Biagio – Pasquale Scimeca (2014)

Biagio-Film-foto-di-scena-veduta960x640
È arduo sondare le ragioni di una scelta di vita come quella di Biagio Conte, specie se questa è prodotta da presunti moventi spirituali. E il tentativo di comprensione non è agevole se lo strumento di lettura è il film di Pasquale Scimeca. Biagio è un biopic del 2014, prodotto e distribuito in Italia da Arbash film, la cooperativa messa in piedi dallo stesso Scimeca nel 1989 per la diffusione e tutela del cinema indipendente siciliano. Attraverso di essa il regista di Aliminusa (Palermo) ha realizzato e diretto lungometraggi presentati alla Mostra di Venezia quali Placido Rizzotto e la trasposizione contemporanea de I Malavoglia.
La vicenda di fra’ Biagio, nelle scelte diegetiche del regista, è appena tratteggiata, e il film è piuttosto la somma degli episodi più o meno significativi di un’esistenza unica, radicale ed enigmatica. Sul racconto sono montate, senza fare da cornice, poche scene che riprendono un giornalista atto a incontrare e intervistare Biagio. E l’inviato, come il regista, ha uno sguardo timorosamente passivo e la vicenda del missionario laico viene riportata come frammentata successione di eventi, con un approccio verista singhiottoso. Non è indagata l’origine della crisi né l’identità del suo portatore, dallo stesso interamente ricondotta a un’unica immagine-reminiscenza di un albero dai contorni sfocati: è forse evasione a una domanda che concerne l’imponderabile, forse indizio di una purezza che carezza l’ingenuità, forse il verace candore della fede. Il pellegrinaggio fisico (quello interiore è vago) da Palermo ad Assisi e viceversa, appare casuale così come la sceneggiatura firmata dallo stesso interprete principale Marcello Mazzarella. I dialoghi dicono poco, pochissimo delle sue ansie mistiche e dell’arida materialità della società da cui si ritira. Molto più loquaci appaiono i gesti dei pastori che lo accolgono e gli offrono un lavoro, dei frati che lo guariscono, dei senzatetto che spezzano il pane con lui e con i quali lui spezza il pane. E le prime, più promettenti scene di smarrimento in un bosco modestamente fotografato, dove tutto tace eccetto il rumore della pioggia e delle foglie calpestate. Verrebbe da pensare alla primigeneità di Anthony Hopkins in Instinct, ma l’etologo protagonista trova nella natura stessa il senso panico, mentre Biagio si dimena ancora nell’inquietudine religiosa.
Altro racconto simile e del tutto frutto della finzione filmica è Cuore Sacro di Ozpetek, dove la scelta di vita inconsonante di Irene-Bobulova, pur nelle spie di devianza mentale, restituisce allo spettatore un impatto simpatetico significativo. Offerte di verosimiglianza patetica corrispondono invece alle fasi più acute della spiritualità di Biagio, le poche righe di diario narrate (<<Guardo spesso il cielo, ma non so come chiamare Dio>>) e poi l’episodio di collasso religioso e psichico nel mezzo del bosco invernale, invocando inascoltato Dio. Ma anche in questa scena l’aspirante anacoreta appare piuttosto un uomo abbandonato, avvolto nella neve e del tutto privo di santità. E lo strazia più l’invocare l’amato cane Libero, fuggito, che chiedere la grazia. Recuperato e soccorso presso il monastero di Corleone, il suo rapporto con la religiosità continua a essere vago. L’episodio chiave della approssimativa evoluzione spirituale di Biagio avviene ad Assisi, ed è affidato all’inquadratura di alcune immagini sacre e a una stonata traccia musicale (l’unica dell’intera pellicola) che accompagna un’incondizionata genuflessione del pellegrino. La personalità, umana e non mistica, di Biagio-Mazzarella si esplica solo e interamente nel rapporto con i clochard con cui condivide pasti e letti di fortuna. Si tratta di quei miserabili che accoglierà nella struttura di accoglienza palermitana da lui fondata, Speranza e Carità; ma il percorso che lo condurrà da Assisi a Palermo e alla costruzione di questa comunità è tra l’altro trascurato, il nesso temporale sfugge allo spettatore, a meno che questi non conosca la biografia del protagonista, fino ai titoli di coda esplicativi. Al volto “più sociale” del voto di Biagio, alla declinazione “più cristiana” della sua missione è dedicata soltanto l’ultima breve parte del lungometraggio.
Biagio si impegna così a raccontare la storia vera del personaggio eponimo che, sebbene sottratta al rischio di anonimato, trascura l’approfondimento dei risvolti psicologici e la resa più nitida della religiosità supposta, rinunciando al tentativo di allentarne le incognite.

Livio Cavaleri

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...