Zanne Festival Day 4: Jacco Gardner + Timber Timbre + Godspeed You! Black Emperor

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Qual è il modo migliore per esaltare l’attesa di un evento? Semplice, allungarla. Come sempre, l’apertura dei cancelli era prevista per le 18.30; io arrivo un’ora dopo, teoricamente subito prima dell’inizio del primo set, e trovo una (finalmente) nutrita schiera di appassionati in fila, ancora impossibilitata ad entrare. Pochi minuti dopo possiamo tutti portarci a ridosso del palco e anche lì risulta chiaro che per dire addio a questa edizione dello Zanne Festival saremo in tanti, con numeri che a fine serata risulteranno forse paragonabili a quelli della prima sera. Il cast di giornata, poi, è composto da soli tre nomi, ma di assoluto livello. Ve lo sveliamo sin da ora: sarà l’appuntamento migliore di quest’annata.

A salire per primo sul palco è l’olandese Jacco Gardner, supportato da una giovane e funzionale band di supporto. Gardner si inserisce perfettamente in uno dei filoni dominanti dell’attuale panorama musicale: il revival psichedelico. Più vicino al pop dei Foxygen che alle chitarre dei Temples, con una scrittura più complessa, barrettiana. Dopo il primo ottimo Cabinet of Curiosities, ha da qualche mese pubblicato un seguito (Hypnophobia) forse un po’ inferiore alle aspettative.

È comunque sorprendente notare come non sia il classico show di presentazione dell’ultimo album, con una scaletta che pesca moltissimo dal debutto, come nel caso delle splendide Clear The Air e Puppets Dangling, che beneficiano della maggior naturalezza e freschezza offerte dall’esecuzione dal vivo. Saranno gli highlights della sua ottima performance, insieme a Summer’s Game e Find Yourself, ultimo singolo e pezzo più conosciuto dal pubblico.

Gli organizzatori hanno chiaramente fatto intendere a più riprese sui social di stimare tantissimo Jacco e di considerarlo una vera e propria Next Big Thing, e la stoffa è evidente. Solo i due concerti successivi aiuteranno a mettere a fuoco le ingenuità ancora presenti nella proposta di Jacco Gardner, che è già bravissimo ma deve ancora “farsi” pienamente.

I Timber Timbre in verità non partono benissimo. Durante il soundcheck rilevano l’assenza (o malfunzione?) di un piano espressamente richiesto nella loro scheda tecnica; non la prendono benissimo, e per ripicca vietano l’accesso ai fotografi sotto il palco: non guadagnano punti simpatia, ma la frustrazione è comprensibile, soprattutto considerando anche l’handicap di partenza dell’assenza della violinista Mika Posen. Sembra l’anticamera di una Caporetto.

Invece assistiamo ad un miracolo, un live di un’intensità straordinaria, che si piazzerebbe senza dubbio su un ipotetico podio dell’evento. Ho concordato con più persone che le coordinate ideali per inquadrare la musica dei canadesi sono la tenebrosità di Nick Cave, il lirismo dei National ed il malinconico nostalgismo di Richard Hawley. Ma non potrei darvi consiglio migliore di andare a conoscerli voi stessi, se possibile dal vivo: avevo ascoltato poco della produzione in studio e li ho letteralmente adorati, una vera folgorazione. Pathos, suoni caldissimi, eleganti, puliti, perfetta interpretazione. Classe à gogo.

L’apoteosi la si raggiunge con la fenomenale Hot Dreams, title-track dell’ultima fatica, con un sublime assolo di chitarra del carismatico frontman Taylor Kirk a sostituire quello di sax presente nel disco; splendide anche This Low Commotion, Until The Night Is Over e Trouble Comes Knocking. Davvero una dimostrazione di stile, la loro; il miglior modo possibile per prepararsi al gran finale.

E sarà davvero un finale grandissimo. I Godspeed You! Black Emperor erano attesissimi, ben più degli FFS, dai “puristi” del circuito alternativo catanese. D’altronde parliamo di chi ha fatto la storia, con una manciata di dischi tra metà anni ’90 e primi del nuovo millennio consegnata agli annali, e che li ha visti diventare uno dei nomi di punta del post-rock, etichetta vaga che – per chi non lo sapesse – tende a raggruppare quelle band che con una strumentazione prevalentemente rock, abbracciano strutture assolutamente atipiche per il genere; nel caso dei GY!BE, è evidente il tentativo di avvicinarsi talvolta agli esperimenti della musica concreta, e più in generale al concetto classicista della suite.

Tanto per ribadirlo, l’esaltazione di un’attesa sta nella sua dilatazione, e l’ingresso in scena del collettivo di Montreal è preceduto da una lunga, silenziosa pausa e da un ancor più lungo intermezzo a luci spente, dominato da un suono basso e distorto: è il preludio di Hope Drone, tesa, ansiosa progressione che ormai da anni apre le loro esibizioni. È il rombo di tuono che apre una tempesta che prende vita con le note dell’epica Peasantry or ‘Light! Inside of Light’, opener del nuovo lavoro discografico, Asunder, Sweet and Other Distres, che viene eseguito integralmente e fedelmente fino alla maestosa Piss Crowns Are Trebled, forse l’episodio migliore dell’intero festival.

A seguire, dopo un suggestivo inedito dal titolo ancora sconosciuto, un excursus nel passato, con la drammatica, toccante Moya, la furiosa Mladic e, infine, perfino The Sad Mafioso, proveniente dal primo, lontano LP F#A# ?.

L’alchemica, meccanica coordinazione in quella complessa orchestra di nove elementi lascia sgomenti per la meraviglia, e le sue cavalcate sonore ci sussurrano con forza che siamo di fronte ad un’esperienza eccezionale, che è impossibile confinare nell’ambito del concerto rock; come la visione di un film di Tarkovsky, lo spettacolo dei Godspeed You! Black Emperor ci consegna una nuova espressione emotiva della dimensione artistica.

Preciso subito: non sono un fanatico del gruppo, nè del suo approccio, ancorato come sono alla forma canzone, ma in questo concerto ho provato veri e propri brividi lungo la schiena, e in alcuni passaggi mi è venuta la pelle d’oca. Reazioni che mi è capitato di avere in pochissime occasioni.

Non si tratta di un caso isolato, e prova ne è il fatto che per la – ahimè – prima volta, non si è sentita volare una mosca, durante il set: eravamo tutti ugualmente rapiti ed ipnotizzati da un live che, al di là di ogni considerazione personale, non lascia indifferenti, anche grazie ai filmati proiettati alle spalle dei musicisti, dal notevole impatto visivo.

Quando i GY!BE lasciano il palco e si riaccendono di colpo le luci, il risveglio è brusco e qualcuno chiede inappropriatamente il bis: è tardi, un ritorno richiederebbe almeno un altro quarto d’ora di tempo e l’ensemble ha già offerto tutto il possibile. L’euforia lascia presto spazio alla lucidità, e realizziamo che l’indomani non faremo visita al Parco Gioeni, la migliore edizione dello Zanne Festival è ormai alle nostre spalle, ma siamo già stati rassicurati: lo ritroveremo l’anno prossimo, e potremo di nuovo stupirci e rallegrarci di cosa sia tornata ad attirare nella sua orbita la nostra Catania.

Claudio Litrico

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