L’artigiano perde tempo: intervista a Simona Norato

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Materia artigianale, di un fabbro dell’ovest che trova il suo posto all’interno di un presepio sacro e profano di stelle. Madre di una creatura che si fa chiamare La fine del mondo. Un rituale, la bellezza di un viaggio. Simona dice che bisogna avere il coraggio di ascoltare il proprio corpo. Piantare un seme dentro di noi, con cura, farlo crescere fino a farlo sbocciare. Questione di cuore, se così si può dire. Trarre energia da quella Sorgente Prima, renderla manifesta in noi per alimentar-ci. Sapersi chiedere sempre: ciao Mezza Mela, oggi come stai? Guardarsi come un sequel molto atteso, indagarsi, sentire i respiri anche dai posti più remoti. Adesso lascio parlare Simona. Quello che leggerete è il germoglio di un carteggio virtuale tra me e lei.

Direi che i tuoi concerti hanno riscosso un grande successo: ho visto il pubblico lasciarsi andare ad applausi prolungati, richiedere il bis dei brani e numerosissime copie di La fine del mondo. Un pubblico insaziabile, estasiato dalla tua performance. Te lo aspettavi?

Dalla gente a cui si prospettava il mio esordio solista mi aspettavo una sonora delusione per la morte del mio passato. Però so bene che ogni pubblico è in grado di riconoscere la sincerità di un autore e reagisce a un tale sforzo con entusiasmo.
Non mi aspettavo tutto questo affetto dal pubblico ma mi aspettavo la tua carineria.
Queste domande sono colme di gigantografie che non merito ma che trasmettono un sostegno molto gradito.

“Trovo un discografico? Piuttosto torno scimmia!”. Una scelta valorosa la tua, quella di svincolarti dalla Siae e dai doppiogiochismi delle solite etichette abili nello snaturare la vera essenza della musica. Ricordo la tua allusione ai “pizzetti argentati” durante un’esibizione al Teatro Coppola, mesi fa. Sei ancora convinta di questa scelta?

Confermo e sottoscrivo. Dove devo firmare?
(Non ti racconterò gli scempi più recenti dei nostri maghi del collecting, sono sotto gli occhi di tutti. Adesso manca solo che si sveglino i Prolet della musica, per citare Orwell. Come diceva lo zio George – Ai Prolet basterebbe un attimo per liberarsi del Big Brother. Sarebbe facile come, per un elefante, alzarsi e scrollarsi di dosso le formiche -)

Com’è lavorare coi Dischi della Fionda?

I Dischi della Fionda non si vendono al mercato. La Fionda non è un’etichetta. Non ancora. Forse non lo vuole nemmeno diventare, non lo sa. La Fionda è un’idea, è la cellula di un modello alternativo di gestione dell’artista. È come un istinto crescente a mettere in discussione gran parte di quello che i discografici ci hanno propinato per fede, come un grande dogma; è un desiderio che si è sviluppato negli ultimi anni dentro la mia testa e dentro quella di Cesare Basile, un’idea latente nella psiche di molti musicisti liberi e di molti musicisti schiavi.
La Fionda è un laboratorio per artigiani di cui abbiamo solo affittato i locali; queste stanze aspettano le persone giuste, le menti in linea con un senso profondo di cura per l’autore di canzoni che va protetto come una specie rara e a rischio di estinzione.
Bella la pubblicità, bello avere un’immagine che resta scolpita in tutte le menti, bello diventare un dispenser iperattivo di canzonette. Bello. Ma in questo sgomitare per i numeri che non faremo mai, resta il tempo e la lucidità per capire se abbiamo davvero qualcosa da dire? O diventiamo ogni anno più simili ai padri che lavorano troppo per giocare coi figli? Siamo diventate madri distratte di canzoni esigenti per natura? Quando, in un pomeriggio di afa trascorso davanti al tornio, produce il vaso più bello della sua vita, l’artigiano conquista una moltitudine che lo ricorderà in eterno.
L’artigiano perde tempo, non ha fretta.
Questa è la ragione per cui la bellezza delle sue creazioni è balsamo per le ferite di altri uomini e non somiglia ai comodini di Ikea fabbricati dalle macchine, tutti uguali e rassicuranti.
Per le canzoni è lo stesso.
Questa è la ragione per cui La Fionda attende persone d’altri tempi e canzoni manufatte con pazienza.
Cerchiamo appassionati poco convinti dal sistema discografico Italiano e pronti a cambiare le regole del gioco.
Cerchiamo un’attitudine da WWF messa al servizio degli Orsi che scrivono canzoni solo per il gusto di abbracciare l’uomo carezzando la sua pace residua.

La fine del mondo è un’opera satura di turbolente emozioni, generata dal cuore di un artigiano, con la collaborazione di altri musicisti di spessore. Ti va di raccontarci qualche episodio che ti è rimasto impresso e magari ti ha segnato?

Mi ha colpito la dolcezza e la disponibilità incondizionata con cui Enrico Valenti, batterista dei Loveless Whizzkid, ha risposto alla ‘chiamata alle armi’ di Cesare.
Ci serviva un batterista che avesse una costituzionale verve punk e Basile aveva visto suonare lu Valenti qualche giorno prima.
Enrico mi ha poi confessato che a Cesare avrebbe comunque detto di sì, a prescindere, per stima e desiderio. Valenti di nnomu e di fattu lu picciottu.
Da quel momento ha presenziato tutte le fasi delle riprese, anche nei giorni in cui non doveva registrare. Siamo diventati molto amici.
Questi sono i frutti più maturi di un disco che non esisteva ancora.
Mi ha colpito il lato comico di Basile, lo avevo dimenticato; non lavoravamo insieme da quasi cinque anni.
Un giorno, mentre registravamo le voci di “Vertigine Blu”, Cesare incarna all’improvviso la parte del venditore e, senza lasciarci capire dove finisse lo sfottò e dove cominciasse la serietà delle sue affermazioni, ripete ad alta voce la frase del testo “Torneranno i calci in culo” e con la faccia da Archimede Pitagorico esclama a ripetizione – Basta, dobbiamo fare magliette -.
Mi ha colpito il grado di aiuto che ho ricevuto da Giuseppe Rizzo, co-produttore del mio disco e musicista straordinario, adorabile nerd d’annata.
Mi ha dato i suoi soldi nonostante stesse per diventare padre. Mi ha detto – A me basta comprare una maglietta e un paio di jeans l’anno. Questo disco deve esistere -.
E, infine, mi ha colpito la stima di Marco Salanitri, incondizionata e caduta dal cielo come la manna. Mi sono accorta ad un certo punto che qualcuno scriveva di me su un paio di webzine, succedeva spesso. Era Marco. Lo contatto per ringraziarlo, ancora non lo conosco. Il disco è in cantiere, i brani ancora sconosciuti e la mia nuova natura è in una scatola chiusa.
Marco se ne frega e mi invita a fare un concerto nel magnifico cortile CGIL, nel centro di Catania; un mosaico di emozioni fortissime e partecipate ‘al buio della proposta’ da un pubblico splendido. Il suo sostegno mi ha colpito così tanto che abbiamo cominciato a risuonare come i corpi fatti della stessa materia.
Ad oggi Marco si occupa del mio management e dei miei concerti: per farlo ha creato L’Eretico Booking e si occupa di altri esseri suonanti come me.
In buona sostanza, questo disco è stato il mezzo di una magia purissima: l’incontro fra anime gemelle che non hanno il benché minimo senso degli affari.

Nel tuo iter artistico, dagli inizi ad oggi, hai subito un’interessante metamorfosi, qual è la consapevolezza da te acquistata?

La mia consapevolezza di oggi è rappresentata dal modo in cui adesso guardo alla canzone stessa, dal valore terapeutico personale e sociale che le riconosco, dal rispetto che ogni scrittura mal riuscita e ogni grande capolavoro merita, dalla pazienza che serve per lasciarla decantare in una botte in cantina, la libertà che essa ti concede se ti sforzi continuamente di mostrare la tua parte più vera, il potere che acquisisci se la scrivi bene.
Credo che la metamorfosi a cui ti riferisci sia proporzionale alla lunghezza della strada che ho percorso consumando le ruote del pianoforte, alla santa curiosità per i lavori degli altri autori e alla testarda ricerca del ‘mio modo’: queste attività non si sono mai interrotte, nemmeno per le feste comandate, nemmeno in piena crisi mistica da scioglimento della decorata band.
È questo il segreto.
Scrivere solo quando è il momento di pubblicare mi sembra un sacrilegio per la crescita. Anche il solo fatto che arrivi il momento di ‘dover pubblicare’ puzza come un petrolchimico.
Io provo sempre a non trascurare lo strumento.. penso a lui come a un Jack Russel di tre mesi che se non gioca si offende e comincia a pisciare sul punto esatto del divano in cui di solito ti stendi per guardare il palinsesto notturno e raffinato di Rai Movie.

Sondando un po’ il terreno ho riscontrato che gli ascoltatori sono rimasti incantati da tutto il disco, anche nella sua componente fisica. Un ragazzo mi ha detto che la cover gli ricordava Andy Warhol. A proposito di questo, colgo l’occasione per discutere con te del concept dell’album esplicitato sulla copertina: la rinascita che parte dal sonno, dalla fine “che precede il principio”, come tu stessa hai dichiarato.

Non mi stanco mai di ricordare che “I dormienti” fotografati per la cover del mio disco sono del Palermitano Daniele Franzella, uno dei pezzi da novanta che vantiamo in Sicilia per la scultura.
Le sculture di Daniele erano pezzi singoli, a sé stanti. Io ho voluto raggrupparli in un nucleo familiare. Ho l’abitudine di riportare e rapportare molto del mio immaginario sociale sulla famiglia, la penso come la rappresentazione migliore, in microscopia, della struttura societaria.
Il mio disco nasconde fra le righe il racconto dei modi attraverso cui sono riuscita a staccarmi dal pensiero genitoriale/governativo e ad affermare il mio. In fondo, il primo potere costituito da cui rischiamo di essere schiacciati è quello: mami e papi, uniti o disgiunti nel comando.
I diktat dei parenti/governanti rischiano a volte di peggiorare il nostro tenore di vita, il nostro benessere. Nel mio disco ci sono tutti i modi migliori a cui sono ricorsa negli anni per restare lucida e conquistare la mia libertà di pensiero, fondare la mia famiglia: preservare il fanciullino, godersi la bellezza del viaggio, bandire ogni forma di conflitto lodando però l’opposizione, far sopravvivere l’amore oltre la fine della coppia, togliersi la maschera, ballare ancora gli anni ottanta.

Oltre che quella da artista, Simona Norato ha anche un’anima da medico. Sappiamo che hai preferito staccarti dalla medicina occidentale per abbracciare totalmente quella cinese; altra scelta degna di ammirazione. Il tuo è un po’ un approccio da medico cinese del suono, un suono che diventa un Uno con la tua persona, no?

Grazie per questa domanda. Mi piace non parlare di musica. Occuparsi solo di musica è osceno.
Ho scoperto la Medicina cinese proprio quando la sanità occidentale che avevo osservato per anni da ogni prospettiva, mi dava i brividi per i suoi limiti e le logiche economiche. La medicina tradizionale cinese, olistica e taoista, parte da un assunto di base che in occidente, per molti motivi, non viene approfondito: ogni disturbo ha una componete psichica.
Tutti i dolori e tutte le malattie dipendono, nella genesi o nella prognosi, dal nostro psichismo, antico e recente.
Se gli uomini imparassero a guardare in quest’ottica i loro acciacchi, trovando una corrispondenza puntualissima tra un periodo umanamente complicato e l’insorgenza di una camurria fisica, raramente avrebbero bisogno del medico, men che meno dei farmaci.
In questo punto la Musica e l’Agopuntura si incontrano e coincidono: entrambe riconoscono che per giungere alla cura si debba abbracciare la consapevolezza.
Il male di questo secolo non è il cancro, è l’inconsapevolezza.
La gente continua a ripetersi che va tutto bene mentre ingoia costosissimi palliativi e si chiede perché lo sport e la dieta vegana non hanno funzionato.
La risposta è esistenziale, per chi ha il coraggio di ascoltarla.
Il corpo dice tutto, ma chi ha il coraggio di ascoltarlo? Eppure il linguaggio del corpo è facile anche per un bambino, anche per chi non ha studiato mai, anche per un cieco.
Caspita, ho appena citato tre categorie di illuminati! Non vale..
L’Auto Guarigione è bandita da chi vende veleni. L’Alleanza che andrebbe sempre instaurata col paziente è stata dimenticata dai medici ad alto ritmo e alto tenore di vita.
Jannacci per esempio visitava solo tre pazienti in un pomeriggio, diceva che doveva ascoltarli per bene. Questo è molto cinese. Questo incarna pienamente persino il senso vero della musica.
La canzone del mio disco che più delle altre ha assorbito la medicina cinese è “Esci e divertiti”. Gli spiriti con cui danzo in casa, nell’inciso, sono la rappresentazione dei Sette Sentimenti cinesi; noi, come si legge nei classici, siamo dei ricevitori simili a un’antenna, e li captiamo di continuo. L’arte sta nell’incarnare tutti i sentimenti e farli danzare in equilibrio, senza eccessi né repressioni.
Dovremmo usare i picchi del nostro carattere come si farebbe in uno psicodramma: osservare noi stessi da un metro di distanza, come farebbe un guardone, un testimone esterno.
I cinesi sono maestri del simbolismo che plasma la mente e la guarisce.

Una scelta, questa, che va in ridondanza con quello che è il rapporto empatico che instauri con i tuoi collaboratori e con i tuoi musicisti. Un modo di lavorare e condividere emozioni che sicuramente differenzia qualitativamente un artista da un altro, non trovi?

Questa è una di quelle cose ineffabili, sembra impossibile parlare di una cosa così nascosta nelle sfumature di un rapporto. È una di quelle cose che si coniugano e si comprendono solo nel momento in cui le costruisci e le vivi.
Il fatto che tu te ne sia accorta mi sussurra che magari ho scelto bene i musicisti con cui collaboro.
In linea generale diremo, senza allontanarci troppo dalla verità che, una buona metà delle (ormai numerose) anime con cui ho collaborato mi detesta. L’altra metà ha condiviso con me una grande storia d’amore; mi succede, come nella fisiologia presunta dei rapporti umani, perché divento tremenda con i tremendi e un agnello con gli onesti.

Uno dei tanti aspetti preziosi della tua musica è l’amore che hai per il trash e per quello che tu definisci “suono ignorante”, come possiamo intuire in “Negli anni 80”. Ti va di approfondire questo concetto?

Sì che mi va. L’ignoranza è un’aspirazione per tutti quelli che hanno studiato troppo.
E non mi dire che tu, per ridere con gusto, vai a vedere Woody Allen (?!).
Per ridere davvero ci vuole una raffica di pubblicità famose della tv doppiate in Catanese.
Gli intellettuali drastici che si divertono per finta mi fanno spuntare un rush cutaneo.
Nella musica indipendente succede. Orrore.
Chi non prova un friccicorio a sentire un enorme kick in quattro quarti con un rullante alto idealmente quanto un fusto di birra, scagli la prima pietra.
Iotatola in questo docet: sanissima dose di ignoranza musicale e show. Prima di essere capita, rispettata e addirittura riverita dai colleghi, Iotatola è stata demolita per la sua attitudine ignorante.

“Vuoi mettere la bellezza del viaggio, capire il trucco del gioco e poi dimenticarlo. Salire in cima al K2 e non vedere niente…” .  Mi commuovo sempre ascoltando queste parole colme di profonda vertigine blu. Mi sembra di capire che sia un motivo fondamentale per te, cosa rappresenta esattamente?

È il mio personale stato di Nirvana. Somiglia all’estasi che raggiungono i monaci in overdose di orazioni. Ad un certo punto comprendi qualcosa di importante e cadi stupefatto, resti lì a godere il nuovo mondo.
In questo testo ho scoperto l’importanza dei percorsi, ho cominciato a detrarre valore al famigerato punto d’arrivo, ho vinto all’inizio dell’esperienza solo per il fatto di averle dato inizio, e non più alla fine.

Ultimamente sei stata impegnata in un ricco tour in tutta Italia, con Cesare Basile specialmente. Come è andata?

Da Marzo 2015, dopo l’uscita del disco, ho fatto sessanta date in tutto.
La maggior parte dei concerti sono quelli con la strana coppia, Basile e Ferrarotto.
Ah! Se quella macchina potesse parlare! Non è più una Citroën, è un pomeriggio tra adolescenti molto espansivi.. diciamo così. E poi ogni tanto facciamo il gioco in cui loro incarnano Sandra e Raimondo, litigano per finta, io stento a crederci e muoio dal ridere.
Poi ci sono i miei due boyz del Corazón, Giuseppe e Francesco (Rizzo e Incandela). Loro sono più cucciolotti e quindi li ho portati da mamma Rita Lilith Oberti che a Piacenza ci ha fatto i Pisarei coi Fasoi e ci ha rimboccato le coperte dopo aver pregato Satana tutti insieme. Scherzo. Ma fino a Satana è tutto vero.
E poi l’indimenticabile giro con I Caminanti al completo.. Luca Recchia con le sue imitazioni e l’umorismo milanese che mi fa sballare, Ponticello che sembra un Charlie Brown gigante in preda a lunghe pause riflessive, Rita con i boa di piume e le parrucche, Gabrielli a cui ho rubato una cravatta in camerino (ma lui non lo sa), Rodrigo che mi parla con gli occhi e i sorrisoni, mi sembra di conoscerlo da sempre; Manuel che canticchia sottovoce ritornelli degli anni sessanta mentre tutti dormono (e io faccio finta).
Tanta bellezza e tanti musicisti più bravi di me. Eternamente grata al cielo per questo.

Ti vedremo prossimamente in altra date?

Suonerò nei mesi con la Emme. A Marzo con Basile e a Maggio con i miei.
Le date sono ancora in fase di definizione e verranno pubblicate nelle prossime settimane da Modernista (per Cesare Basile) e da L’Eretico, per me.
Io intanto ho ricominciato a scrivere.
Grazie Mela.

Emanuela La Mela

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