The Revenant – Alejandro Gonzàlez Iñàrritu (2015)

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The Revenant: la Trilogia della Morte e il ritorno alla Vita

I film di Alejandro Gonzàlez Iñàrritu regalano spesso la sensazione, scivolosa, prossima al camminare con scarpe eleganti sul pavimento di un mattatoio: mosche, sangue rappreso, putrefazione della carne vengono attraversati da momenti di alto lirismo ed eleganza formale. In questa terra di confine si colloca Revenant, l’ultimo lavoro del regista messicano, reduce da 12 candidature ai Premi Oscar 2016 e pluripremiato ai Golden Globe come miglior regia, miglior film drammatico e miglior attore in un film drammatico.
La fotografia di Emmanuel Lubezki cristallizza i cieli tersi della frontiera dell’estremo Occidente in un quadro concavo che accoglie ampie soggettive lungo impervie pareti rocciose, vertiginose riprese dal basso della grande foresta boreale e uno sconfinato Missouri investito dalle luci del tramonto.
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Nel racconto vivido e fotografico, seppur estremamente dettagliato, non c’è mai nessun compiacimento documentaristico, grazie, soprattutto, alle poetiche intuizioni che si rincorrono, qua e là, sullo schermo: strettissimi primi piani delle nervature degli animali, i bulbi oculari dei cavalli, severi e silenziosi (che rimandano alla tragedia negli occhi del toro di almodovariana memoria), i cervi che attraversano il fiume, la furia dei bisonti all’interno della quale un branco di lupi si accaparra la propria razione di sopravvivenza quotidiana, sono la testimonianza muta ed eloquente di un linguaggio che non conosce lemmi. La natura.
La monocromia dei paesaggi subartici si riflette inevitabilmente sulla sceneggiatura, scarnificata all’osso (non c’è più Guillermo Arriaga, storico collaboratore che aveva contribuito alla grandezza della Trilogia della Morte) e la storia stessa, ispirata dal libro di Michael Punke, in cui si intrecciano le vite di cacciatori di pelli al soldo del governo francese, resta nebulosa e piena di personaggi lasciati a se stessi. Al vuoto verbale si contrappone, però, una grandissima coerenza narrativa nella ricostruzione del lento e doloroso processo di rinascita del protagonista. Qui, la grande prova attoriale di Leonardo Di Caprio: estremo (quasi quanto nel brillante e metropolitano Gatsby di Baz Luhrmann) e potentemente reale nel dolore e nella sofferenza di un uomo, il trapper Hugh Glass, sopraffatto dalla cieca crudeltà della natura. La natura schiaccia, offende e maltratta nelle morse di un grizzly inferocito, ma, allo stesso tempo, restituisce protezione e linfa vitale facendosi scrigno nella carcassa di un cavallo che accoglie il protagonista e lo prepara a una rinascita fisica e spirituale.
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Essenziale ed elegante la colonna sonora, firmata da Ryuichi Sakamoto, che accompagna spettacolari movimenti di macchina in un continuo, palpitante, sussulto.
Molti considerano già Revenant come il lavoro che varrà il tanto atteso Oscar a Di Caprio, ma la questione è decisamente più seria. Iñàrritu chiude un cerchio e avvia un nuovo ciclo narrativo e stilistico della propria poetica, già intrapreso con Birdman.
Ciò che rimane sono gli echi del lontano Amores Perros e di quel “Dio ride quando ci vede fare progetti” che sembra risolversi nel definitivo “La vendetta è nelle mani di Dio”.

Giuseppina Borghese

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