Zanne Festival Day 3: Four Tet + Hookworms & more

Four Tet performs during the Red Bull Music Academy Bass Camp in Vienna, Austria on November 16th, 2013 // Victoria Kager / Red Bull Content Pool // P-20131117-00018 // Usage for editorial use only // Please go to www.redbullcontentpool.com for further information. //

È sabato, il caldo è insopportabile e a fine serata si balla”.

Questo è quello che devono aver pensato in molti, perchè – sebbene in termini non paragonabili alla prima giornata del festival – in vista dell’appuntamento meno tradizionale in cartellone, già poco dopo l’apertura dei cancelli si vede un po’ più di movimento rispetto al giorno prima, forse anche grazie all’annuncio stavolta tempestivo della tabella oraria.

Si comincia presto, per quello che sarà il menù più corposo dell’edizione. Aprono i Camp Claude, trio francese guidato dall’intrigante figura di Diane Claude Saigner, dedito ad un pop-rock in cui si incastrano senza mai dominare l’una sugli altri delle chitarre riverberate di derivazione dream pop e dei beat elettronici dallo stampo minimalista. Le canzoni non sono sempre all’altezza, e nell’ancora breve repertorio del gruppo è facile rintracciare diversi momenti di stanca.

Li salva la loro frizzantezza, e la geniale trovata di far lanciare molti palloncini in aria distribuendone altri tra il pubblico, ottenendo un efficace sfondo coreografico per la loro performance, comunque gradevole, soprattutto quando arrivano i singoli Hurricanes e Trap: quest’ultima è il vero pezzo forte, già una sorta di hit per la band.

I Peter Kernel (non è lo pseudonimo di un singolo) godevano, se possibile, di ancor meno fama, ma raccoglieranno alla fine ancora più applausi di quelli già tributati ai Camp Claude. Sono un duo svizzero-canadese, accompagnato alla batteria da un notevole musicista messicano, cosa che suscita non poca ilarità tra il pubblico.

Il loro è un set tutto muscoli e ritmo, condito da divertenti dialoghi con la folla. L’approccio è da gruppo garage, ma le sonorità sono più che altro quelle del post-punk con tinte noise. Degna di nota specialmente High Fever, già uno dei brani migliori su disco, robustissima nella trasposizione live. Precisione svizzera, verrebbe da dire, carica latina e simpatia canadese. Tra le sorprese maggiori di Zanne 2015.

Titolo di Gran Sorpresa che potrebbero rivendicare a buon diritto gli Hookworms di MJ – tutti i membri si presentano ufficialmente solo con le proprie iniziali. Di loro molti sapevano soltanto che sarebbero stati l’altra band rumorosa del festival, con un certo distacco dagli A Place To Bury Strangers; invece, da questo punto di vista i cinque di Leeds hanno quasi fatto mangiare la polvere ai colleghi americani, con un’incredibile dimostrazione di potenza. Basti pensare che un ragazzo ha ricevuto in dono dal batterista un paio di tappi per le orecchie: è l’esibizione più energica delle quattro serate.

Qui il noise la fa da padrone, con una vena psichedelica che pulsa sotto un impressionante wall of sound, con una pressione sonora alle stelle e, nonostante tutto, risultati eccellenti in termini di pulizia e coordinazione. Il frontman dietro sembianze nerd nasconde una bestia da palcoscenico, e incendia gli animi mentre malmena le tastiere.

Al massimo, subentra da un certo punto in poi la ripetitività nello schema compositivo, tanto che a tratti – ma solo a tratti – vien quasi da pensare: “tanto rumore per nulla”. È proprio quando l’ossessività tipica della band viene meno e i ritmi rallentano che gli Hookworms cancellano tutti i dubbi in proposito, con la splendida Off Screen. Sul versante più vivace, bellissima la versione di Retreat.

Sarebbe stato difficile per chiunque emergere dal backstage dopo una tale scarica di adrenalina, e diventa quasi impossibile per Luke Abbott.

Giusto, qui, aprire una riflessione; da un lato appare comprensibile la voglia dello staff di Zanne di mischiare le carte e accontentare in ogni tappa il maggior numero possibile di palati, tuttavia il confine tra noise rock e IDM appare vastissimo e di non facile attraversamento. Forse un appuntamento dedicato totalmente a questo ambito musicale (sulla scia di quanto avviene all’Ypsigrock già da diversi anni) risolverebbe il problema alla radice, evitando di portare il mood della platea a fare un giro sulle montagne russe.

Abbott svolge il proprio compito, giocando su un’alternanza di momenti più pacati e soluzioni maggiormente movimentate. Gli spettatori, piuttosto che danzare, oscillano, dimostrandosi non troppo coinvolti. La sgradevole sensazione è quella di vedere sfruttato un nome importante nel mondo elettronico come (in)utile ponte tra il rock e la stella Four Tet.

Quando Kieran Ebden fa il suo ingresso in scena, si assiste ad un curioso ritorno di massa sottopalco, dovuto alla inaspettatamente brevissima pausa dal set precedente, rispetto al quale opera in continuità anche sotto un profilo scenico, sfruttando la stessa gabbia di neon bar colorate che aveva imprigionato Abbott.

Il set inizia e finisce con le due lunghe tracce dell’ultima opera Morning/Evening, con l’ordine però invertito. Si tratta di due composizioni speculari, altamente suggestive, sul cui tappeto ipnotico si innestano beat sincopati e sample di un canto indiano. A separarle, le più ballabili Sing e Glassbeadgames e la rilassata Ba Teaches Yoga. Soprattutto, però, un fastidioso problema tecnico che porta anche ad un confronto diretto sul palco con un fonico; problema che causa un’imbarazzante pausa di qualche minuto che spezza l’ipnosi e lascia il nostro visibilmente alterato, tanto che da lì in poi sembra in un qualche modo andare col pilota automatico, per poi salutare timidamente e velocemente il pubblico senza grossi sorrisi.

Tra gli headliner della rassegna, Four Tet è stato senza alcun dubbio il meno convincente; una posizione atipica nella line-up, gli intoppi tecnici ed una scaletta forse non perfettamente bilanciata hanno impedito che si venisse a creare pienamente quell’effetto da alternative-dancefloor che era lecito aspettarsi e che avrebbe potuto zittire i tanti puristi delle chitarre presenti. In molti stemperano la palese o latente delusione nel divertente silent party organizzato nell’area skate; qui ci si può collegare a una delle due selezioni previste: techno e rock’n’roll, una separazione netta che sembra quasi confermare la tesi prima avanzata: meglio non mischiare troppo.

Claudio Litrico

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