I neomelodici dell’Isis

i
Rock, video, web e stragi. Gli integralismi (non) si aggiornano.

Ti sei mai accorto delle enormi possibilità
che un campo di battaglia offre ai bugiardi?”
(Gen. Stonewall Jackson)

Ora, io tutto avrei immaginato meno che parlare degli Eagles of Death Metal. Tanto per dire, da qualche giorno pensavo di scrivere qualcosa su Mario Schiano. Solo che dopo innumerevoli tentativi ero riuscito a tirare fuori unicamente il titolo. Anzi, due: “La partenza di Mario Schiano per la Luna” e “Il Dilettante”. E siccome mi piacevano entrambi e non sapevo quale scegliere mi ero bloccato, e intanto continuavo ad ascoltare a ripetizione dischi di free jazz italiano che ormai a casa mia non si capiva niente e i vicini mi avevano tolto di nuovo il saluto. Questo fino al pomeriggio di venerdì 13 novembre, il giorno delle stragi a Parigi. Così, poiché degli assassini con la fissa dell’amichetto immaginario ultraterreno quel giorno hanno fatto in contemporanea quattro attentati con 130 morti e quasi 360 feriti; e giacché uno dei posti simbolicamente scelti era il concerto degli Eagles of Death Metal al Bataclan, definito dai terroristi come un luogo che ospitava “idolatria” e un “festival delle perversioni”, bisognerà parlare d’altro. Quel venerdì 13 ai riff delle chitarre elettriche si sono sostituiti le raffiche dei kalashnikov e gli scoppi delle bombe umane; ai cori e agli applausi del pubblico gli sciacalli dei dibattiti televisivi e dei titoli sui giornali. Alla vita e al piacere  le belve ubriache di sangue e di profitti.
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Basta che finisca nelle mani sbagliate ed ecco, la musica diventa subito qualcos’altro. In balìa di preti o ayatollah, poi, la sventurata ha poche alternative: o puttana o serva. Funziona così con le religioni e i fanatismi in genere: dogmi, inferni, vite ultraterrene e menzogne. Tutte cose che sapete, se avete letto un romanzo di Philip K. Dick.

Per la parte più integralista dell’Islam la musica è “harām”: proibita. Ma l’Islam non è una cosa sola: sin dall’inizio, appena subito dopo la morte di Maometto, il fondatore della ditta, come sempre accade gli eredi incominciarono a litigare tra di loro. Alcuni dicevano che l’azienda, il califfato, dovesse rimanere in famiglia e passare al nipote; altri, invece, sostenevano un amico del defunto scelto da loro stessi. Si sa come vanno a finire queste cose, quando c’è di mezzo trippa per gatti. Liti, divisioni, vendette, guerre. Succede in ogni zannuta famiglia che si rispetti: Sciti, Sunniti, Salafiti, Mahabiti e innumerevoli incrostazioni che, nel tempo, si sono stratificate. Una cosa, però, è certa: più sono teste di cazzo, più ce l’hanno a morte con la musica. Quest’odio ignorante si basa soltanto su “hadith” (racconto, narrazione), cioè scritti posteriori al Corano di duecento anni, compilati riferendo notizie in cui uno che è ritenuto affidabile dice di aver sentito dire da un altro che una volta il Profeta disse a un discepolo ecc. Anche in ossequio a questi hadith, ma evidentemente non solo, a Parigi dei fanatici religiosi si sono fatti saltare in aria e hanno squartato gente a maggiore gloria di Allah. Per premio, come da contratto per l’aspirante martire, quaranta vergini in comodato d’uso; in questo caso i beneficiari della gangbang post-mortem sono stati alcuni assassini dell’Isis. Un gruppo terrorista creato in Iraq nel 2006 sotto supervisione americana come strumento per fare leva sui regimi secolari indesiderati; ad alimentarlo ideologia wahabita e soldi sauditi. “Non abbiamo più criminali rispettabili; ormai abbiamo dei miserabili, come criminali” diceva Carmelo Bene.
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Lo chiamano Isis ma già nell’acronimo, abbreviazione per Stato Islamico di Iraq e Siria, ci sono tre bugie. Non è uno Stato non amministrando un territorio; non è Islamico poiché nonostante si sia autoproclamato Califfato nessuno, nella comunità islamica, lo riconosce come tale;  Siria e Iraq  c’entrano in parte, poiché il cosiddetto Stato Islamico controlla solo alcuni tratti del corso dell’Eufrate, del Tigri e della bretella che li collega da Mosul a Raqqa. Ma, nonostante le menzogne, l’Isis ha avviato un processo d’identificazione in tutte le comunità islamiche frustrate e oppresse sia nell’ambito degli stessi regimi islamisti, sia tra gli espatriati. L’Isis ha fatto della religione, di una visione particolare dell’islamismo, una nazione che non esiste.

Nonostante questo rivolgersi costantemente a un futuro inteso soltanto come ritorno al passato, lo Stato Islamico ragiona in modo molto occidentale e sa perfettamente che viviamo immersi nell’immagine. Per avere visibilità nei media, per rivolgersi ai giovani musulmani di seconda o terza generazione che vivono nelle periferie, nei ghetti e nelle banlieues dell’impero occidentale, la cultura islamica, per tradizione aniconica, ruba l’immaginario e il linguaggio visivo dell’occidente. Nei loro video c’è la forma ideale dello spot pubblicitario; monodirezionali, non prevedono alcuna interattività o contro-argomentazione e stabiliscono la propria opinione come unica possibile. Il sogno di ogni marchio.

In ”Parigi brucia”, messo in rete dall’Isis a una settimana dai fatti del 13 novembre, l’estetica è da blockbuster hollywoodiano. Effetti speciali, surround, la torre Eiffel che crolla al rallenty; la colonna sonora è un ritornello cantato senza alcuno strumento ed effettato al massimo. Gli eroi – ripresi su sfondi di rovine o in deserti al tramonto – minacciano, urlano e dicono che non hanno cominciato loro. Uno, più barbuto e canterino degli altri, salmodia con notevole intonazione ed espressività una Sura del Corano. Arrivati a questo punto il critico musicale non può fare a meno di segnalare plateali citazioni, al limite del plagio, di “Nu Latitante” di Tommy Riccio, idolo dei neomelodici napoletani. Intanto, sullo sfondo, garrisce al vento la bandiera dell’Isis: come nei film di guerra americani quando nella disperazione dei sabati sera le multisale schiumano di schiavi vestiti a festa. I filmati più cruenti sono, in pratica, veri e propri snuff movies: uomini bruciati vivi con un lanciafiamme, decapitazioni di massa, bambini che sparano in testa a prigionieri inginocchiati. E, inutile dirlo, sono quelli che raccolgono più successo, preceduti da trailer e proiettati su grandi schermi nei luoghi pubblici dei territori occupati dallo Stato Islamico.

Quelli dell’Isis abbattono le statue degli Assiri, ma innalzano dovunque antenne per il wi fi. È il loro cinema, la loro realtà girata come se fosse una finzione. L’ultima frontiera del marketing della comunicazione è la paura, ma la propaganda non si fa solo con la paura. “Flames of war” è il video ufficiale dell’Isis: estetica eroica e sempre vincente da videogioco, difficile distinguerlo dagli spot ufficiali di arruolamento per l’esercito USA.  Il format “entrata colonne vincenti in città appena conquistata” di solito si svolge così: prima panoramiche dall’alto con il drone, poi s’intravede l’attacco. Segue l’ingresso trionfale in città a bordo di SUV nuovi fiammanti con il brand dell’Isis e i soldati che iniziano a distribuire caramelle. È una cosa che funziona. Sempre.

E siccome anche per i duri e puri dell’Isis tutto fa brodo, nonostante gli hadith che condannano la musica come uno strumento di Satana, anche lo Stato Islamico ha i suoi videoclip musicali, uno perfino cantato in tedesco: il testo parla di come farsi esplodere con un’autobomba. Solo voce, senza strumenti, ma con effetti eco e riverbero da disco anni ’70, tonnellate di flanger, autotune e vocoder. Ancora una volta il critico non può fare a meno di notare come gli arrangiamenti vocali risentano d’imbarazzanti influenze dance-pop: “Believe” di Cher tra tutti.
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A sostegno di queste e altre follie, le fonti principali sono gli hadith. Che, a differenza del raccontino che è fatto sul Corano, non provengono direttamente da Allah, ma da psicopatici in carne ed ossa vissuti quattordici secoli fa nella penisola arabica. Luogo, c’è da dire, dove mai nel corso della storia, e chissà se questa mancanza significa qualcosa, si è vista la testa di un re rotolare per mano di un ribelle.

Poi uno dice le Religioni del Libro. Nel Corano solo tre Sure sembrano avere a che fare (ma neanche tanto, a dire il vero) con la musica. In una s’invitano le mogli del Profeta a non essere simili alle altre donne, e quindi, affinché “non sia mosso con desiderio chi ha una malattia nel cuore”, “non siate dolci nel vostro eloquio”. La seconda promette un “castigo umiliante” a chi “compra storie vane per traviare gli uomini dal sentiero di Allah”. La terza invita a “allontanarsi con dignità quando si passa nei pressi della futilità”. Per passaggi mentali che meriterebbero l’intervento dello psichiatra o, a scelta, dell’esorcista, “eloquio dolce”, “storie vane” e “futilità” sono diventate sinonimo di musica. Su queste tre Sure sono quindi piombate valanghe di hadith e generazioni di giuristi, imam ecc. hanno bollato come “harām”, strumenti, musicisti, cantanti e musica. Ognuno tirando fuori, in realtà, i propri disturbi sociopatici, musico, sessuo o ginecofobici; e giustificandoli come detti del Profeta sentiti o riportati da seconde o terze mani.

Ecco qualche perla da questo catalogo di bestialità: “Il canto fa crescere ipocrisia nel cuore come l’acqua fa con l’erba”; “Nel giorno della Resurrezione, Allah verserà piombo fuso nelle orecchie di chiunque sieda ad ascoltare una cantante”; “Il canto è harām, proprio come la carogna”; “È harām ascoltare tutti gli strumenti musicali come il flauto e il tamburo, e anche battere un bastone”, “Il tipo di canto che è conosciuto al giorno d’oggi è il massimo dell’immoralità e dell’oscenità”; “Non è permesso costruire strumenti musicali”; “È lecito distruggere gli strumenti musicali”. Tutti questi deliri sono tuttora validi imperativi per alcune frange dell’Islam, quello più fondamentalista, oscurantista: lo stesso che è invocato dallo Stato Islamico.

Evidentemente una visione distopica, un’idea di futuro fermo a 1400 anni fa. Siamo in un altro scenario dove l’uomo occidentale, illuminista, formatosi nel XVIII secolo, la cultura novecentesca, la sua sensibilità non hanno strumenti per comprendere. Viviamo in epoche diverse: alcuni nel 2015 in Europa, altri nel 622 in Arabia Saudita. Questa una lettura possibile. Un’altra versione comprende riposizionamenti militari ed economici, soldi, potere. Petrolio che invece di fare viaggiare via mare attorno alla penisola araba sarebbe meglio trasportare con gasdotti attraverso Iraq e Siria. Paesi importanti da controllare sia per questo motivo, sia per gli oltre 6000 barili di petrolio prodotti giornalmente da entrambi. E quindi bisogna bonificare il terreno con bombe, terrore, stragi di civili. Sunniti contro Sciti. Cioè Arabia Saudita, Qatar, Turchia, USA, Francia, Inghilterra contro Siria, Iraq, Iran, Cina, Russia. E nel mezzo bande di tagliagole e di fanatici finanziati e usati come burattini. Alcuni, di conseguenza, dicono che con questi attentati quelli dell’Isis ci stanno portando a casa nostra quello che le loro madri, le loro mogli, i loro figli, loro stessi vivono da anni, ogni giorno, senza colpa. E che la nostra indifferenza è un crimine, quasi quanto lo è bombardare popolazioni civili telecomandando droni o farsi esplodere in una sala da concerti. Affermano, anche, che i morti sono tutti uguali. I quasi 50 a Beirut il giorno prima, o i 111 uccisi in Palestina solo nelle ultime settimane, quelli degli attacchi ad Ankara come i morti di Parigi.
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Ma eravamo partiti con gli Eagles of Death Metal, quattro signori ultraquarantenni che da bravi mestieranti (Queens of the Stone Age, Kyuss e compagnia bella) mischiano stoner e alternative metal muovendosi sul palco come statuine di un presepe rock, le stesse con le quali si accoppiano nei loro tour: la stagionata Joan Jett o la nuova stracotta formazione dei Guns N’ Roses. Gente che afferma di essersi inventato questo nome partendo dall’idea di usare le armonie degli Eagles suonandole in chiave death metal: dichiarazione che li esclude definitivamente da ogni rapporto con lo stereo di casa. Senza bisogno di hadith.

Aldo Migliorisi

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