Intervista non convenzionale ai FAST ANIMALS AND SLOW KIDS: dalla teologia ai piantini, fragilità e trascendenza emozionale

Fast Animals and Slow Kids (1)

Dopo oltre ottanta date e numerosi sold out nei più importati live club italiani e la partecipazione a festival prestigiosi come lo Sziget di Budapest e Rock in Roma, i Fast Animals and Slow Kids si sono rimessi in viaggio per salutare e ringraziare i loro fan e per suggellare un anno musicalmente intenso come quello appena trascorso. Li ha incontrati, in occasione della data romana di questo “Grand final Tour” alaskano al Monk Club lo scorso 23 gennaio, un’insolita coppia di intervistatori formata da Azzurra Sottosanti ed Enrico Strina, batterista dei Differènce e dottorando in sociologia dei conflitti.

Ne è emersa  una chiacchierata filosofica sull’importanza dei sentimenti e della spiritualità, la fenomenologia dell’ascolto e la trascendenza dei concetti. Leggere per credere.

ENRICO: Parliamo subito di “Alaska”, il vostro ultimo lavoro. Nell’album ricorre più volte la parola “paura”. È paura del passato, del presente o del futuro?

AIMONE:
Penso che sia una paura che comprende tutto, passato, presente e futuro. Anche se forse è un po’ più una paura del futuro, perché si avvicina a quella che è la proiezione di se stessi in avanti. Noi poi siamo dei musicisti e tecnicamente il nostro stesso lavoro, la nostra stessa essenza, è sul bordo di un burrone, siamo forse l’entità più fragile che esista a livello sociale, quindi probabilmente sì, è più paura del futuro. Anche se “Alaska” è un disco che va cosi nello specifico che le tempistiche si mescolano, per cui magari ci sono delle parti in cui si parla di una paura ancestrale rispetto a se stessi, altre invece in cui c’è una paura delle scelte nel presente e delle aspettative nel futuro. È tutto un po’ mischiato.
ALESSIO: Che poi in realtà dici spesso che non ne hai di paura nel disco…
AIMONE: In realtà è un’esortazione quel “Non avrò mai più paura”.
ALESSIO: Un autoconvincimento?
AIMONE: Un autoconvincimento, esatto. Evidentemente non avevi capito un cazzo del testo, son contento di questo, visto che sei il batterista!

ENRICO: Affrontate spesso i temi dell’amore e dell’amicizia, parlandone in modo disincantato o comunque dal punto di vista di chi ha subito qualche bella delusione. È più difficile l’amore o l’amicizia?

AIMONE: Nella maggior parte dei testi amore e amicizia sono la stessa cosa.
AZZURRA: Nel senso che sono intercambiabili?
AIMONE: In parte si, lo sono. Molto spesso, per come la vedo io, una storia d’amore è anche un’amicizia super forte, non è che ci sia tanta distinzione tra le due cose: è raro che, almeno per quanto mi riguarda, mi innamori veramente di una persona che non ritengo avere anche delle caratteristiche da amica o comunque in qualche modo da confidente, e la stessa amicizia a volte è forte tanto quanto un amore. Quindi secondo me le due parole sono intercambiabili. E questo mi piace, perché alla fine l’ascoltatore può interagire con la canzone, può entrarci dentro in entrambi i casi. Mi piace pensare di poter lasciare spazio a chi ascolta, anche perché la canzone è sempre più di chi la ascolta che di chi la scrive.

ENRICO: Anch’io suono e anche se scrivo pochi testi non riuscirei mai a citare Dio. Voi invece lo fate. Che rapporto avete con la religione o con l’idea di trascendente?

AIMONE: Per quanto mi riguarda non ho alcun rapporto con la religione intesa come dogmatismo, tutto ciò che ha a che fare con dei rituali all’interno della religione non mi tocca. Ciò che mi tocca magari è un discorso più di morale o di moralità. Ecco, il concetto di trascendente quello sì, una trascendenza però che può essere assolutamente lontana dalla trascendenza religiosa, una trascendenza emozionale rispetto ad un concetto, per esempio, una trascendenza legata alle emozioni che provo. Per questo motivo cito Dio, come qualcosa di esterno a me, che non comprendo, che non capisco fino in fondo.
ENRICO: Sembra una lezione di Durkheim…
(Risate)
AIMONE: Voi invece regà? Questa domanda interessa pure a me.
ALESSANDRO: La religione no, non mi piace. Non mi riconosco in niente di simile. Chiese, dogmi, cose del genere sono robe che dovrebbero essere superate nel 2016.
ALESSIO: Considerato poi che noi abbiamo detto direttamente in una canzone che Dio non esiste…
ALESSANDRO: Però, ecco, è giusto che ognuno abbia una sua spiritualità personale, se uno vuole trovare un modo per stare vicino a quello che crede essere Dio ben venga, basta che non sia una roba imposta mille anni fa, per quanto mi riguarda.
AIMONE: Di sicuro tutti hanno una propria spiritualità, qualcosa che, appunto, li fa trascendere, che è inspiegabile e a cui uno un po’ si aggrappa, perché l’idea dell’infinito è sempre mega forte.
ALESSIO: È quasi rassicurante a volte.
AIMONE: Ok, però per me non è sicuramente a uno che vive nel cielo.

ENRICO: Vorrei evitare di parlare di “Coperta”, perché vi avranno fatto un sacco di domande su questa canzone, che, a mio parere, è una canzone molto bella…Vado sul personale invece.

AZZURRA: Voleva evitare, ma non c’è riuscito…
AIMONE: Ti sei lasciato da poco, eh?
ENRICO: Esatto, diciamo così, una tragedia che non vi sto a spiegare.
AIMONE: Dopo ci diamo un abbraccio, amico.

ENRICO:
Perfetto, tu mi dici così e io volevo arrivare proprio lì. Quindi ecco, in quel brano hai descritto le bestemmie che ho tirato io per settimane?

AIMONE: Eh beh…
ENRICO: Perfetto, possiamo andare alla domanda dopo.
AIMONE:
Benissimo, benissimo!
(Risate)
AZZURRA: Vedo che ci intendiamo tutti perfettamente su quest’argomento.
AIMONE:
Quando si tratta di piantini siamo tutti uguali…

ENRICO: Trovo quest’album molto più maturo, ben scritto e meglio arrangiato rispetto a quelli precedenti tanto che, lo ammetto, vi avevo sempre sentito poco. Con questo però state nel mio lettore mp3 in heavy rotation. Ve ne siete accorti del salto di qualità o sono io che sono troppo esigente?

ALESSIO: Diciamo che è un disco più studiato rispetto ai precedenti.
ENRICO: Definisci “studiato”.
ALESSIO: “Studiato” nel senso che ogni canzone è nata in funzione del disco stesso: c’era un pezzo e noi pensavamo a cosa poteva stare meglio dopo quel pezzo in scaletta.
AIMONE: Che poi, anche se può apparire un po’ superato, noi siamo affezionati al concetto del disco “disco”, ossia del disco dove le canzoni sono tutte all’interno di una tematica che si svolge, come se fosse un disco descrittivo.
ALESSIO: A livello umorale le canzoni sono abbastanza collegate.
AIMONE: Esatto, la cosa figa di questo disco, secondo me, è che si è svolto, si è creato, è stato scritto e poi si è evoluto in un momento ben definito, poco più di qualche mese, un momento particolare in cui quel tipo di emozioni e quel tipo di sonorità colpivano tutti e quattro; per cui è venuta fuori quella roba là che racchiude tutto quanto e se vai ad ascoltare una canzone non ne cogli completamente il senso, perché il senso lo ritrovi all’interno del disco, che parte da una cupezza, da un oscuro umorale pesantissimo e pian piano va ad aprirsi verso una speranza finale. È un disco unito.
ALESSANDRO: Mi ricordo che proprio per questo è stato difficile anche scegliere il singolo, perché non sapevamo bene cosa estrapolare dal contesto.
JACOPO: Ci serviva una canzone che rappresentasse tutto il disco, però ogni canzone aveva una sua fase all’interno del disco.

ENRICO: Infatti quello che mi è piaciuto è che questo disco mantiene un livello di tensione che rimane sempre pari, pur guardando ogni concetto sotto diverse sfumature.

AIMONE: Sicuramente è un disco molto ispirato. In generale quasi tutti lo sono, però questo forse è stato più ispirato in un momento più stretto, quindi si è sviscerato di più quello che è un concetto di fondo, incluse incertezze e debolezze personali.
ENRICO: Forse il momento stretto lo ha compattato.
AIMONE: Eh già.
ALESSIO: Infatti quello che pensavo, tornando alla domanda se percepiamo o no un momento di crescita, è che, anche dal punto di vista qualitativo, noi non siamo una di quelle band che magari ha fatto subito il primo disco bello che poi è difficile replicare: noi non siamo mai stati molto soddisfatti del nostro primo disco, quindi non potevamo che migliorare. Poi dal secondo disco abbiamo incominciato a fare le cose da soli, quindi con “Alaska” ancora di più, abbiamo cercato di aggiungere qualche tassello.
JACOPO: Siamo in quella fase in cui ogni cosa nuova ci sembra meglio di quella vecchia.
ALESSIO: Speriamo non finisca mai.
AIMONE: La cosa positiva è che ci diamo del tempo adesso. Abbiamo capito che per far sì che ci piaccia tutto quanto dobbiamo aver tempo di riascoltarlo un po’ di volte e dire “Questa è una merda”. Abbiamo fatto così per gli ultimi due dischi, abbiamo preso più tempo del solito, ci siamo chiusi in una casa facendo tutto da soli. Però ecco, alla fine riesci a risentire tutto, perciò sei sicuramente più convinto. Non è una cosa one shot, ma vai là, ci stai del tempo e per quel mese quel disco è la tua vita, quindi sì, al momento siamo più soddisfatti. Forse non si tratta di essere più o meno maturi, ecco, secondo me è più un discorso di soddisfazione personale.

AZZURRA: Ho letto da qualche parte che qualcuno di voi sta particolarmente in fissa con i luoghi dell’ascolto di un disco.

AIMONE
: Eh sì, sono io…Secondo me è una cosa molto figa.

AZZURRA: Che collocazione spazio-temporale dareste ai vostri due ultimi dischi?

ALESSANDRO: Sicuramente inverno
AIMONE: Eh sì, inverno sicuro.
ALESSANDRO: “Hybris” è un disco abbastanza invernale. Tra l’altro quando abbiamo scritto le canzoni di quel disco era proprio inverno, mi ricordo che avevo il riff di “Un pasto al giorno” e vedevo la neve che cadeva davanti alla finestra di camera mia, quindi quella rimane senza dubbio una canzone invernale.
AIMONE: In realtà la cosa su cui mi intrippavo parecchio e che facevo spesso io era capire che sensazione mi dava un disco in base a dove l’ascoltavo. Per esempio, una volta stavo correndo vicino al Tevere a Perugia, c’era il tramonto e mi ricordo di aver pensato di “Alaska”: “Sì, mi piace”. Ho avuto una sensazione molto positiva, di soddisfazione. Questo all’inizio però, perché dopo invece viene il vomito del proprio disco, arriva un momento in cui ti odi fortissimo.
JACOPO: Nei primi tour principalmente, credo.

AZZURRA: A proposito di tour, queste sono le ultimissime date. Che farete poi? Qualche anticipazione rispetto al lavoro sul nuovo disco?

AIMONE: Faremo un nuovo disco, è vero. Abbiamo già dei riff, delle idee, perché noi facciamo sempre così, iniziamo subito a scrivere altre cose per non sentirci morenti. Però non sappiamo ancora come si evolverà, lo vediamo ancora un po’ distante. Sono cinque anni che suoniamo continuamente e vogliamo prenderci il tempo di staccare per un po’, cosa che magari è stupida rispetto ai tempi del marketing, il famoso “Batti il ferro finché è caldo”, però non ce ne frega un cazzo: vogliamo continuare su quella linea di soddisfazione che fino adesso ci ha premiati e ci ha aiutati ad andare avanti.

Intervista: Enrico Strina e Azzurra Sottosanti
Foto: Tamara Casula 

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