I classici: Gli Uccelli – Alfred Hitchcock (1963)

uccelli-Hitchcock

Dopo il successo planetario di “Psyco” (1960), Hitchcock propone una storia di apparente catastrofismo ecologico ma che è invece, ad una più attenta lettura, il suo vero testamento spirituale.
Nella pacifica cittadina di Bodega Bay, 100 km a nord di San Francisco, sta succedendo qualcosa di incomprensibile, per oscuri motivi (che rappresentano il McGuffin del film), gabbiani corvi e rondoni iniziano ad attaccare l’uomo, in una terribile escalation di violenza fino ad arrivare all’apocalittico finale. Anche qui una storia apparentemente banale viene trasformata in una successione di momenti memorabili, colpi di genio registici e approfonditi livelli di lettura. In più in questo caso specifico, c’è la complicanza logistica dei problemi tecnici ossia come mostrare gli attacchi degli uccelli con trucchi ed effetti speciali in una era pre computer.
Hitchcock muove la macchina da presa con una sicurezza impressionante: prendete la scena in cui Nathalie Kay Hedren in arte “Tippi” (ex modella, scelta da Hitch dopo numerosi provini, una specie di scommessa) aspetta l’uscita dei bambini dalla scuola. Nel parco giochi dietro le sue spalle un primo corvo si appoggia alla struttura metallica, poi altri tre-quattro, a un certo punto la mdp stringe su Tippi e noi perdiamo la visuale di quello che accade dietro le sue spalle, la vediamo ansiosa nervosa, fumare una sigaretta, voltarsi verso la scuola. Hitch ha la padronanza assoluta del linguaggio del cinema: indugia in maniera geniale sulla inquadratura della nostra protagonista (quel tanto che basta affinché lo spettatore angosciato si chieda: cosa succede alle sue spalle?) e poi quando il punto di cottura dello spettatore è raggiunto, non inquadra subito la struttura metallica nel parco giochi, ma fa seguire con lo sguardo alla Hedren (e a noi) un solitario corvo che, dopo una breve svolazzata, raggiunge un centinaio di fratelli pennuti appollaiati adesso nella struttura metallica (l’immagine è davvero impressionante). E ancora quando Lydia (la madre di Rod Taylor per intenderci) scopre il cadavere del contadino, Hitch sceglie di inquadrare il morto prima in un dettaglio (un piede insanguinato) e poi con tre stacchi successivi fino al primo piano orribile (con un dettaglio anatomico da brivido) che rappresentano la soggettiva-oggettiva empatica di chi scopre il cadavere. E a proposito di questa scena, Hitch decide di non farci sentire grida di terrore, ma ce lo suggerisce disegnando sul volto di Lydia una espressione da “urlo di Munch”.

Questi dettagli estetici non sono fini a sé stessi ma sono incastonati in una trama narrativa che nasconde diverse interpretazioni. Il primo filone interpretativo è quello del ribaltamento di una situazione di onnipotenza, la sadica prova del contrappasso per cui è l’uomo a finire in gabbia e gli uccelli sono lì, fuori, presenti, in attesa, con la decisione del se e quando attaccare, numerosi, invincibili, assordanti nel loro falso silenzio. Determinante è la scena iniziale nel negozio di uccelli, nella quale vengono mostrati decine di uccelli in cattività, fatte varie doppie allusioni (“dovevano metterla dietro le sbarre” oppure “la rimettiamo nella sua gabbia dorata Melanie Daniel”) e inscenata una doppia finzione (quella di Tippi Hedren che finge di essere la commessa del negozio, quella di Rod Taylor che finge di crederci pur avendola riconosciuta) che rappresenta la prima schermaglia di una storia d’amore che si agita tra differenze morali e culturali.
I pappagallini inseparabili sono “Lovebirds” ma tra poco l’unico sentimento che muoverà gli altri uccelli contro gli esseri umani sarà un odio cieco (da cavare gli occhi) e indiscriminato (verranno coinvolti pure i bambini). Ma il secondo filone interpretativo muove più in profondità, andando a scandagliare le apparenti placide acque di Bodega Bay: la scena chiave è quella del ristorante, nella quale, dopo una serie di attacchi dal cielo con morti e feriti, viene scatenata la caccia all’untore ed individuata in Tippi Hedren, la causa di questa orribile vendetta divina, di questa piaga d’Egitto.
Tippi Hedren è una donna ricca e viziata, che ama la dolce vita di Roma (con annesso bagno nella fontana di ekberghiana memoria) e le compagnie maschili; la sua nobile discendenza le ha garantito l’attenzione continua dei giornali e la sua vita privata è diventata ben presto di dominio pubblico. La sua presenza è perturbante, generatrice di angosce e insane passioni: è sconvolto Rod Taylor, che è fondamentalmente attratto dalla fiamma del peccato (come lo sarà Sean Connery per la cleptomane Marnie), è sconvolta Lydia la madre di Rod Taylor, vedova inconsolabile, che cerca di raccogliere i cocci del suo passato disintegrato per terra e nel frattempo vede avvicinarsi lo spettro della solitudine, è sconvolta Annie, la ex di Rod Taylor, la bravissima Suzanne Pleshette che ha deciso di trasferirsi a Bodega Bay per stare vicino ad un amore ormai finito e che vede liquefarsi tra i riflessi biondi di una ricca viziata ogni sua speranza di riconciliazione. La disintegrazione di questi tre mondi interiori avviene con angosce e tormenti sempre più evidenti. E man mano che la narrazione procede questa atmosfera di turbamento interiore si riflette nella Natura circostante, che in un principio di azione e reazione, si scatena contro l’uomo. Ogni attacco dal cielo rappresenterebbe la rivolta di un super io censorio che stigmatizza questi desideri inconsci (quello sessuale di Anni e di Tippi, quello incestuoso di Lydia) e attacca anche i bambini prioprio in funzione perversamente antieducativa: trasforma il loro desiderio in paura. (1)
Ma al di là dell’idea di proiettare i timori all’esterno provocando una reazione violenta nel mondo animale, come riuscire a scuotere e rendere percepibili le tempeste interiori, gli inquietanti fruscii di anime che si dibattono come volatili in gabbia?

Il magnifico, geniale espediente di Hitch è quello di non affidarsi alla musica ma ad una serie di suoni e rumori che creano un effetto spettrale: la scena dell’attacco degli uccelli alla casa è tutta giocata su rumori animaleschi, battiti d’ali e versi sempre più vicini. La escalation sonora disegna sui volti dei protagonisti il terrore. Quando Lydia si avvicina alla casa del contadino per scoprirne il cadavere, fate attenzione al rumore dei passi, modulato sapientamente per creare un effetto perturbante. Per non parlare del silenzio spettrale della scena finale che rimbomba nelle orecchie dello spettatore come l’eco di una catastrofe irreversibile.

Che contrasto con il primo arrivo di Melanie in barca a Bodega Bay, prima osservatrice (e violatrice dell’intimità della casa di Rod, ove lascia i pappagallini inseparabili) e poi a sua volta osservata dal binocolo di Rod Taylor. Nella soggettiva di avvicinamento alla casa ci aspettiamo un attacco aviario che non arriva, invece il gabbiano si lancia nel primo attacco a sorpresa, approfittando di un nostro abbassamento del sistema di vigilanza, quando invece ci attendiamo l’incontro romantico. Hitchcok usa gli uccelli sul corpo della povera Tippi Hendren (che ebbe un forte esaurimento nervoso durante le riprese) come il coltello della mamma di Norman Bates sulla povera Janet Leigh in “Psyco” con inquadrature che si susseguono ravvicinate come colpi di rasoio.”E’ la razza umana piuttosto che rende difficile la vita…” sembra una frase profetica, da “la fine del mondo è vicina”. Stavolta Tippi Hendren è chiusa nella “gabbia –cabina telefonica” e gli uccelli giocano al tiro al bersaglio. La stupidità umana prende il sopravvento nella scena della esplosione della pompa di benzina, con visione post atomica dall’alto che sembra il punto di vista di Dio. Tippi ha una madre assente, Rod una madre troppo presente: perché tendiamo a complicarci la vita? La domanda chiave viene posta alla fine del film, quando vediamo una enorme distesa di uccelli che si perde a vista d’occhio e ha colonizzato tutto l’ambiente circostante.”Che cosa ci aspetta là fuori?”. Gli uccelli sono fermi e minacciosi, quando attaccheranno? Il finale interlocutorio sembra schiarirsi nella visione di un raggio di sole e nei pappagallini inseparabili che trovano un posto nella macchina dei fuggiaschi. Ma c’era in sceneggiatura un finale alternativo ( che non è stato girato per problemi tenici, mancanza di tempo e di fondi) nel quale dalla macchina dei fuggiaschi si nota lo sterminio degli umani compiuto dagli uccelli e una immagine conclusiva (in dissolvenza incrociata) sul golden gate di San Francisco popolato da migliaia di volatili.
Trucchi ed effetti speciali imprestati dalla Walt Disney, con l’uso delle riprese a maschera mobile al sodio che evitano la contaminazione del primopiano con la luce dello sfondo. La macchina Rotoscope era invece utilizzata per isolare le riprese degli uccelli (per i gabbiani quelle di una discarica). Fantastico l’effetto luce nel finale: Rod Taylor apre una porta che non c’è: la magia del Cinema. Record di inquadrature 371 per i trucchi e last shot composta da 32 pezzi di pellicola!.
Tippi Hedren ferita veramente da becchi di uccelli e schegge di vetro ma questo non le impedì di chiamare la propria figlia con il nome del suo personaggio. Melanie, Griffith (2)

1) Slavoj Zizek. Guida Perversa Al Cinema. 2012
(2) Giorgio Gosetti. Alfred Hitchcock, Edizioni Il Castoro 1994

Fabio Fulfaro

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