Sottovoce Controcorrente: la rivoluzione parte dal basso a Trapani e dintorni

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Seppur la crisi degli ultimi anni abbia investito un po’ tutti i settori e con particolare veemenza quello della musica e dello spettacolo, non è mancato e non manca chi coraggiosamente ha raccolto la sfida decidendo di far ritorno nella propria terra e di tornare a investirvi. Se poi la terra in questione è proprio la Sicilia, regione in continua emorragia di nativi esuli per il mondo, la scelta acquisisce un valore del tutto particolare. È il caso di Gaspare Daidone, giovane blogger, tour manager e organizzatore di eventi culturali spostatosi presto dalla sua Trapani a una ben più fervente Torino, città che lo ha accolto e gli ha permesso di crescere professionalmente nel proprio ambito. Poi la scelta di ritornare a Trapani e di cominciare a investire nella propria città. Ci piace vedere come per una volta le novità non arrivino dalle solite province di Catania e Palermo e come pian piano anche il resto dell’isola cominci a dare segnali importanti di rinascita. L’Eretico è qui proprio per ascoltarli, raccoglierli e amplificarli. Siamo dunque andati a conoscere Gaspare e a farci spiegare dettagliatamente il suo progetto.

Chi è Gaspare Daidone? Da quali esperienze arriva e di cosa si occupa?

Mi sono sempre autodefinito “uno che sta in ascolto”, vale a dire qualcuno che pur non essendo un musicista ha coltivato negli anni un rapporto simbiotico con la musica. Tale rapporto si esprime nell’ascolto che nasce dalla curiosità. A dire il vero con la musica c’ho sempre avuto a che fare, dalle prime esperienze con il mio blog personale su cui pubblicavo recensioni e interviste alle band che riuscivo a “vedere”, o per meglio dire ad ascoltare, dal vivo, fino ad arrivare ad altri tipi di esperienze che mi hanno assorbito in maniera sempre crescente. Per rispondere alla seconda parte della tua domanda, posso dire di aver fatto quasi tutto: la direzione artistica di circolo ARCI a Torino, tra cui il Da Giau che è stato uno dei primi in assoluto ad aprire in città e il Caffè Liber, negli anni diventato uno dei centri di gravitazione permanente per chi voleva fare cultura dal basso in un contesto urbano in profondo mutamento; il booking di band giovani ed emergenti, spaziando dal cantautorato al post-rock, ma facendomi in ogni caso guidare dalla forza e dalla sincerità dei rapporti umani.

Tu vivi a Trapani, una città che fa fatica a ritagliarsi degli spazi in ambito artistico/culturale, vuoi illustrare un po’ la situazione attuale?

Vivo a Trapani, sì. Da un anno circa. Ma a Trapani ci sono tornato. Quindi si potrebbe dire che vivo a Trapani ma vengo da Torino. Sono uno di quegli immigrati di ritorno che si sentono attratti dalla propria terra e ci rimettono piede per rimanerci, ma irrimediabilmente cambiati da tutto un vissuto che sta altrove. La situazione che ho trovato al mio ritorno è una situazione segnata da un finto cambiamento o cambiata ma non abbastanza. Il centro storico della città è stato rimesso a nuovo, è più pulito e accogliente, ma la polvere è stata messa sotto il tappeto. Sai… come quando non hai tempo o voglia di fare le pulizie per bene… La reale situazione vissuta è fatta di servizi che mancano, di spazi inaccessibili e pertanto inutilizzabili o sottoutilizzati, di soldi che non vengono spesi in cultura se non per operazioni di facciata, per un po’ di maquillage come nel caso di grandi e poche grandi mostre o di produzioni di musica classica e opere che rispondono solo a gusti consolidati, che non sono nemmeno quelli dei più giovani. Per dirla in poche parole non si fa nulla per offrire a chi si sta ancora formando una sensibilità rispetto alla creazione e alla fruizione di cultura gli strumenti per far crescere le proprie passioni e allargare i propri orizzonti.

Quali sono le difficoltà in cui ti sei imbattuto nella tua città in qualità di organizzatore di eventi che cerca di portare avanti proposte alternative e dal basso?

Quelle principali risiedono appunto nella mancanza di attenzione, quella vera e che determina atti concreti, da parte dell’amministrazione comunale. Un primo interessamento si manifesta in effetti dinanzi a progetti ben definiti, ma non si passa mai allo step successivo, quello in cui vengono stanziati i fondi e si realizza qualcosa. Ma non è tutto addebitabile al fatto che ci sia un velo di ignoranza da parte delle istituzioni nei confronti delle tante realtà che si impegnano per offrire cultura dal basso e in maniera partecipata. Ci ritroviamo in questa situazione anche per colpa di queste stesse piccole realtà, che finora non sono state in grado di fare rete tra loro, di cooperare e presentarsi come un soggetto in grado di avanzare una proposta culturale organica.

Hai ideato una rassegna che partirà nei prossimi giorni, “Sottovoce/Controcorrente”. Il significato dell’andare controcorrente è facilmente intuibile, perché sottovoce?

Esatto. Controcorrente perché si oppone a tutta la situazione che ti ho appena descritto. Ma lo fa sottovoce, senza alzare i toni o senza perdersi in inutili polemiche e lamentele. Non credo infatti ci sia bisogno di fare nulla di eclatante e di mirare a raggiungere chissà quali obiettivi. Al contrario sono convinto che in questa fase ci si debba impegnare ad andare step by step, facendo un lavoro in prodondità sulle nuove generazioni, in particolare su quelle che verranno dopo la mia (io ho quasi 34 anni, non mi considero più tanto giovane…). E questo lavoro necessariamente va fatto senza accendere futili riflettori.

Questa rassegna parte dalla musica dal vivo ma vuole anche offrire qualcosa di nuovo, andando oltre il format della semplice fruizione di un concerto, di cosa si tratta?

Ecco, con questa domanda mi permette di riallacciarmi e spiegare meglio quello che stavo dicendo prima: in Sottovoce/Controcorrente non si cerca di offrire solo un concerto anche se della più alta qualità possibile e limitandosi almeno per ora alle più belle espressioni delle nostre produzioni musicali regionali nel campo della canzone d’autore. Bensì, si vuole lasciare qualcosa in più al pubblico, che ogni volta vedrà l’ospite di turno dire la propria su una tematica riguardante il mondo della musica oggi. Nel corso del primo appuntamento con la rassegna, ad esempio, Simona Norato, cantautrice palermitana quest’anno finalista al Premio Tenco, ci ha parlato della sua esperienza con la SIAE poiché il tema scelto era la tutela del diritto d’autore e le alternative, come Soundreef e il copyleft, che oggi ci sono alla sua forma classica di protezione che si esprime nel copyright e che è offerta dalla SIAE. Questa sarà la linea che seguirò per qualsiasi altro format: ci sarà sempre un contenuto informativo o formativo, perché è estremamente necessario lavorare sul pubblico, sul grado di consapevolezza che si porta con sè nel momento in cui un domani magari a Trapani si approccerà a un concerto di un indipendente un po’ più grosso, perché non si faccia nulla almeno in questo ambito per moda o per avere un puro passatempo qualsiasi che riempia un vuoto.

Come ha risposto la città a questo primo evento?

Premesso che per città ora come ora io intendo la gente che personalmente ho conosciuto e con cui mi sono fermato a parlare alla fine della serata, tutti i feedback sono stati positivi. Abbiamo fatto circa 40 ingressi in un posticino che può contenere al massimo 50 persone e tutti paganti un piccolo contributo che ci ha permesso di ripagare tutte le spese. Molti soprattutto hanno espresso gradimento sia nei confronti del concerto (e di questo va dato atto a tutto lo staff che ha preparato la location e al ragazzo che ha seguito i suoni, oltre che a Simona la quale è stata davvero fantastica), sia nei confronti della formula del concerto/incontro con un tema al centro.
Quindi mi ritengo molto soddisfatto anch’io e mi aspetto che la risposta della città continui a essere se non altro di segno positivo. In attesa di costruire qualcosa di ancora più significativo e incisivo. D’altronde sono davvero molte le potenzialità inespresse in questa città ed è un vero peccato non provare a costruire, agendo collettivamente, strumenti e spazi perché anch’esse possano esprimersi.

Intervista: Marco Salanitri
Foto: Marika Maiorana

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