Padri e figlie – Gabriele Muccino (2015)

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Fathers and daughters, ultima opera di Gabriele Muccino, assume che l’amore tra un padre e una figlia e la sua recisione siano materia di per sé sufficiente per riempire un lungometraggio. Prodotta da Andrea Leone Pictures e Voltage Pictures, è il montaggio in parallelo per esteso di due vicende, la prima nella New York degli anni Settanta e la seconda vent’anni più tardi. Della prima è protagonista Jake Davis (Russel Crowe), scrittore brillante per ragioni indecifrate se non quella di aver vinto un Pulitzer, vedovo che lotta contro una malattia di nervi e contro i ricchi cognati che vogliono strappargli via la figlia Katie-“chip”(Kylie Rogers). La seconda vicenda racconta la maturità sentimentalmente lesa di Katy, divenuta giovane donna, vicenda nella quale il padre non figura. Le due storie procedono indipendenti, l’una all’ombra dell’altra, lasciando sospettare che il rapporto padre-figlia a un certo punto si spezzerà, che una delle forze antagoniste al loro legame (i parenti, la malattia di lui, la precarietà economica) avranno infine la meglio.

Il film non ha la profondità e la sorpresa di Seven Pounds né il tratto realistico-pop de L’ultimo bacio. Non è chiaro se sia il doppiaggio a guastare la pellicola – carico com’è di quell’affettazione, quell’ansia recitativa e antiemotiva propria della traduzione verbale italiana – o se sia la vera e propria interpretazione originale. Crowe ripropone i crolli nervosi dell’ottimo A beautiful mind di Ron Howard (2001) – che gli valse per altro un meritato Oscar -, ma questa volta sono meno convincenti, più virulenti eppure meno tragici e quasi scontati. Diane Kruger interpreta solo un personaggio secondario, un’improbabile cognata strega e alcolista che vuole punire Jake per la morte della sorella; Janet Fonda è agente letterario e amica dello scrittore in crisi, interessata a conoscere se il nuovo libro sia “buono” o meno, al netto di soggetto, trama, ragion d’essere scritto, e se “vendibile in cinque minuti”. Amanda Seyfried-Katie (prossimamente nella nuova stagione di Twin Peaks), dal canto suo, recita come in una peggiore serie tivù americana, come aveva già fatto nell’horror sentimentale Jennifer’s body o nel polpettone nazionalista americano Dear John (deludentissimo Lasse Hallström), con le espressioni preconfezionate e le lacrime a comando. Nell’opera di Muccino tenta di interpretare una giovane psicologa che, nel vuoto lasciato dall’unico vero amore della sua vita – quello per il padre – scopa casualmente e, conosciuto Cameron (Aaron Paul), è incapace di gestire un ipotetico vero amore. La ragazza immedesima poi il suo trauma col disagio di una giovanissima paziente, con la quale si crea una difficile complicità. La psicologia che ci sta dietro è sottilissima e si assottiglia via via fino a scomparire, provarne la sua insussistenza. Tutto ciò alla faccia di un soggetto che offrirebbe invece numerosi spunti di indagine.

Se non alla recitazione, originale o doppiata, la responsabilità del fallimento è forse da imputare direttamente alla sceneggiatura, al tema di uno scrittore indefinito e della sua scrittura fantasma, ai dialoghi insaponati che condiscono il conflitto della coppia Katy-Cameron. Forse risente, inconsciamente si adegua, a quell’analisi di superficie delle tragedie domestiche del cinema americano, i cui attori sembrano ingessati contro quel realismo emotivo appassionato, isterico e fragilmente umano che invece dimostrano gli italiani. Nelle rappresentazioni tipiche della famiglia americana i suoi componenti sembrano recitare all’intero di ruoli sociali prestabiliti, per cui la crisi e il venir meno a quel ruolo è percepito come fallimento del familiare, non come reazione alla contraddizione imposta dal ruolo sociale stesso. Così l’amore paterno di Jake risulta ovattato, fiabesco e a tratti imbarazzante nelle sue manifestazioni; il rapporto tra i due, nella fabula cronologicamente più vecchia, è ritratto linearmente felice, in senso romantico e celebrativo, e si incrina per un istante solo nel momento in cui il padre non ha tempo da dedicare alla figlia. Per il resto tutta la loro narrazione privata è fatta di coccole e pagine da scrivere (“Scriverò di te” dice Jake alla bambina, che gli risponde “Perché non scrivi di noi invece?”). Un nucleo omogenitoriale che tenta a tutti i costi di raccontarsi come famiglia felice, possibile, senza interrogarsi sulle differenti sostenibilità del rapporto. È col romanzo che ne verrà fuori, uno scontato caso letterario, che lo scrittore risolverà la sua crisi professionale.

Il film, o uno dei due episodi perlomeno, si riduce davvero a una storia d’amore (love story, così da renderlo ancor meno appetibile) tra la Katie matura e – come originalità vuole – un giovane aspirante scrittore fan del Davis- il cui esito non sorprende, neanch’esso, volgendo in buonismo rigorosamente melenso.

Livio Cavaleri

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