Intervista | Colapesce: un giorno arriveranno gli alieni e sistemeranno le cose

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Alla vigilia del suo prossimo tour disegnato, in cui porterà in giro “La distanza”, abbiamo incontrato il cantautore Colapesce per discutere di egomostrite, rinascimento postmoderno e del perché il concetto di installazione nell’arte contemporanea ha fatto più danni dell’eternit.

Ovattati da un muro di noia e silenzio, tra le pareti domestiche di un appartamento al terzo piano, un ragazzo e una ragazza si nascondono da ciò che li attende fuori.
Il nulla.
Restiamo in casa, il brano contenuto nell’album Un meraviglioso declino (42 Records, 2012) racconta qualcosa che va oltre una semplice canzone . Un’istantanea dei sintomi generazionali di un’umanità in potenza, silenziosa e nascosta. A raccontarla, un cantautore siciliano, al secolo Lorenzo Urciullo, meglio conosciuto come Colapesce.
Una sensibilità cantautorale epurata da ogni grevità paternalistica, sonorità sperimentali e una pungente leggerezza nelle intonazioni vocali che rimanda molto a Lucio Battisti.
Ma il mondo a un trentenne di oggi non può raccontarlo Lucio Battisti.
Sarebbe come andare in giro con la cartellina portadisegni con dentro i righelli dell’educazione tecnica che si studiava in terza media.
Sterile anacronismo.
Ecco dunque Colapesce, la voce narrante dei nostri giorni.
Nel 2015 è la volta di Egomostro (42 Records), quella che lui stesso definisce “una collezione di mostri raccolti in giro per il mondo e liberati dentro un hard disk”. Il risultato è un album ricco di suoni perfetti e testi sferzanti nei quali il cantautore siciliano si diletta ad affondare parole taglienti dentro la scorza incancrenita della società italiana contemporanea.
Lo abbiamo incontrato per parlare di cliché, microdittature e del suo prossimo tour “disegnato” che lo vedrà in giro per l’Italia (e non solo) a partire dal 23 ottobre.

Dal 23 ottobre sarai impegnato in un tour molto particolare, un tour che tu stesso hai definito solo “voce, chitarra acustica, effetti e pennelli”. Di cosa si tratta?

Si tratta di un tour acustico che farò in compagnia di Alessandro Baronciani, fumettista con cui quest’anno ho realizzato il graphic novel “La Distanza” uscito a Giugno per Bao Publishing e già alla seconda ristampa, ne siamo felicissimi! Il libro parla di Nicola e del suo viaggio in Sicilia prima di un altro viaggio, verso Londra dove vive la sua compagna. In parte è ispirato all’Avventura di Antonioni. La distanza è intesa come distanza geografica ma anche e soprattutto come distanza emotiva fra i due soggetti. Sarà un tour di oltre 30 date che ci porterà in giro principalmente in Italia, ma avrà anche qualche incursione estera. Io sarò al centro del palco davanti a uno schermo bianco dove verranno proiettate le illustrazioni in tempo reale di Baronciani, con cui interagirò durante lo spettacolo. Difficile da spiegare, ma molto bello da vedere.

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Egomostro è il titolo del tuo ultimo album. Autonarrazione, autoaccusa, esame di coscienza o cosa?

Un po’ tutte queste cose insieme, essendo Egomostro un disco in parte autobiografico, a differenza del primo lavoro “Un meraviglioso declino” più incentrato sulla società e sulla crisi post universitaria di un giovane trentenne. Egomostro parla di come il rapporto con il mio lavoro ha cambiato il rapporto con me stesso e con gli altri, in peggio, falsando degli aspetti. L’eco-mostro è una costruzione abusiva in un luogo bello. Egomostro ha più o meno lo stesso senso: una costruzione brutta, un pensiero abusivo che appesantisce e abbrutisce l’animo. Oggi, secondo me più che in ogni altra epoca, l’egomostrite travolge le amicizie, gli amori, la famiglia, il lavoro. Molte cose hanno a che fare con questo ‘nuovo’ concetto, dai selfie alla voglia continua di emergere, soprattutto nei lavori emotivi: gli artisti, gli attori, i cantanti, gli scrittori, i giornalisti, i poeti fioccano e sono in tutti i palazzi, ma non mi pare che in Italia si respiri quest’aria di rinascimento. Forse il problema è che i musicisti non ascoltano che se stessi, i poeti non leggono i libri di poesia, i giornalisti cercano i like e la condivisione, per gli artisti in generale la parola “installazione” ha fatto più danni dell’eternit. È come se stessimo distruggendo il concetto di democrazia con tante micro dittature, ognuno con la sua assoluta verità. Ma è paradossale perché questi atteggiamenti non stanno portando varietà ma solo più omologazione. Potrei farti mille esempi ma rischierei di annoiarti. In definitiva in Egomostro mi faccio delle domande senza sapere le risposte. Forse abbiamo bisogno di più sobrietà.

Alcuni critici hanno parlato di Egomostro come di un concept album. Qual è il tuo concept preferito? Se ne hai uno preferito, s’intende.

“Tutti morimmo a stento” di Fabrizio De Andrè ed Animals dei Pink Floyd per la “sezione estero”.

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La tua esperienza musicale parte da un gruppo, gli Albanopower, fino al 2010 quando nasce definitivamente Colapesce. Quanto incide l’esperienza della solitudine nella musica?

Molto, lavorando principalmente da solo alla scrittura della musica e dei testi. Passo parecchio tempo con i miei amici immaginari. Ma in una seconda fase, quando ho le idee più chiare è fondamentale (almeno per me), coinvolgere gli altri musicisti/artisti che ti possono dare quel valore aggiunto, quella sfumatura che stai cercando, quel suono che vuoi dare alla tua canzone. Per questo di volta in volta coinvolgo persone diverse. In Egomostro convive l’elettronica, i fiati, gli archi, i fuzz, le chitarre acustiche a fianco ai synth, il tutto grazie anche alla maestria dei miei preziosi collaboratori, amici e grandi professionisti, da Mario Conte, che ha curato insieme a me la produzione artistica del disco, a Giacomo Fiorenza, che resta uno dei migliori tecnici del suono in circolazione, a tantissimi altri. Fare questo disco è stato come fare un film, avrei una lista di una cinquantina di persone da ringraziare. Nasce in solitudine per diventare un lavoro collettivo, amo questo aspetto della musica.

Nei tuoi testi, non ultimo in “Maledetti italiani”, snoccioli cliché. Pensi che ci sia un cliché immortale che sopravvive al tempo e alle mode?

Gli italiani (maledetti) vivono di cliché, difficile sceglierne uno… però mi viene in mente una scena da FFSS di Renzo Arbore in cui viene rappresentata Milano con una nebbia così fitta che si taglia con un coltello (con la scena di un signore col coltello in mano che scaglia colpi a caso nella nebbia) e un meridionale a terra con un malore in atto, ma nessuno è disposto ad aiutarlo, da “Al nord ognuno pensa per se”. Quel film è un piccolo capolavoro di comicità intelligente, senza far vedere carote nel culo, errori grammaticali dei meridionali o altri cliché della commedia italiana contemporanea, alla Checco Zalone.

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“Restiamo in casa” è una sorta di manifesto generazionale che unisce un alto lirismo testuale a un lapidario neorealismo dei nostri giorni. Credo che il verso “Si prenderanno anche il silenzio” valga pagine di letteratura e cronaca dei nostri giorni. Come interpreti questo momento storico?

Grazie per le belle parole. Interpretarlo è difficile, direi che c’è dello smarrimento, soprattutto nei ragazzi della mia generazione, i nati nei primi anni 80, quelli cresciuti a merendine e televisione. È come se ci avessero anestetizzato per 20 anni e adesso ne stiamo subendo le conseguenze: disoccupazione, scarsi ideali, mancanza di progettualità, vacuità del pensiero, per non parlare dell’emorragia verso l’estero (il 70% delle persone che conosco ha lasciato l’Italia) svuotando questo paese di prospettive di crescita, in tutti i campi. Ovviamente i primi settori a risentire della crisi sono quelli dell’arte in generale, ed è giusto così. Preferisco che migliori la scuola e la sanità prima dei teatri. Ma un giorno arriveranno gli alieni e sistemeranno le cose, me lo sento.

Porti il nome di una leggenda. Secondo te è possibile costruire in Sicilia o la sola cosa che si può fare è quella di sorreggere quello che resta?

Vai piano. In Sicilia con la parola “costruire” ti ritrovi una tangenziale dentro casa! In alcune zone credo che prima di costruire si debba distruggere per alleggerire l’isola, che col suo peso rischia di spezzare le ossa al povero Colapesce (quello “vero”).
Se vuoi ti sciorino una serie di cliché sul turismo, che dovremmo campare solo di quello e che al posto delle fabbriche dovremmo avere gli alberghi e così via. Ma ti evito questo supplizio, a cui non credo più tanto. Siracusa per esempio da un paio d’anni a questa parte è molto turistica, ma sembra di stare in una cartolina e i locali sono tutti brutte copie frustrate dei locali milanesi. Il problema dei siciliani è che avendo avuto storicamente varie dominazioni hanno perso man mano la loro personalità e la loro forza, che da un lato è stato un bene perché ci ha donato la diversità, la sensibilità e la varietà che distingue l’isola dal resto del mondo, ma dall’altro ci ha lasciato una serie di complessi che ci rendono più inclini alla sottomissione, da qui: le mafie, la corruzione, il sentirsi inferiori rispetto al “nord”, il turismo fuori luogo, le arance spagnole, le raffinerie, il caso Muos etc. etc. Ai siciliani servono le facciate. Abbattiamole per ricostruire un’isola migliore.

Giuseppina Borghese

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Un pensiero su “Intervista | Colapesce: un giorno arriveranno gli alieni e sistemeranno le cose

  1. Complimenti!!! Dico la verità quasi per caso su questo blog…
    Probabilmente più che Colapesce ad incuriosirmi il titolo dell’articolo “Un giorno arriveranno gli alieni e sistemeranno le cose”…
    La sensibilità di Lucio Battisti e la tenacia di un giovane cantautore come Colapesce…
    Ma se fossero già arrivati questi Alieni?!?
    A quanto pare la nostra mente non distingue la realtà dalla fantasia…
    A presto!

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