Playblack – (Can’t) Fuck tha police

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Cinematografiche commemorazioni declinabili al presente.

Quando infiliamo le pantofole per poi metterci comodi in poltrona e gustarci un film del genere biopic, spessissimo ci capita di non immedesimarci, almeno storicamente, con ciò cui stiamo assistendo. Magari stabiliamo sin da subito un rapporto di umana empatia con i personaggi in questione, con i loro sentimenti che per un po’ proviamo a far nostri, ma le vicende sembrano lontane anni luce dalla realtà/finzione cinematografica entro cui gli stessi personaggi si muovono; sarebbe un concetto assai caro al maestro Alfred Hitchcock, impavido direttore d’orchestra del brivido in pellicola nonché inguaribile fifone nella vita.

Così crediamo di venir presi a bastonate lungo l’Edmund Pettus Bridge a Selma dai rozzi paladini della segregazione sudista o torturati alla Diaz dai tutori del disordine dopo gli scontri del G8 a Genova e via discorrendo. Dopo il breve incantesimo torniamo alle cose del mondo reale, scossi e pieni di indignazione ma senza un graffio addosso e con le tutte le ossa a posto.

Esce oggi nelle sale italiane Straight Outta Compton, film di F. Gary Gray che narra l’ascesa al successo della storica crew losangelina N.W.A. I “niggas with attitude” furono molto più del collettivo che griffò ciò che comunemente chiamiamo gangsta rap: Ice Cube, Dr. Dre e soci fecero delle loro rime feroci il veicolo perfetto per una vera rivoluzione della cultura pop e dei suoi metodi espressivi. Anno 1989, la South Central Los Angeles devastata dagli anni dei netti tagli alla spesa pubblica voluti dall’amministrazione Reagan, dalla piaga della disoccupazione causata dalla chiusura delle grandi fabbriche della zona, dallo spaccio di crack e dalla guerra alle gang condotta dal capo dell’LAPD Gates che portò a migliaia di arresti e ben pochi risultati concreti. Questo l’habitat all’interno del quale venne partorito il primo ed epocale album dei N.W.A., appunto Straight Outta Compton: finalmente l’espressività del rap si faceva iperreale, anche se gli stereotipi venivano gonfiati all’inverosimile attraverso l’uso deliberato di rime misogine ed omofobe; si poteva dire in rap ciò che si voleva senza fronzoli, sia che si trattasse di “troie facili”, papponi senza scrupoli, piuttosto che freddare gli sbirri che abusavano in continuazione dei loro già seppur vasti poteri.

Se all’est era importante dove avevi intenzione di andare – Chuck D e i suoi Public Enemy fantasticavano di nuove nazioni nere – all’ovest divenne fondamentale da dove venivi; il rapper divenne un cantastorie, un moderno griot afroamericano che conosceva ogni angolo di strada del tuo/suo quartiere, le storie al limite dei personaggi che lo popolavano e te le raccontava in musica, preferendo ai racconti tradizionali il presente nudo e crudo; il rap si ricongiungeva alle radici africane divenendo ancor più la “CNN of Black People” teorizzata dallo stesso Chuck D, ovvero il mezzo d’informazione più attendibile a disposizione dei neri americani. Se il blues era figlio del lavoro nei campi che ti spezzava la schiena, il rap lo fu della disoccupazione e della miseria che ti iniziava fin da giovane alla vita di strada.

Quando il videoclip della title track arrivò in rotazione su YO! Raps di MTV e milioni di giovani americani, neri e non, poterono vedere cosa succedeva negli ‘hoods losangelini senza il filtro della spesso politicizzata informazione pubblica, fu chiaro che dopo quei neri con gli attributi che spuntarono fuori da Compton non si poteva più tornare indietro. Lo scossone inflitto ai canoni del costume popolare tradizionale fu violento come lo furono al loro tempo gli audaci movimenti di bacino in diretta tv di Presley o gli sberleffi anarco-punk dei Sex Pistols.

Nel 2015 i sobborghi neri delle metropoli americane continuano ad essere falcidiati dalle stesse pestilenze sociali di cui narra Straight Outta Compton (sia disco che film), nonostante al giorno d’oggi tutto ciò ci sembri remoto; tendiamo a pensare al secondo mandato di Obama o al Martin Luther King Day, voluto e celebrato per la prima volta nel 1986 dall’allora presidente Reagan (quando si dice ironia della sorte); quest’anno escono i film sulla rivoluzionaria crew di Compton nonché Selma, a cinquant’anni dalla famosa battaglia non violenta propugnata dal Movimento per i Diritti Civili che portò al Voting Rights Act. Altresì l’anno dei disordini che continuano a scuotere Ferguson, della tortura perpetrata da parte della polizia di Baltimora ai danni di Freddie Grey, del disabile Jeremy McDole trucidato appena qualche giorno fa dai colpi degli agenti a Wilmington, Delaware. Sei nero o ispanico, hai addosso vestiti larghi e quindi fai parte di una gang, e se non stai attento a quel che fai o a ciò che dici puoi lasciarci le penne. Diritti civili un corno. Epoche e luoghi differenti, medesime folli equazioni.

Luca Impellizzeri

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