Davide Castrogiovanni – Chi ha accecato Polifemo?

(Autoproduzione)

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Cosa succede imbattendosi per la prima volta nell’ascolto di Chi ha accecato Polifemo?, esordio del cantautore agrigentino Davide Castrogiovanni? Si rimane probabilmente sorpresi, colti da un inatteso effetto straniante. Sarà forse per quel senso di giocosa leggerezza che si coglie a primo impatto ma che poi, andando poco più in profondità, rivela inquietudini e riflessioni che proprio solari non sono. Basti solo il ritornello di Astronauta, fluttuante incipit del disco, dove s’invoca salvezza dallo spazio, al riparo da buio, silenzio e alienazione. Prima traccia che presenta in nuce tutta l’essenza di questo lavoro, perennemente sospeso tra sogno e paranoia, claustrofobia e necessità di fuga, disagio ed evasione. O sarà forse per la timbrica così peculiare di Castrogiovanni, caratterizza da quella sua ruvidezza sabbiosa e dal piglio ironico che enfatizza una verve pungente e scanzonata. C’è come una continua ricerca di equilibrio tra gli opposti, a cercar la meraviglia e lo stupore frugando tra scheletri negli armadi, ombre esistenziali, a intraprendere viaggi onirici schivando dune di noia e apatia.
Castrogiovanni non cela in alcun modo le proprie visioni chimeriche del reale e la parola “sogno” ritorna spesso nei testi come un refrain, esplicando il ruolo fondamentale dello scenario immaginifico tratteggiato in queste canzoni, l’importanza dell’arte come via di fuga e di salvezza dalle miserie della quotidianità metropolitana. Chi ha accecato Polifemo? è dunque la risposta dell’artista all’alienazione e alla paura fuori controllo, è l’astronave venuta dallo spazio pronta a trasportarci in altre dimensioni, è l’invito a fermarsi per imparare a contemplare. Invito che si manifesta in tutta la potenza lirica di Piazza meraviglia, delicatissima ballata per archi, chitarra e voce, eloquente esortazione ad abbandonarsi alla bellezza racchiusa anche nella semplicità delle cose che ci circondano.
Musicalmente è un lavoro che viaggia sulle coordinate di un pop-folk cantautorale, declinato alla Badly Drawn Boy in pezzi come Vita o con venature prog nel caso di Nuvole. Non mancano episodi più sperimentali come La mosca, goliardico pastiche in bilico tra ska, combat-folk e imprevedibile finale spaghetti western. Tra Mozart e Brahms è una sorta di filastrocca nera, scanzonata nelle atmosfere ma più vicina ad Allan Poe nelle liriche, forse il miglior episodio che mantiene un perfetto equilibrio tra inquietudine e vivace leggerezza, anima dualista che ritorna anche in Cuore imbranato e in Sogno. La chiusa onirica affidata agli ultimi tre brani è un’ascesa verso mondi sempre più eterei e impalpabili, a partire dalle visioni ermetiche de Il pellicano, ballata in dissolvenza dai contorni indefiniti; procedendo con gli accordi sospesi di Nuvole, amplificati da liquidi tappeti di synth; concludendo con l’ipnotico incedere de La tua identità, approdo definitivo a fluttuanti paesaggi lunari senza tempo.
Chi ha accecato Polifemo si caratterizza dunque come un esordio ispirato e convincente, germoglio di una scommessa pronta a diventare nuova solida realtà del cantautorato made in Sicily.

Marco Salanitri

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