Il favoloso mondo della Siae

siae
Il diritto d’autore come scusa per il furto con destrezza.

Cos’ha in comune Giosuè Carducci con Gino Paoli? E Giuseppe Verdi con Caterina Caselli? E il comandante delle truppe d’assalto USA in Vietnam, generale Westmoreland, con Gaetano Blandini? La risposta sta in una sigla che solo a trascriverla viene l’orticaria: SIAE.

Fondata nel 1882 da Giovanni Verga, Edoardo Sonzogno, Ermanno Loescher, Arrigo e Camillo Boito, il primo consiglio direttivo della Società Italiana Autori e Editori fu composto da Edmondo De Amicis, Francesco De Santis, Giosuè Carducci, Giuseppe Verdi.
L’attuale presidente, invece, è un signore i cui titoli, nel favoloso mondo della SIAE, quasi oscurano quelli di cotanti predecessori: stiamo parlando di Filippo Sugar, i cui meriti culturali si possono ridurre al fatto di essere figlio di Caterina Caselli, quella che siccome negli anni Sessanta cantava “Nessuno mi può giudicare” ai giorni nostri si è giustamente riciclata come potente boss dell’industria discografica.
Sugar neanche un mese fa è stato chiamato per sostituire Gino Paoli, nominato presidente nell’Aprile 2013 per fare pulizia e trasparenza; uno che a proposito dei teatri occupati dichiarava che “quando qualcosa è illegale, qualcuno dovrebbe intervenire”. Lo stesso che, a Febbraio 2015, è stato costretto alle dimissioni per avere evaso due milioni di euro.
Una società, la SIAE, il cui direttore generale Gaetano Blandini, intimo di Gianni Letta, dall’alto del suo stipendio di mezzo milione di euro l’anno chiamava gli occupanti del Teatro Valle “pariolini”, accusandoli di agire nell’illegalità. Sembra, però, che la dirigenza della SIAE sia selezionata secondo particolari criteri che sfuggono al codice penale: nonostante Blandini si scagliasse con parole di fuoco contro ogni illecito, pochi mesi fa è stato tirato pesantemente in mezzo nello scandalo del premio Grinzane per avere usufruito di viaggi gratis e benefit vari.

La SIAE, parafrasando il famigerato generale Westmoreland, ha come obiettivo quello di “colpire tutto quello che suona”. La scusa, come da statuto, è quella di proteggere autori, editori e i loro “prodotti d’ingegno”. Le tecniche adottate, come sa chiunque abbia avuto a che fare con la suddetta cosca, sono in stile bande di narcotrafficanti.
La storiella delle versioni italiane di hit in lingua inglese, ad esempio: mangiatoia che ingrassò per anni furbi e famigli della SIAE. Nei favolosi (per loro) anni Sessanta bastava tradurre e depositare una versione in italiano dei maggiori successi mondiali (Beatles, Sinatra, ecc.) e tutte le volte che quei dischi erano eseguiti in pubblico, soprattutto nell’edizione originale, s’incassava una percentuale sui diritti d’autore.
Un plastico esempio di come si svolgeva questa truffa autorizzata è la storia di un brano strumentale dei Procol Harum: “Repent Walpurgis”. A Paolo Dossena, il quale all’epoca – guarda caso – lavorava alla RCA, fu sufficiente dare un titolo italiano al brano (e nient’altro, visto che parliamo di uno strumentale) per beccarsi una fetta delle royalties. Il nostro non si sforzò troppo, scrisse una sola parola che, detto tra noi, sa di presa per il culo: “Fortuna”. Tanto bastò per renderlo compartecipe dei diritti d’autore di questo brano. Ai Procol Harum, c’è da dire, gli girano ancora le palle. Se date un’occhiata al loro sito ufficiale troverete un post che, a distanza di oltre quarant’anni, ricorda, con parole non troppo delicate, Dossena e il suo furto con destrezza.

E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Ad esempio, sentite questa: qualche anno fa la SIAE iniziò un procedimento contro la nazionale di pallavolo per il pagamento del pizzo sull’inno di Mameli che era diffuso prima degli incontri internazionali. La musica di “Fratelli d’Italia”, fu precisato a sostegno di questo tentativo di estorsione, è libera da diritti ma alcune edizioni della partitura sono soggette a copyright. Le stesse tagliole sono applicate nei confronti di feticisti e adoratori d’immaginette sacre: se esponete la foto di Che Guevara sappiate che anche quella è soggetta a tassa. I diritti d’autore detenuti dagli eredi di Alberto Korda, il fotografo che scattò la sacra immagine, sono tuttora validi. E quindi attenti a fischiettare per strada senza bollino SIAE in testa: potreste essere immediatamente sanzionati dall’ispettore di turno.
Tanto per non farsi mancare niente, dal luglio 2014, su richiesta della SIAE, il governo italiano ha aumentato le tasse sui dispositivi fisici che potrebbero essere in grado di generare copie di contenuti multimediali protetti da copyright: la tassa si paga in funzione della memoria disponibile. L’aumento del prezzo è scattato su Iphone, Ipad, Mac e tutti gli altri dispositivi elettronici comprese le chiavette USB. Il balzello, usando una neolingua che neanche il grande fratello di Orwell, è definito “equo compenso” e costerà a tutti gli acquirenti, compresi quelli che usano questi supporti solo per copiare le foto dei pupi o documenti personali, qualcosa come 179 milioni di euro l’anno.

Nonostante tutte queste cose che sembra si stia parlando di gente che al posto del cuore abbia un portafoglio, sappiano i più scettici che anche quelli della SIAE amano la famiglia: la loro. Nel 2012, secondo un’inchiesta di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, 527 dei 1.257 assunti a tempo indeterminato – cioè il 42% – vantavano legami di famiglia o di conoscenza: figli, nipoti, mariti e mogli di dipendenti ed ex dipendenti, congiunti di mandatari, di sindacalisti, di soci, compositori e parolieri. Dei 559 dipendenti entrati per chiamata diretta, 268 erano parenti; e la stessa storia si ripeteva per 55 dei 154 dirigenti assunti per concorso.
E siccome nel favoloso mondo della SIAE tutto è possibile, per decenni sono stati ceduti a parenti, mogli e fidanzate immobili di proprietà dell’ente con modalità, per così dire, affettuose. Caparre di 500 euro per appartamenti valutati mille volte tanto; possibilità di scegliere comode rate dilatate tra le 200 e le 480 (oltre la vita naturale, alla Siae funzionava così) e scandali assortiti (congedi strapagati, monte ferie da vacanzieri perenni, malattie continue e persino colossi televisivi nazionali che non saldavano dichiarando “notevoli difficoltà economiche”). E non continuiamo per non farvi scoppiare il fegato. (*)

Per fuggire dalla feroce e ignorante guerra che la SIAE ha dichiarato alla musica e al buonsenso c’è una mossa da fare, semplice ma efficacissima: non registrare le proprie composizioni e scegliere di gestire personalmente i propri diritti d’autore. Alcuni musicisti e autori lo stanno già facendo e, oltre ad essere un valore aggiunto alla loro produzione artistica, è cosa che ce li fa volere bene a prescindere. Poi, fatto questo, c’è una parola magica che funziona sia per musicisti sia per organizzatori di serate, concerti, ecc.: dichiarare che le musiche contenute nei cd o che saranno eseguite “non sono tutelate dalla SIAE”. È garantito: l’incantesimo scomparirà subito.

(*) E invece sì: “[…] stipendio: 64 mila euro in media per i dipendenti e 158 mila per i dirigenti. Con un sistema di automatismi che fa lievitare le buste paga a ritmi biennali fra il 7,5 e l’8,5 per cento. Per non parlare della giungla dei benefit che prevede, oltre alla già citata indennità per il bucato, quella che in Siae viene chiamata in modo stravagante «indennità di penna». Altro non è che una somma mensile, da un minimo di 53 a un massimo di 159 euro, riconosciuta a tutto il personale per il passaggio dalla «penna» al computer. C’è poi il «premio di operosità», la gratifica per l’Epifania, tre giorni di franchigia per malattia senza obbligo di certificato medico, 36 giorni di ferie…” 
(Sergio Rizzo, Corriere della Sera del 26/06/2012 )

Aldo Migliorisi

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