Intervista ad Alessandro Fullin – Comicità pop rinascimentale

5a1048_fd8e47caa5f64c5aa51f762fe7445dec.jpg_srz_980_315_85_22_0.50_1.20_0.00_jpg_srz
Benvenuti nel pianeta Fullin. Non solo un comico, un attore, uno scrittore, un militante, ma tutto questo e molto altro ancora in una centrifuga pazza e irresistibile, quella di un artista dotato di una comicità naturale e disinvolta, capace di schiaffeggiare lo spettatore con una sequela inarrestabile di gag esilaranti. A Catania lo abbiamo visto pochi giorni fa presso il Teatro Cortile Industrie. In scena lo spettacolo Fullin Legge Fullin, da lui stesso definito “uno spettacolo leggermente autoreferenziale”. Sul palco non solo, come si diceva, un distillato di comicità istintiva ma un vero e proprio spaccato di vita, di quotidianità, come pagine di un diario narrate come un’avventura a volte intima, a volte surreale, a volte quasi grottesca ma sempre eccezionalmente vera, autentica, a tratti tenera. Senza mai perdere la leggerezza e la capacità di donare ora un sorriso ora un incontenibile scoppio di risa convulse.
Abbiamo avuto il piacere di conoscerlo e di approfondire meglio tutto questo insieme a lui.

Marco: Parliamo dei tuoi esordi, hai cominciato subito pensando di fare il comico o pensavi ad altro all’inizio?

Io, come tutti gli sconclusionati negli anni ottanta, andai a fare il Dams, che all’epoca c’era solo a Bologna. Tutti quelli che facevano il Dams erano un po’ degli originali e lì sono venuto a contatto col movimento gay perché c’era il Cassero Arcigay di Porta Saragozza con un gruppo formato da una ventina di persone. Quando si facevano le feste di autofinanziamento ti prendevano, ti travestivano e ti buttavano sul palco, così, brutalmente, ma tutti lo facevano, io ci ho preso gusto! E avevo probabilmente anche un quid, qualcosa da dire. Per cui ho cominciato così per caso, sicuramente non volevo fare l’attore nella mia vita, nel modo più assoluto, lo faccio perché non saprei che altro fare, anche perché uno come me cosa vuoi che faccia, io farei la bidella (ridiamo), il problema è quello. Quindi tutto è successo per puro caso e da lì ho fatto tanto off a Bologna, tantissima fame, nel senso che non era certo una strada in discesa, era molto difficile viverci, e poi per caso una volta ho fatto una cosa a Milano, poi mi ha visto un autore di Zelig e lì finalmente sono arrivati due dollari e quel tipo di cosa lì. Che però non mi ha trasformato come persona, bellissimo il successo televisivo, ma poi ho continuato a fare le cose che volevo fare.

M: Ma c’è stato un momento, un evento particolare che ti ha fatto capire che la comicità era davvero la tua vocazione?

Ma sai io sono un artista un po’ rinascimentale, ovvero quegli artisti che stavano a tavola presso il loro signore e lo dilettavano. Io il meglio lo do con i miei amici a cena, perché se mi fanno bere io sparo delle cazzate stupende! Sul palco c’è il pallido riflesso di quello che io sono, per il meglio devi offrire una pizza ad Alessandro Fullin, perché lì io son contento, non ho l’ansia da prestazione, invece il pubblico mi fa sempre una paura tremenda, son terrorizzato!

11060891_694524187324757_2298626583791790889_n
M: Ci sono dei modelli che ti hanno ispirato nel tempo? Qualcuno ti vede come l’erede di Paolo Poli..

Beh sì, ci somigliamo fisicamente, ma lui è un maestro, è bravissimo, io sono uno che balbetta, Paolo Poli è un genio assoluto, quindi è un paragone totalmente a mio sfavore. Detto questo penso che la mia sia una vena un po’ più pop rispetto a quella di Paolo Poli, lui ha una sua storia, io ad esempio collaboro con questo gruppo di ragazzi molto giovani che si chiama “Nuove Forme” e gli spettacoli che faccio con loro sono molto pop, facciamo “Piccole gonne”, che è praticamente “Piccole donne”, ed è uno spettacolo molto diverso rispetto le cose di Poli, c’è Titanic, c’è molto cinema. Io a teatro mi annoio mortalmente e vado pochissimo e vado invece tantissimo al cinema. Mi sento poco italiano, già in quanto triestino, sono poco spaghetti-pizza-mandolino, il mio è un umorismo diverso, non sono empatico col pubblico, non tento di essere simpatico ma sono un po’ seccata, sempre (ridiamo), sai quelle signore che dicono “o mi adorate o io sono seccata e me ne vado a casa!”. Se il pubblico è freddo io mica lo scaldo, me ne vado un po’ seccata dicendo “insomma io son venuta qui, non vi ho trovato particolarmente carini e vado via!”. Quindi non sono un cabarettista in senso classico, se tu mi vuoi bene e io mi sento tranquillo allora ci divertiamo insieme, e poi il mio umorismo non è assolutamente italiano, io sono surreale, guardo sicuramente ad altre cose.

M: Eppure sei finito a Zelig, il programma che rappresenta un po’ il monumento del cabaret italiano

Per puro caso! Questa cosa piaceva ai bambini, perché loro hanno sempre il problema del linguaggio e quindi sono sempre rimproverati e quando vedono una pazza che parla in quel modo vanno giù di testa, gli piaceva tantissimo quest’adulto fora de testa che rimproverava degli altri adulti come loro vengono rimproverati. Per cui per i bambini, che balbettano le parole, che devono imparare il congiuntivo, era una vendetta stupenda! Poi tutti abbiamo avuto queste professoresse pazze, no? Le vedi e son già pronte, con quei tailleur, vengono fabbricate in quel modo! E hanno quella follia lì, per cui tutti hanno adorato questa cosa, perché è una specie di vendetta, tutti siamo stati subissati da queste pazze che ci hanno massacrato. Poi io faccio un travestimento molto minimal, non ho per niente il vezzo della drag queen di dipingermi, truccarmi, e alla fine sei un po’ più vera del vero, nel senso che alla fine una signora così, una professoressa si trucca come me! E io sono assolutamente negato come una di queste e questo funziona anche coi gay, perché conosco bene il mio pubblico, i gay se sei troppo favolosa ti detestano, invece così tu mi guardi e dici “beh avrei fatto di meglio!” e quindi sei simpatica, perché comunque sei una che ha tentato ma non ce l’ha fatta. La guardi e dici “poverina, guarda come si è messa l’ombretto!”. Infatti in questo spettacolo, in cui racconto la mia vita, mi presento così, una camicia blu, pantaloni e scarpe da ginnastica.

M: Una mia grande curiosità è infatti sapere com’è nato il tuo personaggio più celebre, quello dell’archeologa insegnante di tuscolano

Ho fatto una manifestazione contro il razzismo a Roma e per questioni di ordine pubblico non ti mandavano a Termini ma nelle stazioni più piccole dove poi ti scorta la polizia. Io sono finito a Roma Tuscolana, l’ho letto e ho pensato che era meraviglioso, la regina tuscolana! E sono andato a rompere le palle tutto il giorno dicendo “sono la regina tuscolana!” e mi sono immaginato tutta ‘sta roba della regina tuscolana. Ma anche perché quando tu studi, io ho studiato storia dell’arte, quando entri nei musei archeologici prima di arrivare ai greci e ai romani ci sono sempre delle civiltà del terrore, tipo i villanoviani, che facevano quelle anfore brutte.. il percorso dell’umanità è stato molto lento e qui ci sono delle civiltà che hanno fatto delle cose agli occhi nostri mediocri, tipo quando han tentato di girare il primo vaso, delle cose orrende! Quindi a me piaceva questo popolo di stupidi che andasse un po’ contro l’idea delle grandi civiltà, lo stupore, i maya, le piramidi, gli egiziani, ma ci sono stati altri esseri umani che han tentato di progredire ma erano stati abbastanza penosi, quindi a me divertiva questa civiltà di esseri assolutamente improbabili.

M: So che ti sei un po’ allontanato dal mondo della televisione. Come mai questa scelta?

Sì, non è che ne faccio una malattia, se c’è va bene, se no ho comunque i miei progetti. Quando fai Zelig entri in una specie di macchina da guerra che funziona come un’industria e lavori in un certo modo. Non è esattamente il modo in cui mi trovavo a mio agio, preferisco anche guadagnare di meno ma fare un percorso in cui mi riconosco di più. Poi ad esempio questo spettacolo che porto in giro, che parla di un uomo omosessuale, secondo me fatto in Francia interesserebbe anche a un pubblico etero perché c’è un altro tipo di cultura, qui invece solo i gay vengono a vedere una cosa del genere e un po’ mi dispiace, perché l’Italia è più provinciale. Poi gli eterosessuali si divertono molto ma se tu sei uno che racconta la vita di un omosessuale questa risulta già una cosa troppo strana per un pubblico generalista.

M: Questo un po’ mi sorprende, pensavo avessi un pubblico più eterogeneo

No quando faccio cose più classiche come “Piccole donne” allora sì, ma uno spettacolo come questo in cui tu racconti una verità, ad esempio il fatto che sei stato un ragazzino strano, tu racconti questa cosa che sei fin da bambino uno strano essere e questa è una verità e se la racconti la gente ti crede. Questo interessa molto ai gay perché tutti noi abbiamo avuto un percorso, quindi sappiamo le nostre difficoltà, non è facilissimo entrare a 16 anni nella squadra di baseball, uuuuuh paura! Ai miei tempi rischiavi anche grosso, io ero l’unico gay dichiarato in tutta la scuola, non era proprio una passeggiata.

10361450_670784986365344_5805211142357562209_n
M: Com’è nata l’idea, che tu stesso definisci leggermente autoreferenziale, per questo spettacolo di leggere te stesso?

Ma semplicemente perché son le cose che racconto, mi sembrava giusto, anche per fare un bilancio, 50 anni e racconti la tua vita, le tue cose, è stato molto naturale. E poi mi piaceva avere una cosa in cui non ero vestito in abiti di scena, ma essere semplicemente me stesso.

Alessandro: Fino a qualche anno fa ero convinto che dentro ogni omosessuale ci fosse un’opportunità di rivoluzionarietà, poi nel tempo ho cambiato idea. Tu percepisci ancora quella spinta rivoluzionaria del movimento e della comunità omosessuale di cui tu sei rappresentante anche nell’essere rivoluzionario? O percepisci invece un ripiegare su posizioni più normalizzanti?

Io ad esempio mi definisco una checca, che è un termine che i gay odiano, è come se tu buttassi un cane morto sulla tavola, loro prendono paura. Il mio è un approccio talmente anni 70 che adesso crea solo sconcerto, perché secondo me è chiaro che oggi noi ci muoviamo in una società in cui il movimento, i gay e tutto il resto sono portatori di valori molto tradizionali, sono diventati dei paladini con l’immaginario di Doris Day, cioè un immaginario molto di conservazione. E quindi tutta l’ossessione degli omosessuali oggi per il maschile, l’odio feroce che hanno per l’effeminatezza, questa pochissima autoironia che gira mi è assolutamente estranea perché io vengo da un’altra scuola, non che fosse vincente, forse si esagerava dall’altra parte però c’era molta autoironia. A me poi l’idea del maschile su un gay mi fa ridere tantissimo perché poi tutto sono tranne che maschili, è un delirio improbabile! Io me la vivo con grandissima libertà, non m’importa niente, sicuramente intorno mi sembra che giustamente ci sono i diritti e tutto il resto, ma io avrei forse aggiunto un punto di vista più specifico, nel senso che le dinamiche per due uomini non sono le stesse, mi sarei inventato qualcosa di leggermente diverso. Secondo me due uomini hanno un loro modo anche poetico, è un’altra cosa, il modello del matrimonio è una cosa giustissima però avrei condito la minestra forse in maniera diversa. Io trovo che le differenze ci sono e quindi perché non possiamo essere differenti?

A: È come prendere un abito che non è stato cucito per te e tentare d’infilartici dentro

Sì ma poi una volta l’identità gay era qualcosa di forte, adesso è un’identità molto debole. Io ne faccio il centro del mio lavoro, però oggi è un’identità non molto forte.

A: Ma è solo il centro del tuo lavoro o il centro del tuo percepire te stesso?

Beh sai io sono un gay molto sui generis, mi piace parlare della mia omosessualità, degli altri omosessuali, mi diverte molto, sono molto interessanti e poi è specifico perché non lo fa nessuno, io sono l’unico comico gay in Italia, non ho alternative, ti può piacere Fullin o no ma non ce ne sono altri che fanno questo tipo di lavoro, c’è al massimo il mondo delle drag queen ma è un’altra cosa.

A: La tua è comunque una forma di militanza

Sì, nel senso che ad esempio anche lo spettacolo sul finale dice delle cose che fanno riflettere anche se si ride. Il pezzo sul matrimonio ti restituisce l’immagine di un mondo con un minimo di complessità

A: Per finire una pura curiosità, è vero che ti sei laureato in 12 anni?

Sì! (ride) Non finivo mai ed è stata una delle cose più inutili della mia vita, ho speso un sacco di soldi, ho chiuso solo perché spendevo tantissimo! Poi è bello essere laureati, ad esempio quando sono arrivato a Zelig, dove in generale l’unico laureato ero io, questo costituiva un’ennesima specificità, per cui sempre tenuto molto a parte, non è cabarettista, non è come noi, non è eterosessuale… e poi non sono mai stato ossessionato dal lavoro. Domani vado a vedermi la villa romana, ho altre cose nella vita per mia fortuna. Adesso faccio lo spettacolo poi chiudo e domani vado a vedere Piazza Armerina, la mia vita è così, perché poi più semini più ti vengono delle idee, qualsiasi cosa fai, io sono sicuro che vado a vedere Piazza Armerina poi chissà, vedi qualcosa, ti succede qualcosa che fa scattare quel click. Devi sempre innaffiare la tua pianticella.

Marco Salanitri
Alessandro Motta

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...