Operazione U.N.C.L.E. – Guy Ritchie

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Ispirata all’omonima serie televisiva inglese degli anni sessanta, la spy-story firmata dal regista inglese si presenta come un ossequioso e convenzionale omaggio ai classici del genere.
In piena Guerra Fredda l’agente dei servizi segreti Napoleon Solo e il collega russo Illya Kuryakin sono costretti a collaborare per sventare un piano criminale orchestrato da una ricca famiglia di nazisti residente in Italia. Coinvolta nell’operazione anche una giovane ragazza fuggita da Berlino Est.
Rapido, patinato e convenzionalmente attraente, Operazione U.N.C.L.E. è il compendio ragionato di ogni spy-story, dalla saga di “James Bond” ai prodotti commerciali in linea con le esigenze di humour-vertigine-politicamentescorretto-azione in voga ad Hollywood negli ultimi quindici anni. Guy Ritchie gestisce con ordine una storia priva di clamorosi sussulti, lineare e scolastica per temperamento, elegante e formalmente impeccabile per vocazione: il regista inglese programma le scene con la convinzione di regalare un prodotto garbato, limpido per esposizione, chiarezza e intenti, oramai lontano nel gusto e nei propositi dalle tumultuose storie di perdenti e diseredati del capolavoro “The Snatch”.
Lavoro ispirato all’omonima serie televisiva inglese andata in onda dal 1964 al 1968, “Operazione U.N.C.L.E.” è stato presentato come il primo potenziale capitolo di una saga che con il passare degli anni potrebbe anche trovare un pubblico coinvolto ed appassionato: vittima di diverse traversie produttive dopo la rinuncia di Steven Soderbergh, l’opera di Ritchie si segnala soprattutto per evidenti meriti recitativi e per la saggezza con cui viene amministrato un materiale privo di palesi ambizioni artistiche. Le schermaglie dialettiche dei due amici-rivali, le citazioni di “Vacanze romane” e “La dolce vita” nelle scene italiane, la suggestiva colonna sonora firmata da Daniel Pemberton e una componente femminile perfida e seducente (ottime Elizabeth Debicki e Alicia Vikander) tradiscono a tratti la sensazione di un dolce deja-vu, una familiarità accentuata che permette di coinvolgere lo spettatore attraverso un percorso noto e tradizionalmente apprezzato.
Da elogiare, come detto, l’interpretazione dei protagonisti, dall’inappuntabile Henry Cavill (la spia statunitense Napoleon Solo) al convincente Armie Hammer (il “russo” Illya Kuryakin) fino al maturo e signorile Hugh Grant: una base da cui ripartire per appropriarsi con maggiore originalità di una materia fin qui confinata nell’ossequioso rispetto dei canoni del genere.

Domenico Colosi

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