Film da riscoprire | Bellas Mariposas – Salvatore Mereu (2012)

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Salvatore Mereu (classe 1965) arriva al quarto lungometraggio con le idee molto chiare. Partire dalla realtà quotidiana e in particolare la periferia cagliaritana proletaria e sottoproletaria del quartiere Sant’ Elia, e proporre la trasfigurazione poetica attraverso il punto di vista di Caterina, una dodicenne in piena trasformazione fisica e psichica, bruco che desidera rapidamente diventare farfalla, per rompere il cordone ombelicale con luoghi e corpi degradati. In questo desiderio di indipendenza, che comporta il rischio di emarginazione e solitudine, Cate cerca nella coetanea Luna una complice, una amica, una innamorata. Questo patto d’acciaio dà la forza alla ragazzina di ridisegnare il corso degli eventi di una giornata che nella storia naturale porterebbe all’uccisione del suo fidanzatino Gigi da parte del fratello di lei Toni, ramo malato di una famiglia in accelerata decomposizione. Il padre nullafacente segaiolo che nella sua falsa invalidità nasconde la mancanza di autorità verso la sua progenie. Figli naturali e non, segreti e manifesti: prostitute con il sogno della villa al mare, drogati che si nascondono nel garage, violenti pronti a utilizzare un’arma da fuoco per futili motivi. Mereu trova un equilibrio nel rappresentare con la camera in spalla la claustrofobica esistenza di una umanità senza più alcuna via d’uscita, intrappolata in casermoni che non sono solo barriere architettoniche ma soprattutto transenne della propria pigrizia esistenziale. Lo fa senza compiacimento, senza fermarsi troppo nel dettaglio raccapricciante, evitando l’ostentazione di una volgarità già bene evidente nella semplice composizione dell’inquadratura, nella scelta della fotografia, in precise indicazioni scenografiche, in interlocuzioni dialettali che rispettano la provenienza socioculturale dei personaggi. La conduzione dei dialoghi è davvero rigorosa e naturalistica: le liti, le risate improvvise, i veloci botta e risposta sono perfettamente aderenti al quadro sociopatologico rappresentato. Esemplificativa è la scena di Caterina in bagno mentre si asciuga i capelli rimproverata senza troppa convinzione dal padre sullo spreco di energia elettrica (“e che siamo al Grand Hotel?”): la risposta della dodicenne è cantare ad alta voce “Italiani Mambo” per coprire gli improperi scomposti del genitore, privo di ogni dignità e autorevolezza. Istinti di sopravvivenza che giustificano diverse forme di prevaricazione, vince chi urla più forte, vince chi ha l’ultima parola, chi si chiude nel bagno infischiandosene del mondo. Glori, glori, alleluia…viva la libertà.

Mereu pone subito in primo piano la differenza tra le due ragazzine e il contesto familare in cui si muovono, come pesci fuori dall’acqua. Ma la loro lucida consapevolezza le porta ad agire sull’ambiente cercando di modificarlo, ammettendo che per le persone di quel quartiere, l’ambiente ha prodotto un effetto regressivo irreversibile.
La loro ribellione si attua nelle occhiate, nei gesti, nelle rispostacce, nei gelati sbattuti su giacche e cravatte, nei morsi ai genitali della perversione. Nella completa assenza delle istituzioni politiche e religiose, Mereu trasporta in Sardegna la lezione del nuovo cinema francese e pur partendo dall’esempio del nostro cinema neorelista, crea un personaggio che sta a metà tra Zazie ed Amelie.

Caterina e Luna hanno anche l’ardire di varcare il confine tra la spiaggia libera e quella privata, nascondendosi e mimetizzandosi tra le bambine delle classi sociali più agiate. E poi il tuffo nel mare, simbolico e liberatorio, con la voce interiore di Caterina che rivela sogni, desideri, aspirazioni. Nuotare come volare, senza resistenze, corpi celesti senza il peso che ti schiaccia verso terra.

E allora lo sguardo in macchina, le domande rivolte direttamente allo spettatore fanno cadere la barriera della finzione cinematografica e favoriscono l’identificazione. Se la realtà è insostenibile, posso sempre raccontarvi la mia versione, magari mitizzata, magari come fosse una favola. La strega-fata irrompe nella narrazione stravolgendo la cronaca nera in racconto magico: come se un Dio-regista decidesse di intervenire sulla sceneggiatura e assecondare i desideri della piccola protagonista. Un incidente, rapinatori in fuga, una valigetta piena di soldi, un gatto nero e tutti i personaggi del film si ritrovano nella piazza dei destini incrociati. Tenendo a mente la lezione Zavattiniana, lo straordinario irrompe nell’ordinario ribaltando l’amore e la morte, la ricchezza e la povertà, la poesia e la tragicommedia umana.

Miracolo a Sant’Elia, Caterina e Luna, cambiano il finale del film della loro vita, si riconoscono in un bacio che ha la leggerezza del volo di una farfalla, via lontano dall’inferno dei viventi, dove l’avvenire sognato è diventato da tempo preistoria.

Amore e morte univa due farfalle
Al tanfo d’una chiusa e abbandonata
Cantina di campagna, e noncuranti
Sorgevano e cadevan nubi e lune.

Tristemente ammirato le prendevo
Tra le malcerte dita ed, oh sorpresa –
Mi si schiudevano al sole immenso,
che le dissolse in intreccio di danza.
(Orlando Biddau)

Fabio Fulfaro

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