Dimartino live @ Villa Ada Roma Incontra Il Mondo

Foto ©Michela Forte

Foto ©Michela Forte

A scrivere di Dimartino si finisce sempre per sembrare di parte. Ma se la parte è quella di un talento che riesce a dar voce con autentica grazia allo spirito del nostro tempo, intridendolo di luoghi e di memorie (che rendono la sottoscritta non poco orgogliosa della propria provenienza), allora sì, ammetto di essere di parte. Ospite della rassegna Roma Incontra Il Mondo a Villa Ada lo scorso 23 luglio insieme a Bobo Rondelli (che dopo di loro salirà sul palco per presentare il suo “Come i carnevali”), a poco più di due mesi di distanza dalla presentazione al Monk dell’ultimo lavoro in studio, “Un paese ci vuole” (Picicca, 2015), il trio composto da Antonio Di Martino, Giusto Correnti e Angelo Trabace torna nella Capitale nel bel mezzo di una torrida estate per ricordarci che «la geografia divide le anime» e che «correre sotto il cielo non ci può far male».

L’apertura del live è affidata a “Come una guerra la primavera”: ogni verso è un’immagine dai contorni ben delineati, una storia a sé, che si espande e s’intreccia via via con altre storie; storie di tutti e di nessuno, di terre vicinissime e lontane. Antonio, narratore eccezionale, stringe col pubblico un rapporto diretto, quasi intimo, e chiacchierando, tra un brano e l’altro, ne descrive la genesi. Parecchi tra i presenti, compresa chi scrive, non riescono a rimanere seduti e si avvicinano al palco. Si prosegue con “Venga il tuo regno” (“Sarebbe bello non lasciarsi mai, ma abbandonarsi ogni tanto è utile”, 2012) e la dolceamara “Cambio idea” (“Cara maestra abbiamo perso”, 2010): «Se non fossimo noi due saremmo altri due». Le canzoni di Dimartino spiazzano per la loro verità, per quella semplicità proclamata a gran voce, che dal vivo, qui e ora, sembra entrarti dentro; poesia che non ha bisogno di slogan, di nascondersi dietro ritornelli accattivanti, poiché viene fuori dalle cose stesse, dalla terra, dal mare, dalle piccole realtà, brillando, disarmante, ad ogni nota, imbevuta di vita vissuta. Come nel caso de “Le Montagne”, «un brano che ho scritto per un mio amico, che diceva sempre che per lui le montagne sono come le persone, perché in ogni viaggio che faceva lui se le portava dietro». E poi ancora la succitata “Niente da dichiarare” e la dedica agli amici del centro di accoglienza Baobab, «uomini che aiutano altri uomini», proprio come dovrebbe essere, ché «le cose prima o poi diventano rovine», le persone invece no, quelle ti rimangono attaccate alla pelle. Altro giro altra canzone: è la volta de “I calendari”, ballata ambientata in un mattino di fine estate, mattino di pioggia e di partenza, raccontato talmente bene che pare di sentirlo fino a qui quel vento nuovo che rinfresca l’aria. E poi “L’Isola che c’è”, un silenzio di paese che si rompe sul fondo del mare, e la splendida “Maledetto autunno” (2012) che ti stringe il cuore. E ancora “La vita nuova”, dedicata ai figli della Nuova Europa: storie di Ciao né, di emigrati che ritornano per Pasqua nella loro terra, in quella Sicilia dall’essenza esoterica, piena di contraddizioni, che ti tiene legato a sé, sempre e comunque, a doppio filo, ché chi le ha viste anche una sola volta quelle cose, diceva il buon Goethe, le possederà per tutta la vita.

Un viaggio avanti e indietro nel tempo, nelle stagioni, lungo le strade, i ricordi di chi è alla ricerca di un po’ di felicità: «Sembrava davvero incredibile, invece era così facile»… Chiusura con tanto di banda in piazza in un supermarket di sabato mattina, con “Cercasi anima” (2010), introdotta dalla tastiera scandita di Trabace. Le parole per continuare non mancano, ma il tempo è poco e a qualcosa tocca rinunciare. Il pubblico invoca un bis che non arriverà. Sarebbe bello avere più Dimartino, ma accontentarsi ogni tanto è utile.

Azzurra Sottosanti

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