Film da recuperare: I Giorni contati – Elio Petri (1962)

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Lungo corteo funebre con jumpcut. Elio Petri sfida il suo tempo con un’opera disperata che mette insieme Antonioni e Godard. Da una parte la depressione di un uomo di mezza età, Cesare (Salvo Randone in una interpretazione “monumentale”) che vede vicino lo spettro della fine, dall’altra un susseguirsi di frame, salti, raccordi in asse, cambi repentini di sfondo importati direttamente dalle sgrammaticature della Nouvelle Vague. Per quei tempi l’azzardo era evidente e il botteghino non premiò il regista romano, anche se il film battè Jules e Jim al festival argentino di Mar Del Plata.

Salvo Randone si trascina stancamente per le strade di Roma con la consapevolezza di avere sprecato gran parte della sua vita con scelte spesso dettate dal conformismo della società del suo tempo. Un uomo si accascia di lato su un tram: è morto, qualcuno copre il volto con il giornale (c’è visibile un articolo su Pasolini). Cesare, stagnaro “romano de Roma”,è testimone del decesso, ne è sconvolto, molla il lavoro, va alla ricerca di una vecchia amante, prova invano con una prostituta, presta 50000 lire a una ragazzina per toglierla dalla strada (ma la monella con quei soldi si compra una parrucca), va a cercare gli amici del paese natale ma ormai non è rimasto più nessuno,si imbarca nella simulazione di un falso incidente per beccarsi i soldi dell’assicurazione ma poi si pente. Insomma un uomo disperso, vedovo, con un figlio che si rifà vivo solo per chiedergli del denaro, in cerca di un impossibile punto di appoggio per risollevarsi dal fango. Non trova nemmeno conforto nell’arte (“questa è vita non rappresentazione…”), i quadri astratti di un pittore alla moda (Piero Guccione allora ventisettenne) sono per lui incomprensibili.

Petri segue con la macchina da presa questa picchiata circolare verso la catastrofe, come se il pover’uomo fosse attratto dal buco nero della depressione che gli deforma speranze e prospettive. Ritornare al lavoro? Alla solita monotona serie di gesti rituali, ripetitivi, ipnotizzanti? Gran chiusura con tutta la vita che passa davanti al finestrino. Tutto quello che avremmo potuto fare, tutto quello che avremmo potuto dire, i visi che avremmo potuto baciare, le mani che avremmo voluto accarezzare, mezze frasi, sussurri, sogni interrotti, grida d’aiuto… e intanto Titov ritorna dallo spazio sulla Terra (7 Agosto 1961) e intanto tutte le luci scorrono di lato imprendibili, attimi fuggenti rubati da altri, esistenze contate e svuotate che si accasciano di lato senza fare rumore. È il capolinea, signore.

Fabio Fulfaro

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