Tranquillo, ti faccio uno squillo

Illustrazione: Manenti

Illustrazione: Manenti

Paesaggio sonoro, suonerie e polli d’allevamento.

Ormai da diverso tempo con la stessa virulenta, incontrollata diffusione dei santini di Padre Pio con o senza aureola, con o senza cornice, anche la musica di sottofondo ha invaso senza nessuna pietà sale d’aspetto e locali pubblici in genere. Esaurito il frequentato repertorio di bestemmie, non rimane quindi che dedicarsi con perseveranza alle proprie dipendenze, professare il vizio, confidare nelle visioni, praticare la deriva.
Il rumore di fondo nel quale siamo annegati è caratterizzato – specialmente negli abbeveratoi alla moda – da un costante pulsare di basso capace di fare crollare mura e doppi vetri, scavare nel plesso solare di ognuno, spezzare le palle di tutti. Quelli che parlano bene tirano subito in ballo la psicoacustica: sottoposto a frequenze basse e al ritmo binario, prevale la trance e l’istinto del branco, una sorta di riflesso condizionato scatenato dalla materia sonora. Che, tradotto, vuol dire lo stesso effetto delle marce militari sui soldati o dei tamburi negli stadi sui tifosi. La musica di sottofondo non è neutra: la sua funzione sconfina nel controllo sociale, nella gestione degli spazi collettivi, nell’organizzazione dei ritmi del lavoro e del tempo libero.
Il nemico è il silenzio, la paura del silenzio; angoscia combattuta con l’avvelenamento acustico del paesaggio sonoro. Con la stupida musica non richiesta, i subwoofer ignoranti, le compilation da terza media: tutti strumenti usati in modo rudimentale, con scarsa conoscenza delle dinamiche psicofisiche che presiedono a ogni ascolto, ma non per questo meno pericolose. I professionisti, quelli che usano il bisturi per incidere la carne viva delle nostre indifese orecchie sono ormai chiamati “sound designer” e l’uso dell’anglismo, come sa chi ha vissuto in Italia negli ultimi vent’anni, comporta in sé la truffa. Progettista sonoro, vale a dire gente che sonorizza ambienti di lavoro e non luoghi con lo stesso spirito di chi mette Mozart negli allevamenti per fare produrre più latte alle mucche.
Uno sguardo consapevole a questo paesaggio sonoro da fonderia si può dare inventandosi una sorta di deriva psicoacustica, un itinerario senza mete e mappe per le vie di una qualsiasi zona della città diventata luogo di disperate movide giovanili, lugubri centri commerciali e quant’altro l’industria del consumo e della mercificazione delle nostre vite ci impone.  Viaggio da praticare con cuore fermo, orecchie pronte al martirio e la cui guida si può trovare in libri vergognosi scritti da ubriaconi francesi finiti male e vampiri belgi. (Testi che qui non si citano per dispetto di coloro i quali, quando si mettono sotto il naso una recensione che parli di musica, se non leggono qualcosa che assomiglia a un libretto d’istruzioni per la lavatrice, se non vedono la lavagna con i buoni e i cattivi, se non trovano il voto ci rimangono male; e smettono subito di leggere per non affaticare il cervello.)
Vittime di un malcompreso senso del dovere e fortificati dal raccolto di quest’anno che, nonostante le radiazioni del MUOS sottocasa, ci ha dato grandi soddisfazioni, ci abbandoniamo quindi alla deriva quando, grazie all’infestante suoneria di un Nokia che incrociamo per strada, ecco aprirsi un varco temporale che neanche in “Ritorno al futuro – parte IV, V e VI”.
Vi ricordate quando i cellulari erano grandi come city-car? Erano gli anni Novanta e, se camminavi per strada, potevi sentirne di ogni colore. Telefoni che suonavano di tutto; telefonisti che sussurravano, urlavano, piangevano, ridevano e intanto parlavano camminando in circolo come fanno gli animali nelle gabbie degli zoo o i detenuti nell’ora d’aria. In fila, al cinema, al supermercato o per i cazzi vostri l’agguato sonoro era sempre pronto: e quando partiva la squillo del vicino, era come se le orecchie pestassero una merda di cane. Erano arrivati gli anni Novanta e, insieme a Berlusconi, Laura Pausini e Susanna Tamaro, anche la personalizzazione delle suonerie. Giusto per fare vedere che abbiamo studiato: la prima, nel 1994, fu il Nokia Tune, quattro battute rubate al “Grand Vals”, brano composto nel 1902 dal chitarrista spagnolo Francisco Tàrrega Eixea, un tranquillo signore che visse nella seconda metà dell’Ottocento in una città di provincia in Spagna divenuto, per una serie di coincidenze che rasentano il miracolo mariano, l’autore delle quattro battute musicali più ascoltate nel pianeta. Si calcola, infatti, che siano riprodotte in tutto il mondo circa 1,8 miliardi di volte il giorno. Poi uno dice i polli d’allevamento.
Successivamente, con il passaggio dalle suonerie monofoniche a quelle polifoniche, arrivò la possibilità di usare, al posto dello squillo del cellulare, la propria canzonetta preferita. Infuriò, allora, di tutto: un po’ come, ai giorni nostri, i tatuaggi tra casalinghe e tronisti. All’ ”apparire” degli anni Ottanta si univa così l’ “individualità” degli anni Novanta. La suoneria personalizzata come rappresentazione della propria personalità: una finzione di libertà che darà sempre più ossigeno a una moribonda industria discografica e ai bilanci della SIAE.
Il suono trasforma così lo spazio pubblico in proprietà privata e il telefono cellulare è l’ultima puntata di questo dramma: quando il tuo padrone chiama, rispondi. Una vita senza segreti, senza privacy, senza libertà. Manette all’ultimo grido, che il prigioniero porta sempre con sé; un pungolo elettrico sonoro per il bestiame.  È questa solo una parte della più vasta discussione, costantemente ignorata e sottovalutata, sull’inquinamento e la distruzione del paesaggio sonoro.
Arrivati a questo punto, la deriva psicoacustica nella quale avevamo provato ad avventurarci, più che un sentiero da scoprire, è diventata un fetido gorgo sonoro da lavandino che ci trascina con sé: e quindi meglio smetterla con derive, spiritosaggini varie e dedicarsi ai tappi di cera per le orecchie o, in alternativa, se proprio si vuole un rumore che almeno sia capace di evocare metallurgia e Romanticismo, votarsi all’ascolto compulsivo dell’intera discografia degli Einstürzende Neubauten.
Rimangono poche certezze: la storia della sorveglianza è anche una storia del suono; Musica, fanciulla bellissima e sfortunata, con tutto questo c’entra poco.

Aldo Migliorisi

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