Debutti folgoranti | Corpo Celeste – Alice Rohrwacher (2011)

corpo celeste

Tra i più folgoranti debutti degli ultimi anni, Alice Rohrwacher con il suo Corpo Celeste colpisce immediatamente per la matrice naturalista delle immagini e l’utilizzo della macchina da presa come un fucile di precisione, senza la paura di finire all’Indice della Santa Inquisizione Cattolica. Sull’esempio dei fratelli Dardenne, la regista, nata a Fiesole nel 1981 ma di origini umbro-tedesche, bracca i suoi personaggi con un rigore formale e un senso etico da cineasta navigato, mantenendo sospeso ogni giudizio e lasciando allo spettatore il compito di tirare le fila della rappresentazione.

La storia è un semplice pretesto: una madre (Anita Caprioli) e le sue due figlie tornano dalla Svizzera nella città di Reggio Calabria. L’inserimento è difficile, Marta, la più piccola deve fare il corso per la Cresima e la sorella maggiore ha con lei un rapporto conflittuale. Attorno un ambiente che sembra avere l’orizzonte transennato da un gretto provincialismo di matrice post-televisiva. Il prete sembra più interessato a raccogliere voti per il politico di turno che consapevole del suo ruolo critico su un territorio difficile. Il Vescovo rimane chiuso in un silenzio catatonico interrotto dalla masticazione di qualche dolciume. Alice Rohrwacher ci presenta un doppio spaesamento: quello della tredicenne Marta che nel momento del passaggio nel tunnel dell’adolescenza (segnato dall’arrivo delle prime mestruazioni) non trova negli adulti nessun modello di riferimento. La madre sembra succube della sorella maggiore, la catechista (una bravissima attrice non professionista Pasqualina Scuncia) inculca nei suoi allievi i format televisivi dimenticando di fare riferimento alle sacre scritture, l’attendente catechista massacra dei poveri gattini e li getta nella fiumara, il prete (un ottimo Salvatore Cantalupo) è impegnato a fare carriera per potere essere spostato di parrocchia e cerca protezione non nei santi ma nel politicante di turno e nelle alte sfere ecclesiastiche. Tra microcosmo familiare e macroambiente sociale il quadro è di una desolaziane e decadenza devastante. Simbolica l’immagine della piccola Marta che avanza nel vento con tonnellate di rifiuti ai lati della strada. Allo spaseamento del singolo si associa l’alienazione e la deriva esistenziale di una comunità che è totalmente inconsapevole di brancolare nel buio, dimostrandosi inadeguata e ridicola. Il mistero della fede banalizzato da un quiz modello Chi Vuol Esser Cresimato?, la comunità dei fedeli ridotta a una patetica “L’Isola dei Cattolici”. Questo è il prodotto di trent’anni di cattiva televisione: bambine che ancheggiano come veline, insegnanti inadatti al proprio ruolo di educatori che ambirebbero a “sintonizzarsi con Dio” (ma in realtà sono segretamente innamorate del parroco), base e vertice delle autorità ecclesiastiche colluse con il potere politico (al posto delle immaginette dei santi abbiamo i volantini elettorali).

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La capacità di rappresentare i moti interiori dell’infanzia e della adolescenza ricorda la lezione di Luigi Comencini anche se lo sguardo semi documentaristico avvicina Corpo Celeste all’esempio de Il Ladro di Bambini di Amelio. Al silenzio sbigottito di Marta che risuona più forte nella scena del rimprovero e dello schiaffo rifilatole dalla catechista (quanta frustrazione mista a fallimento in quel gesto) si contrappone un terribile vuoto blaterare parole insensate, formule magiche imparate a memoria controvoglia, noia esistenziale e superstizione ereditaria. Marta si chiude sempre di più nel bozzolo di seta della sua sensibilità ferita: la bambina dopo aver ascoltato un sacerdote esiliato tra i monti calabri (un superlativo Renato Carpentieri) che le ricorda la diversità della follia del Cristo, avvicinandosi alla statua del crocefisso e toccando le sue ferite, riconosce un percorso doloroso comune di martirio ed esclusione. La diversità, la non omologazione può essere il primo passo per un possibile riscatto. La scelta finale, feroce e coerente, ribadisce la riscoperta dell’umano al di fuori delle tavole divine e dei comandamenti catodici, prova a gridare la purezza di un Corpo Celeste di fronte allo sfacelo di una materia umana in decomposizione morale, cercando di far nascere qualcosa di unico e speciale dai rifiuti di una società post industriale in crisi irreversibile. Marta è, fortunatamente, ancora viva. Un’ anima fragile che prova caparbiamente a misurare la sua distanza dalle stelle.

Fabio Fulfaro

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