Marte chiama Major Tom! Can you hear us?

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David Bowie
, Ziggy Stardust l’alieno, il Duca Bianco, l’uomo caduto sulla terra. Colui che più di chiunque altro ha saputo sorprendere tutti per non aver mai seguito la via più prevedibile ed aver percorso un’intera esistenza sulla soglia di scelte radicali e consapevoli. L’ultima sorpresa è arrivata proprio ieri, lunedì 11 gennaio 2016, con l’annuncio fulminante dell’improvvisa morte, all’alba della consegna di Blackstar, opera ultima e definitiva in tutti i sensi, lanciata appena 3 giorni prima, l’8 gennaio, giorno del suo 69° compleanno. Eroicamente riuscito a tener nascosta al mondo la propria malattia, un cancro che lo ha logorato nei 18 mesi precedenti, quest’uomo ha dimostrato a noi comuni e poveri mortali come sia possibile guardare in faccia la propria morte e riderne, raccontandola passo passo in un disco che è non solo testamento e commiato, ma una vera sfida e nuova rivoluzione, l’ultima e forse la più importante intrapresa.
L’Eretico su Marte, nato inseguendo e perseguendo la scia aliena di coraggiosi e infaticabili pionieri, porge dunque il suo ultimo saluto al re dei marziani.

Giuseppina Borghese
Life On Mars
[Compagni di viaggio in fuga dall’atrocity exhibition]

“Parlare di musica è come ballare di architettura” diceva Frank Zappa.
Raccontare David Bowie è impresa difficile e anche piuttosto inutile. Come ballare di architettura.
Pensare di ricostruire filologicamente o sentimentalmente un percorso musicale durato oltre cinquant’anni è pura, accademica illusione.
Ciò che resta oggi, accanto alla sua musica, è il momento in cui le sue derive cosmiche sono entrate nel racconto autobiografico di ciascuno di noi.
Quel preciso momento in cui l’arte, effimera e bellissima, tocca la vita, greve, a cui i mortali devono comunque dare conto.
Un contatto magico e pericolosissimo che ritorna in “Life On Mars” e nella “piccola terribile storia” della ragazza coi capelli grigi che affonda nello “schermo d’argento”, insensibile e assuefatta com’è alla propria anonima esistenza.
L’ambizione suprema è la fuga, consumata nel famelico, disperato desiderio di voler essere sempre altrove da dove si è adesso.
È qui che ci ritroviamo compagni di viaggio con Bowie e i suoi alter ego.
All’improvviso – nel delirio di una martellante atrocity exhibition di suoni, immagini, prolassi verbali – scappiamo verso l’Altrove, senza valigie ma solo con una domanda di cui, forse, temiamo la risposta: “C’è vita su Marte?”

Claudio Litrico
“Spegnete subito le torce. Nascondete la luna, nascondete le stelle.”

È  stato in quel momento che mi sono sentito più attratto che mai dalla figura di David Bowie, guardando Velvet Goldmine – un omaggio tanto appassionato quanto indesiderato dal Duca Bianco (per via dell’enfasi attribuita al tema dell’ambiguità sessuale). Non ero più un ragazzino, avevo già raggiunto la maggiore età ed ero ormai tenuto a mettere la testa a posto, chiudere il cassetto dei sogni a chiave e farmi progressivamente una vita. Tuttavia questo film mi investì come un treno, proprio come stavano facendo gli Smiths e i loro testi, facendo leva sulle mie turbe adolescenziali, sul mio sentimento di diversità, di estraneità nei confronti di questa società – perfino di questo mondo.
Ed arriva lui, l’alieno androgino e bisessuale, il rocker stravagante che accompagna al talento gli eccessi; arriva Maxwell Demon – che altri non è che Ziggy Stardust sotto mentite spoglie, senza le canzoni e senza marchi coperti dal diritto d’autore. Una figura eccentrica che maschera la propria fragilità e le proprie insicurezze con il trucco e gli abiti del glam rock.
Dove non erano arrivati Under Pressure quando ascoltavo le cassette dei Queen da bambino ed il video di Thursday’s Child, e nemmeno la Heroes che apriva il mio programma sportivo preferito, arriva questo film la cui colonna sonora non include nemmeno un brano di Bowie, ma che ne è pervaso dall’inizio alla fine e mi porta ad approfondirne la discografia, e a farmi amare questo concept sulla diversità, sulla Stella arrivata dalle stelle, che musicalmente rielabora la lezione melodica dei Beatles filtrandola attraverso le tendenze d’oltreoceano (Velvet Underground e Stooges, ovviamente, ma anche New York Dolls).
Lady Stardust è il mio pezzo preferito, con il suo incedere malinconico e sommessamente epico, tanto da balzarmi subito in testa appena appresa la tristissima notizia.
Bowie è stato un alieno a prescindere da Ziggy, come artista e come uomo, e ce lo ha dimostrato con l’ultima, fenomenale “trovata”, in occasione di Blackstar: un uomo che riesce a giocare in questo modo con la propria dipartita e col proprio ruolo nel mondo è immenso.

“Il mondo è cambiato perché tu sei fatto d’avorio e d’oro. La linea delle tue labbra riscrive la storia.“

Aldo Migliorisi

Ora tutti a parlare di David Bowie, e prima ancora di Lemmy: si sa, quando muore qualcuno famoso, c’è la fila davanti alla camera ardente virtuale e le lacrime di coccodrillo nei social network scorrono a fiumi. Un modo che ha la morte per farci sentire vivi. E quindi, David Bowie. Che per me significa innanzitutto alcuni 45 giri che, all’epoca, ballammo fino allo sfinimento: the Jean Genie, Rebel rebel, Johnny I’m only dancing, All the young dudes e tutta la sua produzione del periodo glam. Trucco, merletti, sopraccigli depilati, unghie smaltate, bisessualità: tutte cose che, a fronte dei petti villosi e delle pose da stallone della maggioranza delle rockstar di quegli anni, suonarono come una rivoluzione. E quindi, il mio primo ricordo risale al riff di chitarra, alla cassa in quattro di Jean Genie e alla pettinatura alla Ziggy che i più scalmanati, all’epoca, si ostinarono a esibire. Si aveva, allora, la sensazione che i razzi propulsori delle astronavi che ci avrebbero portato in un futuro scintillante fossero già accesi e che bisognava attrezzarsi, anche cambiando taglio di capelli, per questo fantastico viaggio ai confini dell’oltrespazio. Bowie, ma in questi giorni sarà stato già detto un milione di volte, rispetto agli altri ha sempre avuto un piede nel futuro: bastava guardare le tute spaziali che indossava sin dai tempi dei Ragni di Marte. Poi passarono altri anni, e con loro altre sue incarnazioni: l’altro mio ricordo di David Bowie è legato ai primi segnali della peste che distrusse buona parte di una generazione: l’eroina. La sua Heroes, grazie anche a film che mettevano in scena la roba spettacolarizzando il buco, l’overdose, le peggiori marchette come fatto maledetto sì, ma sostanzialmente romantico, divenne assieme ad altri quasi l’inno nazionale della neo costituenda nazione tossica. Ma se un coltello, invece di tagliare il pane viene usato per ammazzare, la colpa non è di chi l’ha costruito, ma di chi lo usa per uccidere. E, infine, Blackstar: travolgente. Quando l’ho ascoltato la prima volta ho ripensato la stessa cosa, riguardo al piede nel futuro ecc. Che poi per futuro si dovesse intendere l’ennesimo funerale è un altro di quei modi che ha la morte per ricordarci di essere, ancora, vivi. Solo un’ultima cosa: com’è che per la morte di Pierre Boulez nessun coccodrillo ha pianto?

Fabio Fulfaro

Il mio ricordo personale di David Bowie ha come al solito a che fare con il cinema. Era il 1981 e Christiane F – I ragazzi dello Zoo di Berlino spopolava nelle sale con la magica colonna sonora del duca bianco. Il trip era un viaggio all’inferno di andata e ritorno che prevedeva ogni singola stazione della via crucis. Le note della canzone Station To Station (quasi una suite) erano un manifesto perfetto di un’epoca, di una città ancora divisa, di un senso di irreparabilità e di irreversibilità tipicamente decadente. It’s too late cantava il grande David e davvero sembrava di avere varcato il punto di non ritorno. Bowie aveva vissuto sulla sua pelle la dannazione della tossicodipendenza ma miracolosamente riuscì ad uscirne fuori just in time. Dato tante volte per spacciato, Il Duca Bianco è sempre risorto dalle sue ceneri dando l’impressione dell’immortalità. È inutile ricordare quanto il suo stile abbia influenzato la musica moderna, con una commistione di generi che solo i geni possono maneggiare con originalità. La notizia della sua morte coglie sorpresi e impreparati, cerchiamo ancora qualche smentita, ci illudiamo che si muoia un po’ per poter vivere. Ma l’uomo che cadde sulla terra è tornato al cielo.

Azzurra Sottosanti

Come e quando David Bowie è entrato a far parte della mia vita io non me lo ricordo. È come se fosse sempre esistito, come un dato di fatto o una dotazione genetica. Ricordo però perfettamente l’emozione incontenibile che provai (la prima volta e tutte quelle a seguire) alla visione di Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, il film documentario sul concerto tenutosi all’Hammersmith Odeon di Londra il 3 luglio del ‘73: quella sensazione di sublime sconcerto procuratomi da tanta grazia individuale, la stessa – come ebbe a dire il critico Simon Frith – “che faceva risaltare la stupidità di tutti gli altri”. Bowie non era semplicemente un personaggio, un’icona: Bowie era “il salto da un universo all’altro”, un costruttore di immagini, un connettore di mondi, un geniale superatore di limiti. Un alieno caduto sulla Terra. Senza di lui un intero universo musicale non sarebbe esistito. Low e Heroes sono stati fondamentali per la nascita del post punk, forse più di ogni altro prodotto del ’77 (provate a chiedere a Devoto). Senza il Duca Bianco la musica rock non sarebbe stata la stessa, Iggy Pop non sarebbe stato Iggy Pop, non ci sarebbero stati i Joy Division (che, non a caso, in origine si chiamavano Warsaw), i Bauhaus, i Virgin Prunes e tutta una serie di band fondamentali non soltanto per la sottoscritta. Per molti di noi, privilegiati coabitanti di quest’ epoca, Bowie è stato il principio di tutto, un caposaldo, un punto di riferimento incontrovertibile. E forse è vero quello che qualcuno ha scritto su facebook: David Bowie non è morto, è solo tornato su Marte.

Benedetta Spampinato

Non lo dissi a nessuno. Uscii da scuola, dovevo avere diciassette anni e stavo facendo  strada verso la fermata dell’autobus. Tipica immagine di adolescente anni duemila: cuffie del lettore mp3 nelle orecchie in riproduzione casuale, l’unica nota che stonava era il mio libro di Storia della Filosofia sotto il braccio.
“I, I wish you could swim, like the dolphins, like dolphins can swim”… okay, in fondo la giornata non era andata tanto male. Continuavo a camminare e capivo con più chiarezza che stavo ascoltando un inno di libertà e potenza parossistiche. Sentii qualcosa dentro me. Un cielo di sfere opaline, una luce sul mio cammino: quel capolavoro di suoni distorti ed eterei mi faceva tremare tutta. L’urlo di quell’ “I”, semplice pronome personale, così vero, strascicante, irresistibile. Mi sentivo protagonista di una storia  e quello sarebbe stato uno dei momenti indimenticabili della mia esistenza. Dasein. L’Esserci, qui, storicamente catapultati o desiderati, amati, ma Esserci. Esser-ci. La Grazia mi permeava, vedevo il mondo filtrare velocemente attraverso il vetro dell’autobus e sempre quella luce ineffabile dentro me. La voce magnetica e virile aveva il coraggio di urlare in mezzo al caos, all’indifferenza della gente, oltre il Muro. Sembrava volesse dirmi: “Vuoi venire con me?”. Sì, we can be Heroes. Il giorno dopo i miei compagni di scuola non avrebbero capito, il mio sguardo era diverso. Che cosa avevo scoperto? Forse, la Bellezza, la Consapevolezza, l’Incanto. Quel momento diventava un mistico ricordo inscindibile dal fluire di quelle note cristalline in sottofondo, figlie delle delicate mani di Brian Eno. Heroes di David Bowie mi ha accompagnato per tutta la mia crescita, fino ad ora, e la Sua misteriosa caduta sul pianeta Terra deve essere tramandata nei secoli dei secoli. Amen.
Ma noi siamo Eretici su Marte e sappiamo che le canzoni camminano da sole: il nostro sailor oscillava tra Earth e Mars. Bowie è stato un eretico, un essere androgino brillante di polvere di stelle, padre fondatore dell’eclettismo artistico novecentesco. Conciliava la favola fantascientifica di Ziggy Sturdust e The man who fell to Earth alle tinte soft finemente incarnate dalla maschera di Duca Bianco. Nel ’77, mentre il punk imperversava nei tumulti  londinesi, usciva questo pezzo risonante. Nel videoclip riesce sorprendentemente a danzare da fermo, leggero, i suoi occhi eterocromi guardano di sbieco la telecamera. Un senso di libertà forse utopico, sì, ma prende tutti, credenti e non credenti. Nasce il fenomeno Bowie e Berlino s’inchina a quel vento eterno. Sono diversi i film cult che portano le sue canzoni, ma Noi ragazzi dello Zoo di Berlino è di certo il più fortemente incisivo. Bowie incarna la sua scansione ritmica (il vinile di Christiane, il concerto), ne è il leitmotiv. C’è una scena particolarmente bella in cui gli eroinomani corrono fluidamente per i corridoi dell’Europa Center di Berlino a ritmo di Heroes ed è con questa scena che voglio ricordarlo.
Fa piangere ascoltarlo oggi. Mi appartiene, è come vedere un pezzo della vita andare via e gli amici comprendono questo dolore, perché nella sua musica pullula qualcosa di vero che ci accomuna profondamente, che trascende l’immanente. La musica spacca dentro l’essere umano, lo divide in lacrime oppure ne fa la sua sintesi, ne catalizza le contraddizioni, tocca ogni fibra dell’essere. “This is ourselves, under pressure”. Ritorna da dove è venuto lo Starman, come è destino di tutti e Heroes ci ricorda di vivere ogni giorno della nostra vita come se fosse l’ultimo. Di questo dobbiamo fare memoria. Just for one day. Amiamo, viviamo veramente un’esistenza desiderabile! Stringiamo forte tra le braccia questa vita che fugge. Just for one day, vi prego, just for one day.

Giuseppe Lanno

Non sono un esperto di David Bowie, non conosco tutta la sua produzione e nonostante la sua dipartita non credo che qualcosa cambierà. Nel caso, avverrà in maniera naturale, come se fosse vivo. Non posso avere motivi tecnici o storici per piangerlo, eppure in casa abbiamo pianto. Non serve conoscere ogni suo album per rendersi conto di come Bowie fosse influente dal momento in cui è apparso. Non esiste qualcosa che il Duca Bianco non abbia fatto, ha affrontato con immensa ironia e naturalezza ogni epoca. David Bowie era un genio, nel senso più magico e ancestrale. Lui trasformava tutto, compresa la sua morte. Io sto odiando fortemente Blackstar, perché non riesco a sopportare che qualcuno possa affrontare così lucidamente la propria morte per farci un regalo. Sì, sicuramente sarà andato via più felice anche lui per averlo fatto, ma io lo odio comunque. La sua morte mi ha fatto sentire piccolo da un lato, ma dall’altro mi ha come responsabilizzato. Era un artista capace di avvicinare tutto al bello, anche la sua dipendenza, anche la sua morte. Ci sarebbero milioni di aggettivi, cascate di parole possibili per quello che è stato forse il più grande artista del secolo, ma io non posso dirle, non spetta a me. Io penso che lui abbia attraversato generazioni intere, le ha studiate e aiutate tutte, ha unito sempre. Una cosa del genere può farla solo chi supera la barriera del gusto, la barriera dei generi, chi è sinceramente superiore. Ognuno di noi si commuova senza pensare a quanto lo si conoscesse, io l’ho scoperto da una pubblicità della Wolfswagen (se la memoria non mi inganna) e non me ne frega un cazzo se non conosco tutte le sue canzoni.

Scelgo Ashes To Ashes perché la malinconia del bambino Bowie si scontra con la durezza della sua dipendenza dalle droghe. Major Tom è adesso un essere in decomposizione, un vero junkie come lo era Bowie in quel momento. Sempre lucido, sempre infinito.

Marco Salanitri

Non ho avuto la fortuna di rientrare nella schiera di coloro che sono letteralmente cresciuti insieme a David Bowie, per ovvie questioni anagrafiche. Non credo ci sia stato un momento o un fatto ben preciso a cui possa ricondurre il mio approccio all’incredibile mondo alieno del Duca Bianco, ma se dovessi pensare a uno dei ricordi nitidi della sua figura la mente si fermerebbe senz’altro al ricordo d’infanzia dell’algida, beffarda e istrionica figura di Jaret il re di Goblin, nel film fantasy Labyrinth. Nel tempo tanti amici, certamente più competenti di me nella vastissima materia, che mi hanno pian piano avviato all’amore di un uomo che ha saputo fare della sperimentazione e dell’anticonformismo la propria ragion d’essere, soprattutto in maniera mai gratuita e sempre accompagnata da un profondo senso del gusto, dell’estetica, della raffinatezza. Tra i mille cangianti volti di Bowie non saprei davvero dire quale sia quello che abbia amato di più, ma ho ben chiaro un ricordo legato ad una canzone in particolare che mi colpì profondamente. Anno 1999, usciva Hours, non certo il miglior disco della sua carriera, ma lanciato sicuramente da una delle sue più belle canzoni degli anni 90: Thursday’s child. Un pezzo che mi ha sempre commosso, accompagnato da un videoclip altrettanto bello e intenso. È ormai un Bowie maturo quello che ci si ritrova a osservare, già oltre la soglia dei 50 anni, ancora splendidamente magnetico e intento a sua volta a contemplare la propria immagine allo specchio. Ed era soprattutto il modo in cui quell’uomo contemplava se stesso che mi colpiva. Con quel misto di dolcezza, inquietudine, riflessività, curiosità e chissà cos’altro, lo si vedeva osservarsi sembrando dirsi mille cose senza dire una parola, ma senza rimproverarsi nulla, anzi come a stringere se stesso in un abbraccio di conforto. Il ritratto di un uomo che ha già vissuto ogni esperienza (Per tutta la vita ho tentato insistentemente di fare del mio meglio con ciò che avevo ma non è successo granché lo stesso), che ha attraversato mille gioie e altrettanti dolori, ma che dopotutto ha trovato la gioia nella felicità di un abbraccio (Il vecchio sole fortunato è nel mio cielo Niente mi aveva preparato al tuo sorriso che rischiara l’oscurità della mia anima È l’innocenza nel tuo abbraccio).
Forse scoprii la vera essenza di quel Bowie che ho più amato a cominciare da qui. Essenza che da quel momento non mi ha mai più abbandonato.

Alice Ferrara

Pochi giorni fa, pur avendo intravisto frame di “Lazarus” non sono riuscita a vedere per intero il video, la canzone si, quella l’avevo ascoltata e l’avevo trovata oscura e intensa, ormai, a detta di tutti il suo testamento. Guardando semplicemente una sua foto promozionale di Blackstar mi ha colpito una risata beffarda e il viso di un uomo tirato, la mia resistenza non voleva ancora vedere “Lazarus”, troppo crudo.
Ok, nessun mistero, probabilmente ci ha voluto preparare alla sua ultima e definitiva trasformazione. Ora che decido di vederlo era chiaro: un uomo malato in punto di morte si eleva dal letto in cui è costretto aprendo le braccia al cielo, il suo doppio, in versione clown triste, dopo aver ballato una danza macabra e scritto nervosamente alla scrivania esce definitivamente di scena tornando dall’armadio da cui era uscito. Vedendo ciò mi riesce impossibile pensare a un suo simile in ambito musicale anche perché il teatro, l’arte e l’estetica sono stati parti integranti del suo personaggio attraverso il look, il trucco e la gestualità. Non scordiamo che tra i vari ruoli nel cinema ha anche interpretato alla perfezione il ruolo di Andy Warhol nel film Basquiat del 1996. Lo vediamo scorrere nel nostro immaginario in tutti i suoi alter ego e nel complesso emerge che la figura di David Bowie sia assimilabile in tutto e per tutto a un’opera d’arte vivente.
Ritornando al video “Lazarus” David Bowie ci ha spiazzato fino all’ultimo ricordandoci l’umanità di cui era fatto ma anche l’eternità del suo spirito nel suo doppio che, entrando e uscendo dall’armadio, può ‘essere’ ancora in un’altra dimensione.
Questa parte mi ricorda per un attimo “Two Comedians”, l’ultimo quadro dipinto dal pittore americano Edward Hopper, forse il più grande paesaggista americano e Bowie, allo stesso modo, ha voluto congedarsi regalando l’ultimo spettacolo di sé al suo pubblico.
Ci si chiede se possa morire un’opera d’arte. No, non può.

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Un pensiero su “Marte chiama Major Tom! Can you hear us?

  1. Senza parlare di mia madre che ogni giorno della sua vita desidera ascoltare “Space Oddity”!
    Ciao David, ti ricorderemo con i tuoi capolavori.

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