Kira Grunberg: la bellezza sopravvive alla pietà

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L’ultima opera di Michelangelo e il dramma di Kira Grunberg: cercare nel silenzio la grammatica del dolore con cui parlare di pietà.

Michelangelo Buonarroti vive fino all’età di 89 anni. L’amore e l’assoluta dedizione all’arte lo accompagnano fino alla fine della sua vita terrena quando, a soli tre giorni dalla morte, consegna all’umanità l’ultimo, prezioso tassello di bellezza: la Pietà Rondanini.
Un’opera potente e magnetica che con una brutale semplicità ci pone davanti a un blocco marmoreo accartocciato su se stesso in una drammatica torsione. Nell’unica figura si incastrano due corpi, quello inerte di un uomo morto e quello retrostante, di una madre che sopravvive al figlio.
Il dolore della donna, sebbene sia davanti ai nostri occhi, non riusciamo a vederlo. Avvertiamo uno sforzo nel capo chino e nella tensione della braccia che cercano di sorreggere il corpo morto. Non vi è traccia di tempesta, sconvolgimenti, lacrime e singhiozzi.
Eppure la sofferenza che pervade la scena è immensa. Quasi insopportabile.
Con una disarmante gentilezza espressiva, Michelangelo riesce a dare una forma al silenzio, mettendo in scena la primordiale danza di chi parte e di chi resta, di chi lascia andare e chi tenta di trattenere a sé qualcosa, qualcuno, nel gioco confuso della vita.

È dalla Pietà Rondanini che decido di girare lo sguardo dall’altra parte. Dal lato opposto dove ogni giorno l’incessante massa umana stremata si accascia al suolo e si concede al circo mediatico della pietà di giornalisti e fotografi, opinionisti e soccorritori, buoni e cattivi, detrattori e volontari portatori d’acqua.

I miei occhi decidono di non guardare più arbitrariamente le stragi del mare dalla prospettiva di una istantanea, seppure evocativa e straziante.
Stanca di compiacere il ventre e le facili emozioni a cui lentamente mi sto assuefacendo, decido di provare a immaginare quel sentimento antico e nobile che si consuma in segreto, nel silenzio di una stanza.

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In una stanza (di ospedale) ritrovo lo sguardo frastornato di una ragazza. Il suo nome è Kira Grunberg, astista austriaca, vittima lo scorso 30 luglio di un grave incidente. Durante gli allenamenti atterra fuori dal materasso. La diagnosi è feroce: frattura della quinta vertebra cervicale, paralisi totale.
Mi domando se questa giovane donna, bellissima, abbia conosciuto, come tutti, le invidie e la prepotenza che solitamente covano negli ambienti lavorativi. Penso a colleghi, rivali nella vita o sul campo, ora stare lì a guardare attoniti il raccapriccio che la vita può servirti di colpo, senza preamboli.
All’improvviso la solitudine del vincente (abbandonato in precedenza alla propria felicità) comincia ad evaporare e cede il posto alla folla: ecco di nuovo i cronisti avanzare tra i curiosi, mentre nella schiuma melmosa della bontà caritatevole si avvicinano, sguazzando, i misericordiosi, gli infermieri per vocazione, gli eterni assetati del bisogno altrui.
È difficile preservare la bellezza tra le flebo e i cateteri, tra le carezze di compassione e il penoso altruismo di chi non ti saresti mai aspettato.
Ma non è impossibile.

Giuseppina Borghese

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