Nightcrawler – Dan Gilroy (2014)

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Cautamente censurate, talvolta solo riferite, le «decapitazioni» (vedasi “sgozzamento”) eseguite dallo Stato Islamico del Levante rappresentano l’orrore di riferimento contemporaneo, strettamente attuale. Cosa si può e cosa non si può mostrare sui media visivi? E come conviverci? L’indole reportagistica di Corrado Formigli gli ha suggerito, nella sua Piazza Pulita di un paio di anni fa, di inviare i suoi teleoperatori sulle imbarcazioni della Guardia Costiera, per riprendere (senza censura visibile) alcuni dei 700 nudi cadaveri naufragati nel Mediterraneo. Su cosa si fonda il senso del pudore di un popolo rispetto la violenza, e quali sono i suoi punti di rottura? Alla ricerca di un fondamento classico, si potrebbe citare Aristotele secondo il quale il sangue non andava mostrato pubblicamente. Tempo fa i soldati ucraini e pro-Kiev crocifiggevano e ardevano vivo un altro soldato, filorusso. Difficile mantenere tirato il freno aristotelico, quest’oggi, laddove la convulsione telematica bypassa senza reticenza minima il filtro etico-professionale dei giornalisti. Per gli spettatori, il rapporto con questa gratuità visiva è interamente supino, passivo, e la sua mediazione e interpretazione – probabilmente – legata a una progressiva assuefazione individuale e a un innalzamento del tasso di tolleranza (pensare alle risposte, sprezzanti per così dire, di alcuni elettori leghisti sul tema migrazioni), a un nutrimento del cinismo personale.
Tali ansie di certo non toccano il protagonista del Nightcrawler di Dan Gilroy (Lo Sciacallo, 2014. E cosa suggeriscono allo sceneggiatore californiano, alla sua prima prova registica?…). Jake Gyllenhaal è il giovane Louis Bloom, che per sbarcare il lunario nella Los Angeles d’oggi decide di strisciare (crawl) nottetempo, riprendere quanto di più cruento offra la cronaca nera, saziando così il sensazionalismo famelico delle emittenti televisive americane. Bastano una radio della polizia e una videocamera usata per andare a caccia di auto ribaltate nell’incidente, incendi, bossoli e cadaveri.
Gyllenhaal è senz’altro bravo, pur non essendo lo “sciacallo” tradotto dal titolo originale: Lou, che si è formato attraverso corsi online di economia aziendale, è piuttosto il prodotto di un’ambizione generata e alimentata dal web («.. passo tutto il giorno su internet») e dalle lusighe dei suoi banner pubblicitari; parla come il capo di un call center, forte di formule di autostima e successo retorico, attraverso le quali autopromuove il suo essere prodotto, «esperto professionista» e manager di una piccola azienda produttrice di videonotizie, e attraverso le quali propina al suo imberbe dipendente uno stage di sfruttamento. La sua abilità di apprendimento e il risoluto desiderio di crescita imprenditoriale lo portano rapidamente a captare le esigenze di scaletta e le voglie del principale notiziario acquirente, a migliorare la sua offerta tematica, ad aumentare il proprio potere contrattuale. Così poca pellicola è dedicata al profilo psicologico di Louis, eccetto le poche sequenze di solitudine domestica, e il suo ricorso al ricatto quale unico approccio per ottenere un rapporto sessuale con la donna.
Dietro la videocamera Louis ha lo stesso sguardo imperturbabile di Ricky (Wes Bentley), il giovane videomaker di American Beauty, benché il primo sia privo di quell’ambiguità tra voyeurismo e documentarismo intimo del secondo. Infatti Bloom (a differenza del Bloom dell’Ulisse di Joyce) non è un voyeur, né un cinico reporter; la realtà, macabra e verace, non lo incuriosce e non lo eccita, né lo scalfisce: tutto ciò che a lui preme è la bontà del prodotto, la sua vendibilità, il suo prezzo. E nemmeno tale atteggiamento indica assenza di scrupoli, quanto un’alienazione del protagonista rispetto la violenza del sensibile; un mero calcolo economico-carrieristico che, a tratti, sembra quasi voler giustificare le sue scelte e lo rende “genuino”. Ci si aspetta una progressiva degenerazione nei gesti di Louis, ma lui mantiene lo stesso immancabile distacco rispetto il mondo che sta riprendendo. E, giunto sul luogo di un triplice delitto, seguendo le macchie di sangue, neanche la visione della culla del bambino lo fa sussultare.
Il rapporto problematico tra potere mediatico e priorità morali dei suoi spettatori, l’inseguimento sregolato dello share-capitale, la fossilizzazione della deontologia giornalistica e la morbosità televisiva sono già stati oggetto di più acuta analisi in Network (Quinto potere, 1979). Il capolavoro di Sidney Lumet descrive le dinamiche imprenditorlali di una grossa rete televisiva americana e gli atteggiamenti spregiudicatamente arrivistici dei suoi dirigenti; l’associazione è suggerita a partire da Nightcrawler, ancor prima che dalla vicinanza tematica, dal personaggio di Nina-Rene Russo, direttrice del notiziario che acquista il materiale di Louis. Lei e il suo telegiornale, così come nel film di Lumet, appaiono meno impegnati nel raccontare il reale che a realizzare un proprio realismo sensazionalistico; una costruzione narrativa della cronaca nerissima della Città degli Angeli che sia quanto più appetibile in termini di audience. Costruzione che nella realtà televisiva italiana avviene talvolta attraverso la recita di un falso migrante/falso rom che, su richiesta del giornalista che lo intervista, si finge di volta in volta aspirante terrorista o ladro d’auto: è quanto realizzato dal giornalista Fulvio Benelli in una puntata della Quinta Colonna di Paolo Del Debbio, giusto un servizio atto ad alleviare la già difficoltosa convivenza plurietnica.
Ma nel film di Lumet la deriva mediatica è spinta ben oltre – e contestualizzata lungo considerazioni sociali più ampie -, verso ben altri eccessi distopici (la cronaca in diretta di un potenziale suicida, e poi una rubrica dedicata a lui e al suo tracollo psichico). Allo stesso modo, anche la protagonista femminile di Network, una rampante e nevrotica Faye Dunaway, è ritratta con grande lucidità e mette in secondo piano la caratterizzazione più approssimativa della collega ispirata in Nightcrawler. La raffigurazione dei notiziari americani che ne risulta è, in ambedue i lungometraggi, comunque impietosa (irritante, nel film di Gilroy, la simulazione di sgomento da parte dei due presentatori del notiziario, che commentano le riprese esclusive di Louis dentro la “horror house”).
La pellicola più recente tratta il delicato rapporto tra società e immagine in maniera decisamente acritica; tutta l’etica, commerciale-patologica, che regola l’offerta delle immagini dei giornalisti televisivi di Nightcrawler, è esplicitata soltanto nelle poche scene che si svolgono in sala montaggio, nello studio televisivo. Le ansie di cui sopra, destinate a evolversi in epilessia morale nei decenni a venire, restano irrisolte.

Livio Cavaleri

 

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