Debutti folgoranti | La spettatrice – Paolo Franchi (2004)

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Paolo Franchi
debutta con un lungometraggio asciutto, intriso di psicoanalisi e di silenzi inquietanti, di accelerazioni e di ostinati ritorni, di sguardi subiti e rivolti. Torino, Trieste, Roma. Massimo, Valeria, Flavia. In ordine non casuale.
Le inquadrature studiate per rimandare a una assenza: quella di un amore, di una madre, di un marito. Un uomo solo con il suo cane che allunga il braccio verso il boccale di birra. Una giovane che si lascia ribaltare dalla bora triestina e da un post-it che ha l’aspetto di un necrologio. Una donna matura che cerca di ricostruirsi una vita mantenendo la distanza di sicurezza dal suo amante.
Prendere le distanze dalla vita, studiarla senza essere osservati, dominarla con lo sguardo: attraverso una grata, un vetro, una barriera insonorizzata.
Tutto un riflesso su uno specchio, sul finestrino di un treno, sulla vetrata di un bar. Questa mediazione è quella dello spettatore in una sala cinematografica che preferisce abitare le storie degli altri, senza viverle. Alcuni critici hanno chiamato in causa il cinema francese, la lezione di Truffaut, di Sautet, di Rohmer. Ma l’utilizzo “interiore” della composizione della immagine filmica rimanda inevitabilmente a Michelangelo Antonioni con l’aggiunta drammatica di una componente sessuale pulsionale che si raffredda nella consapevolezza dei protagonisti di avere abdicato alla propria vita.
Nella rappresentazione di Valeria, Franchi gioca molto sulla sua posizione al centro dell’inquadratura ma in profilo laterale perpendicolare alla linea di sguardo dello sfondo (la scena di lei nella cabina di traduzione). Poi si lancia nella mimesi dell’oggetto osservato (la riproposizione dell’abbandono su un tavolo con il bicchiere nella mano) e infine fa disegnare sul suo volto (e qui Barbara Bobulova è davvero immensa, ancora di più quando mastica nervosamente il suo chewing gum) una serie di movimenti contenuti, di sguardi censurati, di tempeste sedate che rendono la comunicazione non verbale intensa e significante.

Qualche critico ha argutamente osservato che se i dialoghi fossero più curati e certe ingenuità evitate (il poster di Jules e Jim in bella evidenza che stona un po’ con l’innerself dei personaggi, certa sincronicìtà degli eventi), La Spettatrice sarebbe un capolavoro, sostenuto dalle vigorose prove attoriali della Bobulova, di Andrea Renzi e di Brigitte Catillon, che reggono magnificamente questo triangolo edipico-psicoanalitico. Il resto è aderente, le musiche che citano Kieslowski, la fotografia che asciuga sudori e umori, nevrotizzando i rapporti (la cavalcata dell’amica di Valeria, la scena raggelante della masturbazione).
Rimangono impresse nella memoria il nudo frontale della Bobulova (antiestetico come quello di Isabella Rossellini in Blue Velvet) e il suo repentino passaggio da soggetto osservante a oggetto dello sguardo: Massimo si lascia contaminare dalla ossessione scopica della donna in contrasto con la distanza chilometrica ed affettiva dalla sua matura amante.
Ma la condizione affinchè la propria identità e immagine di sé non possano essere intaccate è fare in modo che il desiderio non si trasformi in atto.
Ultimo minuto e mezzo da brivido con travelling impossibile sul viso di Valeria che registra il passaggio della linea e lo scorrere della sua esistenza sui binari dell’inazione, nel suo restare sul pelo dell’acqua tra il desiderio di risalire e la paura di sprofondare: il tutto risolto da un geniale raccordo in asse che si blocca nel primo piano ghigliottinato di un sogno interrotto.

Fabio Fulfaro

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