Il ponte delle spie – Steven Spielberg (2015)

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L’ultimo film di Spielberg pone un immediato confronto con American sniper di Eastwood, a proposito di americanismo e di leadership come “moral guidance”. Che Il ponte delle spie sia un film che prosegue felicemente il percorso tracciato dal cinema classico americano non credo sia oggetto di discussione. Così come il fatto che pur basandosi su eventi reali (ribaditi all’inizio e alla fine del film), la mano Spielberghiana trasforma il materiale documentaristico in favola dalla forte connotazione morale. A differenza di Munich dove il realismo e la violenza raggelavano la narrazione regalando una visione umanistica che prendeva le distanze sia dagli ebrei che dai palestinesi, ne Il ponte delle spie si avverte una deformazione caricaturale di alcuni personaggi con una certa tendenza allo sbilanciamento soprattutto nell’ enfatizzare il modo dei russi di trattare le spie americane (con l’aggravante del solito doppiaggio sovietowski). Però tolte un po’ di bandiere e di retorica propagandistica, siamo davvero lontani dalla messa in scena unilaterale del cecchino di American sniper, il cui punto di vista monolitico non lasciava molto spazio alle ragioni del nemico. Che poi quello di Eastwood rimanga un discreto film di guerra nonostante questo macroscopico grandangolo penso possa anche essere condiviso, ma il problema che pongo è la questione morale (lo so in questi tempi non si dovrebbe fare ma rischio il linciaggio mediatico…). In American sniper il fine giustifica i mezzi. Punto. I terroristi iracheni sono degli assassini quindi non mi pongo il dilemma etico di difenderli o di risparmiare loro una morte sotto i colpi di un cecchino infallibile che diventa al ritorno in patria eroe pluri-medagliato. Ne Il ponte delle spie il fine NON giustifica il mezzo. Siamo proprio da una parte diametralmente opposta.
Spielberg sembra prendere le distanze da ogni giudizio sommario, da ogni pregiudizio verso il cosiddetto “diverso” e cerca di ristabilire il dominio dell’umanità al di sopra delle bandiere e dei muri divisori. Facendo ricorso ad una dote che Eastwood aveva ai tempi di Million Dollar Baby e di Gran Torino (e poi ha un po’ perduto col tempo) ovvero l’autoironia. Asciugata dal sangue della violenza e stemperata dalla penna sagace dei fratelli Cohen che inseriscono note grottesche e surreali (la falsa famiglia di Lipsia, i duetti sardonici tra avvocato e cliente), la messa in scena di Spielberg è conseguenziale a questa mescolanza di classico e moderno: da un lato gli inseguimenti hitchcockiani, gli incidenti aerei, la tensione sul ponte di Glienicke, dall’altro una luce abbagliante che inonda le scene ricoprendole di una parvenza onirica, il frequente ricorso allo specchio come conferma-parvenza della propria identità (l’incipit richiama il triple self portrait di Norman Rockwell), la Berlino Est di fine anni 50 fotografata come un campo di concentramento sul modello di Schindler’s List (le location sono polacche). Aiutato da un Tom Hanks appesantito ma molto efficace (siamo sui livelli interpretativi di inizio anni 90, l’epoca gloriosa di Forrest Gump e di Philadelphia), Spielberg dimostra il suo teorema sull’integrità inchiodando l’America kennediana di fronte alla propria ipocrisia: da un lato lo sbandieramento degli ideali di libertà e di tolleranza sul modello democratico, dall’altro il reflusso reazionario che porta alla condanna senza giusto processo, al Maccarthismo, alla pena di morte, all’eccesso di difesa personale, alla circolazione capillare di armi da fuoco. Un paese violento che non esita ad attentare la vita di un avvocato che ha la sola colpa di difendere una spia sovietica. Sembra il presagio di una America schizofrenica che con la mano sopra il cuore darà la morte a Malcom X, a John e Bob Kennedy, a Martin Luther King. Tutta la prima parte del film, la più riuscita, vive di questo duetto tra l’avvocato americano James Donovan (Tom Hanks) e la spia russa Rudolf Abel (Mark Rylance gigantesco attore teatrale già protagonista di Intimacy di Chereau): dopo le prime reciproche diffidenze esaltate da felici scambi di battute, Spielberg mostra il progressivo isolamento dell’avvocato in questa lotta di civiltà, in cui le armi della diplomazia potrebbero sostituire gli atti di vendetta sommaria. Non fare agli altri quello che non vorresti venisse fatto a te. E se spie americane venissero catturate dai russi che trattamento riceverebbero? Mentre tutta l’opinione pubblica vuole la testa di Rudolf Abel e giudica l’avvocato Donovan un traditore della patria, Spielberg ribadisce il concetto che l’integrità morale non può essere a senso unico, unilaterale. La Storia darà ragione a Donovan quando un aereo spia U2 precipiterà in territorio russo e il pilota verrà catturato: lo scambio degli ostaggi può essere possibile grazie alla lungimiranza dell’avvocato. La seconda parte, un po’ sfilacciata, è ambientata nella Berlino di fine anni 50, ancora non divisa da un muro ma con macroscopiche differenze tra la parte Est e la parte Ovest. La ricostruzione degli ambienti è davvero certosina con una particolare attenzione all’oggettistica del periodo: le macchine da scrivere, le biciclette, il vestiario, gli interni dell’ambasciata, gli orologi. Si entra nella classica storia di spionaggio con giochi, doppi giochi e false identità abbastanza prevedibili. Ma l’astuzia di Spielberg sta nel portare a termine il suo discorso con molta coerenza, ribadendo proprio nella potente scena dello scambio delle spie sul ponte, il primato della civiltà e la coscienza che i fili spinati e i muri divisori non appartengono a un singolo paese ma alle menti degli esseri umani. Sarà poco realistico, ma proprio attraverso una deformazione favolistica, questo cinema cerca ancora di parlare a tutti senza pregiudizi.

Fabio Fulfaro

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