Sangue del mio sangue – Marco Bellocchio (2015)

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Ogni grande artista è un vampiro. Ti succhierà il sangue fino all’ultima goccia. (David Leavitt)

Il Vangelo secondo Marco Bellocchio

Ogni tanto Marco Bellocchio si prende una pausa meditativa per riflettere sul suo cinema. È l’autore che si guarda allo specchio e prova a individuare asimmetrie e imperfezioni. Un discorso molto complesso che pone il quesito del senso di fare Cinema e sul ruolo di Autore ormai consegnato alla Storia della Settima Arte che non ha bisogno di conferme, premi, attestati di beatificazione. Pensare il proprio Cinema. Per farlo è necessario il ritorno nella monade liebniziana di Bobbio, sacco placentare che nutre tutta la ispirazione del maestro piacentino.

Vacanze in val Trebbia, Addio del passato, Sorelle mai e adesso questo Sangue del mio sangue riflettono questa urgenza di risistemare le proprie terre interiori, respirando l’aria della familiarità dei luoghi (il ponte Gobbo, la chiesa, le prigioni di Bobbio) e proteggendo la propria latitanza con la complicità di un gruppo di persone (parenti, amici, giornalisti, mogli al montaggio, attori, membri della troupe, Gianni Schicchi, i ragazzi del seminario di Critica Cinematografica e della Scuola di regia, gli stessi abitanti di Bobbio). Non è detto che tutto questo debba coinvolgere lo spettatore, nel momento in cui si fa l’inventario dei propri pensieri imbizzarriti, si decide di tirare su un muro di mattoni lasciando solo un rettangolino come campo di sguardo. “Bobbio è il mondo” non è solo da interpretare come metafora di un parallelismo tra il particolare autobiografico e una condizione universale ( i pregi e i difetti di un piccolo paese sono quelli di una nazione intera e dell’umanità in generale) ma anche come dichiarazione poetica che si nutre delle contraddizioni e ambivalenze della propria terra natale. Quindi la frase deve essere letta come “Bobbio è il mio mondo” e ogni analisi critica e interpretativa non può prescindere da questo retroterra socio-culturale. Naturalmente i fan dell’autore piacentino (compreso il sottoscritto) risultano spiazzati: si aspettavano un’altra allegoria sull’Italia di oggi, l’ennesimo film politico mascherato da racconto d’appendice e si ritrovano un Sogno della farfalla frantumato tra passato e presente, con una serie di associazioni libere d’immagini a volte spiazzante, a volte scientificamente fuori contesto soprattutto nel tentativo disperato dell’attualizzazione contemporanea.

Il primo segmento si svolge nel Seicento, con la fotografia di Daniele Ciprì che cita testualmente la pittura in chiaroscuro di Rembrandt e Caravaggio e sviluppa una storia di “Santa” Inquisizione Cattolica nei confronti della Monaca di clausura Suor Benedetta (sorprendente Lidiya Liberman) che seduce due fratelli nobili, Federico Mai e Fabrizio Mai (tutti e due interpretati da un Piergiorgio Bellocchio in stato di grazia) e per questo è costretta a una serie di torture: quella dell’acqua, quella delle lacrime e quella del fuoco. Questa prima parte consente al regista piacentino di portare avanti il suo discorso anticlericale e il suo vangelo laico che sul modello di Saramago, parte dal Cristo per arrivare all’uomo. L’umanità di Cristo sta anche nel ribellarsi al Padre, al sangue del proprio sangue. Come ne L’Ora di religione il problema è burocratico e formale: se Benedetta non confessa la colpa, il suicida Fabrizio Mai non potrà avere solenni funerali e il fratello Federico non avrà giustizia ma solo vergogna sul proprio casato. Così il figlio pazzo e Filippo Argenti devono testimoniare per la canonizzazione della madre e la conseguente riabilitazione della famiglia Picciafuoco. La donna è il diavolo, Federico e Fabrizio delle povere vittime del maligno. Tutto l’apparato persecutorio della chiesa seicentesca si mette in moto contro la donna che rimane muta nella sua ostinata fermezza: non si può che murarla viva costringendola ad un ergastolo nelle segrete di Bobbio. Bellocchio confonde i piani interpretativi lasciando intendere che tutto il sistema repressivo della religione cattolica si basa sul concetto di paura di abbandonarsi ai propri desideri. Le due sorelle non hanno mai conosciuto uomo ma avuta l’occasione giacciono con il giovane Federico, che si abbandona sul letto tra le loro braccia in una composizione michelangiolesca. Le campanelle suonano, le porte si spalancano, la luce spazza le ragnatele del passato. La confusione aumenta con la identificazione della figura cristologica nel maschile (Federico) e nel femminile (Benedetta): tutto avviene nel fuoricampo, la chiave per fuggire dalla prigione è passata di nascosto, gli occhi ciechi non possono vedere (la madre ne I Pugni In tasca era cieca). Il sangue di Cristo passa di generazione in generazione ed è dal lago ematico di Benedetta che avviene il passo decisivo per la distruzione delle sovrastrutture castranti. Il Vittoriano veniva distrutto dal passo lento della Gradiva. Il vecchio e marcio carcere di Bobbio viene annientato dalla bellezza nuda, da due giovani amanti che corrono in fretta le scale e inchiodano il vampiro al raggio di luce. Bellocchio non rimane sempre lucido nell’esporre la sua tesi e nella seconda parte commette l’errore di una eccessiva attualizzazione della metafora libertaria.

Le figure di Filippo Timi (una citazione di Vincere), del magnate russo e della moglie del conte sono francamente pleonastiche e non giovano all’economia dell’opera. Anche i dialoghi sulle paure della finanza, sulle pensioni di invalidità e sulle tasse rimangono fatalmente in superficie, banali nel loro luogo comune. Herlitzka è gigantesco nel disegnare il Dracula bobbiese ma risulta evidente un certo grado di imbarazzo soprattutto nella scena sulla sedia del dentista (Toni Bartorelli). Oserei dire un Bellocchio un po’ danzante (“egli danza”) con una certà difficoltà a portare avanti il concetto dell’umanesimo laico di fronte all’incalzare della modernità. I cori alpini e Torna a Surriento rimangono un controcanto superficiale ai cori sacri dell’inizio film. Non credo alla Sorrentinizzazione di Bellocchio, piuttosto penso alla difficoltà di un autore sempre sincero con sé stesso a mantenere alta l’asticella del logos e della coerenza interna. Rimangono lampi visivi di una bellezza folgorante: Federico che vede il proprio Gemello (se stesso) sparire nell’acqua sulle note stravolte di Nothing Else Matters dei Metallica (citazione da Sorelle Mai), il tentativo di annegamento di Benedetta incatenata sul fondo del Trebbia, il finale che afferma la vittoria della luce sulle tenebre dell’ignoranza e della superstizione, del Cristo/figlio fatto uomo sopra Il Dio/padre malvagio invocato dagli uomini per giustificare i propri malefici, o peggio ancora sopra il Dio/padre indifferente ai pugni in faccia a quei figli derelitti che non possono tenere alta la guardia.

Gesù muore, muore, e quando la vita comincia ad abbandonarlo, all’improvviso, il cielo sopra il suo capo si spalanca e appare Dio, vestito come sulla barca, e la sua voce risuona per tutta la terra, Tu sei il mio diletto figlio, in te ho riposto la mia gratificazione. Allora Gesù capì di essere stato portato all’inganno come si conduce l’agnello al sacrificio, che la sua vita era destinata a questa morte, fin dal principio e, ripensando al fiume di sangue e di sofferenza che sarebbe nato spargendosi per tutta la terra, esclamò rivolto al cielo, dove Dio sorrideva, Uomini, perdonatelo, perché non sa quello che ha fatto… (Josè Saramago, Il Vangelo secondo Gesù Cristo)

Fabio Fulfaro

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