“Spassiunatamente”: vertigine elettrica di un viaggio nella Napoli che fu

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Nelle atmosfere suggestive del Castello di Milazzo, Peppe Servillo ed il Solis String Quartet portano Spassiunatamente, un interessante lavoro di recupero musicale e antropologico della Napoli più antica e sconosciuta.

Molto anticamente, nella Napoli dei bassi, era solito passare un uomo che, attrezzato di una apposita otre, vendeva l’acqua della sorgente. A quel punto, i potenziali clienti chiedevano: “Acquaiò, l’acqua è fresca?” Risposta: “Comm’ a neve.”
Chiaramente, la risposta del mercante, del tutto interessata, non aveva alcun fondamento di veridicità. Da qui, per indicare l’ovvietà di una risposta, è entrata nell’uso comune l’espressione “acquaiò l’acqua è fresca?”
L’ovvietà.
Un sentimento sempre in agguato, specie quando si parla di Napoli.
Ad esempio, esiste un malessere, un sorta di improvviso magone che potrebbe sorprendervi, in genere sul fare dell’ora blu, restituendovi il ricordo lontano di ragazzini che si rincorrono tra le case del rione Sanità, delle donne che parlano tra di loro da un balcone all’altro, dell’edicolante che, nell’esporre un’opinione diversa dalla vostra si trincera dietro un costernato “a’ faccia mia sotto i piedi vostri”.
Napolitudine, nostalgia lacerante di un luogo posterizzato, mai sazio di offrirsi a milioni di occhi in tutto lo sfarzo sbruffone del proprio cosmopolitismo tinto da macchie di folklore e alta nobiltà borbonica.
Un’ovvietà.
Dietro questa immagine universalmente interiorizzata, però, c’è una storia differente, quella di una città scontrosa, violenta, esoterica e appassionata.

servillo peppe

Probabilmente dal desiderio e dall’urgenza di raccontare questa storia che in pochi oramai ricordano, nasce il progetto Spassiunatamente, un lavoro che vede la collaborazione tra il cantante Peppe Servillo ed il Solis String Quartet, in un’opera di recupero del repertorio classico partenopeo, attraverso una rilettura sofisticata della materia popolare.
“Munastiero e’ Santa Chiara”, “Maruzzella”, “Uocchie c’arraggiunate”, “Era de maggio” sono la storia di un tormento collettivo, di un popolo che si culla, a fasi alterne e bipolari, tra l’estasi dell’arte e gli spasmi della miseria con l’insofferenza ragionata della meridionalità, quella che il poeta Libero Bovio ha magistralmente celebrato nella ballata “Està”.
Accompagnato da un ensamble di archi (Vincenzo Di Donna e Luigi De Maio al volino, Gerardo Morrone alla viola, Antonio Di Francia al violoncello) Peppe Servillo, con la sua figura istrionica e inarcata – apparendo e scomparendo come un lampo di luce nella notte – solca il palco e veste il manto nero di una Napoli arcana, cupa, politicamente scorretta che parla una lingua spigolosa, fitta, tagliente, incomprensibile. Arrivano così le irruente “Guappo innammurato” ,“Serenata e pulecenella” e “Festino” di Mario Merola, fino al momento di massima tensione che si raggiunge con “Guapparia”, manifesto assoluto di uno state of mind eterno, di quell’essere vittima del troppo sapere, del troppo capire, dell’arrangiarsi senza per questo mai rassegnarsi.
Il guappo, figura mitologica e inviolabile nell’immaginario collettivo machista, decide di schernirsi sotto al balcone della donna che lo ha lasciato e lo fa attraverso una serenata indisponente e stizzita che ci restituisce uno spaccato di pura drammaturgia partenopea.
Lì dove latitano boss e istituzioni e l’amore si tinge di toni estremi, il sipario si abbassa, definitivamente, mentre, incapaci di sostenere il dolore di un uomo ancora innamorato, “chiagnono sti ‘uagliuni e’ malavita”.

Giuseppina Borghese

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