Svetlana Zakharova: la spietata impertubabilità di una étoile

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In un caldo pomeriggio di agosto incontriamo l’etoile ucraina Svetlana Zakharova: l’occasione è la conferenza stampa di presentazione dello spettacolo Soirée Svetlana Zakharova, che andrà in scena giovedì 6 agosto all’Arena Vittorio Emanuele di Portorosa.

Tracciamo una linea. Anzi, una parentesi quadra. Dentro i margini spigolosi di questo perimetro mettiamoci le aurore boreali, la taiga, la coltre di ghiaccio assiepata lungo i marciapiedi negli inverni a 30 gradi sotto zero, le cantilene dei bambini, gli umori di un popolo eternamente in rivolta e ancora, tutte le sfumature di quella “terra color del lampone” di cui scriveva Esenin. La Russia.
Una volta chiusa la parentesi, forse, possiamo introdurre l’artista Svetlana Zakharova. Classe 1979, nasce a Luc’k, in Ucraina, ma si considera russa al 100%. A chiunque le porge domande sull’attuale condizione politica del suo Paese risponde con un lapidario e serafico: “Non parlo di politica”.
A soli 10 anni entra nella scuola coreografica di Kiev dove intraprende una carriera che la porta, nel giro di pochi anni, ad accedere dapprima alla prestigiosa Accademia di Ballo Vaganova di San Pietroburgo per poi successivamente essere promossa a prima ballerina nella compagnia del Teatro Mariinskij.
Di quella terra gelida e severa, Svetlana porta le sembianze su di sé: la tensione muscolare, evidente sulle braccia esili e bianchissime si snoda lungo una schiena dritta e straordinariamente slanciata, mentre gli occhi piccoli e profondi si incastrano sul diafano incarnato di un viso minuscolo, incorniciato dalla biondezza di una chioma raccolta nell’inconfondibile coda di cavallo bassa che solo le donne dell’est Europa riescono a portare con indifferente eleganza nonostante l’estrema semplicità.
Un personaggio estremamente interessante che negli ultimi anni ha riportato l’interesse mediatico sul mondo del balletto, attirando platee e attenzioni da rockstar, come non accadeva oramai da tempo per una etoile (con scene di delirio tra i fan partenopei che arrivano a litigare tra loro pur di incontrarla).
Tantissime le interpretazioni che l’hanno vista protagonista in questi anni: dal Lago dei Cigni allo Schiaccianoci di Vassily, da La fille du Pharaon di Marius Petipa fino Zakharova Supergame, uno spettacolo scritto appositamente per lei dal compositore italiano Emiliano Palmieri.

Ciò che rende singolare questa icona è sicuramente il senso di contemporaneità con cui riesce a raccontare la femminilità in un’epoca che, archiviata la cultura sessista proposta dalla Mattel e dal mito Barbie, si è votata all’incondizionata consacrazione del mito della bad girl dall’animo fragile e dal fegato imbevuto di alcol (che Dio abbia in gloria Amy Whinehouse) o della pop star tutta curve, divisa tra il ghetto e amori maneschi (Rihanna e Beyoncè, due nomi a caso).
Svetlana, in punta di piedi, si impone con la sua storia di rinunce e sacrifici (“quanti pianti da piccola, non volevo fare la ballerina” o ancora “mi nutro di vitamine, mi nutro del mio lavoro”) senza scadere, tuttavia, nel mito della danza come mondo crudele, fantomatica tomba dell’infanzia di infinite generazioni di bambine.
La danza è una strada, una delle tante espressioni attraverso le quali si può raccontare la vita.

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Come sei arrivata da Luc’k al Bolshoi?

Non essendoci una scuola di Balletto a Luc’k sono andata a studiare a Kiev. Da lì mi sono spostata al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, dove ho ballato per sette anni. Durante questo periodo il Bolshoi mi ha invitata per tre volte e per tutte e tre le volte mi sono sempre rifiutata. La quarta volta ho pensato ‘questa potrebbe essere l’ultima volta che mi invitano, meglio non sfidare la sorte’. E ho accettato. Devo molto al Mariinskij, ma in quel periodo ero arrivata ad un punto in cui avevo voglia di cambiare qualcosa nella mia vita. Oggi il Bolshoi è la mia casa.

Perché per tre volte ha rifiutato?

Perché per me in quel momento il Teatro migliore era il Mariinskij.

Nello spettacolo di giovedì prossimo presenterà due prèmiere, tra cui “Digital love”, un lavoro preparato con il coreografo Patrick De Bana. Di cosa tratta?

È uno spettacolo ispirato alla storia del boing scomparso nel mare e a questa introvabile scatola nera che per tanto tempo è stata cercata. La nostra idea era quella di dedicare il pezzo a questa triste vicenda di cronaca. La protagonista viene a conoscenza del fatto che è scomparso un suo amico intimo e tutto intorno a lei si sviluppa il ricordo di questa amicizia, un ricordo che evapora fino a lasciarla sola sulla scena. Ad accompagnare l’esibizione ci sono due tipi di musica che si incrociano, la musica contemporanea e quella barocca. Ed è proprio il passaggio dalle sonorità contemporanee a quelle più cupe e barocche che avviene tramite il segnale della scatola nera.

Quali personaggi preferisce interpretare?

Personaggi che ispirino passione. Deve emergere sempre la passione. Su tutto.

Lei è una delle maggiori interpreti mondiali della danza classica. In che direzione sta andando questa disciplina ai nostri giorni?

Credo che il mondo, in generale, stia andando sempre più verso una direzione propriamente tecnica. Anche il balletto, probabilmente sta seguendo questa strada. Basti pensare al fatto che oggi non occorre più portarsi dietro delle scenografie monumentali, ma che con delle proiezioni si può realizzare di tutto. Anche l’impensabile.

Svetlana Zakharova nel corso della sua carriera, ha duettato con importanti, quanto avvenenti colleghi, uno su tutti lo scultoreo Roberto Bolle.
Quando le viene chiesto quale sia il suo partner preferito si barrica dietro un timido sorriso, abbassa lo sguardo e glissa la domanda, con la spietata imperturbabilità che è propria di una etoile.

Giuseppina Borghese

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