’estetica rap di qualche metro almeno. Siamo anni luce dal seppur pregevole esordio Good kid, m.A.A.d. city, dove il ben intenzionato Kendrick viene trascinato dall’onda matta della sua Compton, mentre con le sue rime dipinge e ci regala un meraviglioso dipinto impressionista dei suoi quartieri malfamati dal sedile di un’auto in The Art of Peer Pressure, appunto l’arte del farsi trascinare, dagli amici gangster. Prove tecniche di rivoluzione.
Il secondo capitolo della saga Kendrick Lamar è qualcosa di diverso, e lo si capisce subito. To Pimp a Butterfly pesca a piene mani da diversa letteratura americana lasciandosi attraversare ad ogni angolo, e non lo fa per sfizio di “coolness”, lo fa per tentare di raccontare l’uomo afroamericano del XXI secolo. L’assonanza del titolo dell’album con To Kill a Mockingbird, romanzo di protesta antirazzista di Harper Lee, è evidente. King Kunta, terzo singolo estratto, richiama Kunta Kinte, lo schiavo virginiano di cui raccontava Alex Haley nel suo Roots, che decise di farsi amputare il piede destro piuttosto che farsi evirare dal suo padrone dopo l’ennesimo tentativo di fuga dalla piantagione. The Blacker the Berry, oltre ad essere il secondo singolo estratto dall’album, fu anche il titolo di un importante romanzo di Wallace Thurman, esponente della fortunata Harlem Reinassance degli anni ’20, indagante il razzismo strisciante all’interno della stessa razza nera, tema che divenne a sua volta centrale all’interno della prima filmografia di Spike Lee. Opera rap dalla marcata volontà intellettualistica, culturalmente stratificata ed immersa musicalmente nei preziosismi del jazz. Niente rime facilotte del tipo “finger in the trigger” e via discorrendo, quella è diventata roba da East Coast.

L’ostentazione del perenne baratro di violenza da strada viene totalmente rimpiazzato dall’introspezione personale, il racconto in rima della massa degli homies che condividono ore di bighellonaggio e infausti destini di morte e sangue da un personale e complesso esistenzialismo; queste le tematiche principali di I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside di Earl Sweatshirt (made in Los Angeles, guarda caso). Rap minimale, povero di qualsivoglia orpello (a partire dalla cover dell’album, scritta bianca su sfondo nero e stop, come un qualsiasi demotape fatto in casa). A Earl, figlio di una docente universitaria e di un poeta attivista sudafricano, non piacciono i guai e preferisce rimanere in casa, a rimuginare sul mondo e sulla ragazza perduta, su beats lo-fi e senza i soliti ospiti altisonanti a ficcanasare coi loro inutili cammei.
Rinascimento e reincarnazione, quindi, poichè di rinascere sotto diverse spoglie si tratta. È curioso, ma spesso e volentieri la storia stessa lo è. La Los Angeles che partorì la poetica gangsta classica è la stessa sta contribuendo a spazzarla via e rinnovarla. Il post-gangsta è appena nato.

Luca Impellizzeri

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