Must – Have Autunno 2015: deretani ipertrofici su sane taglie 38. Classico intramontabile: la noia | Intervista a Veronica Tomassini

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Novembre: i prodromi dell’inverno annunciati dal tetro, silente canto delle foglie che cadono. Qualora la tristezza del periodo più malinconico dell’anno non si fosse avvertita sufficientemente, a ricordarcelo ci ha pensato la copertina dell’edizione italiana di una celebre rivista di moda che, per questo mese, porta l’immagine di una ragazza in evidente stato anoressico. Puntuali e scontate, le polemiche non sono tardate ad arrivare.
Una domanda inizia a farsi largo nella mente: “Esiste qualcosa di più raccapricciante di una ragazza affamata?”
“Una ragazza felicemente obesa imbrigliata in leggings fluorescenti”.
La risposta.
Curvy è ciò che gli uomini vogliono.
Curvy è ciò che le donne devono essere.
Ma magro è bello. Magro è sano. Magro è sano, ma solo fino alla 38.
Confusione.
“Esiste qualcosa di più raccapricciante di una ragazza affamata?”
“Una ragazza che tenta disperatamente di essere ciò che qualcun altro ha deciso che lei sia.”

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Labbra dischiuse, capelli diradati, sguardo spento, fintamente rivolto in camera. Diafana, emaciata, piccola, in un dolcevita che le fascia il torso scheletrico. Si presenta così Marthe Wiggers, 17enne australiana, la modella copertina del mese di novembre dell’edizione italiana di una nota rivista di moda americana. Un’immagine che quanto a desolazione non ispira, oggettivamente, meno tristezza di tante passerelle della settimana della moda milanese. Tuttavia, questa volta, qualcosa va diversamente. Arrivano le prime lettere di giornaliste, donne politiche, lettrici. Sulla rete corrono i tweet. Improvvisamente si rimette in moto la macchina dell’indignazione.
Una sana taglia 38”, le parole, lapidarie della direttrice della rivista.
Non saprei dire se è peggio la copertina o la pezza della direttrice. Spavento e disgusto”, il tweet in risposta, della scrittrice Michela Murgia, premio Campiello 2010.
Come un cane che abbaia alla propria ombra, nei giorni a seguire, la polemica si accresce, nutrendosi di se stessa e invitando alla propria mensa altre commensali. Tutte donne. Tra queste la scrittrice Veronica Tomassini (autrice del romanzo “Sangue di cane” e collaboratrice de “Il fatto quotidiano”) che affida, sul proprio blog, ad una lettera aperta alla Murgia, la sua idea intorno l’ipocrisia di quel circo mediatico che è il mondo dello spettacolo. Scavando dentro la bulimia verbale, oltre le frasi fatte e gli stereotipi imposti da un’epoca e dai propri dettami industriali, resta l’immagine di una guerra ancora aperta, a volte inutile da combattere, quella dell’emancipazione femminile. Una guerra di polemiche e, ad ogni polemica, un nuovo femminismo. Ad ogni nuovo femminismo, spesso, una nuova sconfitta.
Abbiamo incontrato la scrittrice di origini umbre, che da anni ormai vive a Siracusa, per capire, anche attraverso la propria vicenda autobiografica, le dinamiche di una condizione, la magrezza, e la percezione che la società ha di essa.
Che sia un 38, 44, 90/60/90 – quando i riflettori dello sconcerto generale si saranno spenti – ciascuna, con il numero che le spetta, si metterà in fila.
In attesa del proprio turno.

Veronica Tomassini

Veronica Tomassini

Nella lettera che hai pubblicato sul tuo blog (veronicatomassini.wordpress.com), a Michela Murgia imputi una leggerezza linguistica, riferendoti all’uso improprio dell’aggettivo “disgustoso”.
Mi ha offeso l’aggettivo usato per degradare in una categoria un certo genere di donna, androgina, magrissima (il riferimento era la copertina di Marie Claire di novembre, nda). L’aggettivo usato era: disgustosa. Michela Murgia si opponeva a quell’idea “disgustosa” di donna (dunque una categoria), in un post pubblico, e più o meno alla lettera. Per chi lavora con le parole, con un seguito di lettori considerevole come la Murgia, una tale leggerezza nella comunicazione, nella scelta della definizione, non dico sia imperdonabile, ma è senz’altro offensiva. Avrebbe offeso nel qual caso una parte della popolazione femminile che rientra in quell’idea di “disgustosa”. La sua veemenza, con intenzioni nobili per carità, doveva dirottarsi al limite su un’idea di “estetica”, un immaginario, un paesaggio (la scelta esistenzialista, quasi gotica, da foglie d’autunno, anche discutibile), non su un’idea di donna. Un veterofemminismo al contrario, se vogliamo. Uno Slut shaming da pasionaria accecata da una trave nell’occhio, giacché non si è accorta di essere caduta in una trappola prossima al peggiore sessismo.

Cos’è per te il disgusto?
È una chiusura, senz’altro una chiusura. Il fallimento di quel senso intimo degli altri che chiamiamo empatia. Il disgusto è un pregiudizio, anche. E il pregiudizio conta i passi della paura.

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Ad un certo punto della tua vita, hai deciso di smettere di mangiare. Perché?
Ero una ragazza, il pretesto fu un forte stress dovuto agli esami di maturità, studiavo molto. Ma la ragione era un’altra. La ragione è un fattore ics, è un’assenza. Non lo so perché fondamentalmente; fondamentalmente dopo un po’ nella regola si torna a mangiare. Una ragazzina può pure tentare di imitare i limiti della moda (perché sono limiti), ma quelle che non hanno il fattore ics non ci restano, in definitiva vivono, tornano a mangiare. Le anoressiche no. Non imitano le modelle, a me non fregava un accidenti del modello estetico, io se devo dirla tutta sognavo di avere delle tette enormi. Vivevo malissimo, stavo con un tizio che si faceva di eroina. Eppure non basta a spiegare. Ho perso dieci in chili in un mese e poi giù, fino ai 41-42 chili. Avevo sempre freddo e stavo male. Il prolasso dell’intestino e altre cose. Soffrivo dunque anche fisicamente, non solo moralmente. La moda non c’entra niente. È una grossa balla.

Cos’è la fame?
È la vita che si arrampica sulle tue scarne membra. Il bisogno primitivo che ti ricorda di stare al mondo. Ed è pauroso accorgersi che bisogna starci, in un modo o nell’altro. Non ti puoi arrendere. Forse le anoressiche si arrendono, ma il loro corpo no, marcia per fatti suoi, cede qua e là.

Esiste un fenomeno che si colloca in una posizione diametralmente opposta all’anoressia, ma, nei fatti, sembra essere un’altra faccia della stessa medaglia. L’invasione – sulle riviste e in tv – di fondoschiena e seni ipertrofici su gambe tornite e vitini stringati. Le chiamano “curvy”: vessillo di questa finta pacificazione estetico/sociologica con il corpo della donna, Kim Kardashian. Qual è la tua opinione al riguardo?
Sono icone fasulle, ovvio. Immagini che sono funzionali a un’idea, appunto, da maquillage, sono una scenografia, una provocazione. Non conciliano nessuno, al limite demarcano il grande inganno: lo standard. Specie se riferito a una creatura umana. La normalità, ancora peggio. La misura giusta. Usa l’aggettivo “giusto” e ingeneri disperazione, è un fatto. Cercatemi la donna giusta, per favore. E anche l’uomo, sarò felice di darvi ragione.

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La cattiveria delle donne che combattono le donne, talvolta proprio in virtù di un affrancamento della donna nella società maschilista. C’è tanta letteratura e cinematografia al riguardo. Da scrittrice, dovendone dare un’immagine, come la descriveresti?
Non ho mai amato le corporazioni, lo ammetto. Non capisco molte cose del femminismo. Mi piacerebbe pensarmi parte di una sorellanza universale. Non è così. Siamo in guerra. Per affrancarci, diventare più stronze degli uomini quando lo sono? Può darsi. Le donne cattive con le donne: l’unica cosa che mi viene in mente adesso è Meryl Streep ne “Il diavolo veste Prada”.

C’è stato un momento nella tua vita in cui ti sei sentita nuda?
Tutte le volte che ho presentato il mio romanzo d’esordio (“Sangue di cane”, nda), perché la donna di quel romanzo non aveva pudore: amava e basta, senza guardarsi mai allo specchio. Senza pensarsi un corpo o perlomeno senza pensarsi un corpo che non fosse stretto a quello del suo infelicissimo, disperatissimo amato.

Cosa diresti, oggi, a Marthe Wiggers?
Le direi: sei così bella, spero che almeno tu sia felice.

Giuseppina Borghese

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