The Hateful Eight – Quentin Tarantino (2015)

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LA MORTE DI UNA NAZIONE

È un po’ paradossale che più Quentin Tarantino tenti di alzare il tiro più la critica reagisca in direzione contraria demolendo le sue opere per una questione di stile. Dopo il successo planetario di Le Iene e Pulp Fiction, la sorpresa Jackie Brown raggelò un po’ gli animi: ma come, Tarantino si mette a fare un film teorico? Senza sangue o smembramenti di carne, senza i balli scatenati di John Travolta e Uma Thurman? Con The Hateful Eight si riprova l’esperimento filosofico caricando tutta la prima parte di dialoghi molto densi, con precisi riferimenti politici ma non si rinuncia alla deriva gore nella seconda parte.
Si parla di Guerra di Secessione, di battaglia di Baton Rouge, di cacciatori di taglie, di sessismo, di razzismo, di giustizialismo, di lettere di Abramo Lincoln, di invidia del pene (nero). Non si parla di massaggi ai piedi o di hamburger al formaggio, né di Ezechiele o di Marcellus Wallace tanto meno di chopper o crostate di mirtilli. Tarantino mette in discussione la nascita di una nazione, fondata sulle guerre civili e le intolleranze razziali. E lo fa con il metodo della simulazione, ovvero con un continuo mascheramento della verità tirato per le lunghe (“lento come una melassa”) per almeno un’ora e mezza. Ogni simbolo si traveste di significato: una caramella rossa per terra, il tempo di cottura di uno stufato, Astro del Ciel al piano (a commentare una fellatio), i cappelli appesi presenti nella locanda, la chitarra d’epoca (ahimè sfasciata veramente), un paio di racchette da sci, una scacchiera, la borraccia del caffè. È troppo, è esagerato, è ridondante? In realtà il rallentamento e l’attenzione al particolare sono funzionali a creare uno stato di tensione che esplode nei 45 minuti finali. Tutte le azioni degli otto (nove) protagonisti sono motivate da questo lungo prologo. Per quanto parlino o rilascino attestazioni scritte di identità (i documenti del boia inglese, quelli di Marquis Warren, quelli di John Ruth) non c’è un solo frammento di vero in questo caleidoscopio di maschere cangianti. Una caratteristica del postmoderno è l’incertezza ontologica. Per tutte le tre ore di film non sappiamo la vera identità di ciascun personaggio impegnato in una gigantesca messa in scena. È strano che sia sfuggita questa doppia valenza della finzione cinematografica che si rispecchia nelle bugie dei personaggi intrappolati nella locanda. Un rovesciamento dell’Angelo Sterminatore, in cui le persone non riuscivano a varcare la soglia e uscire da una stanza: qui le due carrozze non possono non entrare nel buco nero del gioco al massacro. Lo hanno fatto su campi e temi diversi Roman Polanski (Il coltello nell’acqua, Carnage, Venere in Pelliccia) e John Carpenter (Distretto 13, La Cosa) e ancora prima Hitchcock (Prigionieri dell’Oceano, Rope), perché Tarantino non dovrebbe ispirarsi a loro? Lo stesso meccanismo del “who dunnit” alla Agatha Christie ( “E poi non ne rimase nessuno…”) regge bene nei flashback e nei ralenti che sospendono l’azione congelandola nel freeze frame. Tutta la parte che descrive l’attività nell’Emporio di Minnie è presa direttamente da La Foresta Pietrificata (noir di Archie Mayo del 1936) e prepara lo spettatore al massacro finale, vero trionfo medioevale della morte e delle tenebre. Non c’è più un Cristo in croce come nello stupendo incipit o un deus ex machina che ti viene a salvare all’ultimo secondo: le musiche incalzanti di Ennio Morricone sottolineano l’ineluttabilità del destino e l’orrore della tragedia shakesperiana che si sta per compiere (il tema è ripreso da una partitura non utilizzata per La Cosa di John Carpenter). Fa un po’ sorridere quando si dice che in Hateful Eight si parla troppo e si è chiusi in una stanza per la maggior parte del tempo travolti dalla noia perché “non succede nulla”: vedersi fronteggiare Kurt Russell e Samuel Lee Jackson a colpi d’occhiate, osservare le smorfie di Jennifer Jason Leigh, ascoltare il monologo di Tim Roth sulla giustizia o registrare la reazione di Bruce Dern al racconto perverso (i particolari sono tipici di De Sade) del grande nemico nordista vale il prezzo del biglietto. E la dimensione teatrale esalta la bravura di ogni singolo attore, costretto in spazi piccoli ma magicamente ampliati nell’orizzontalità del 70 mm. Soffermandosi sulla questione estetica (la rappresentazione della violenza, il pulp, il trash, infine l’horror) si continua a ignorare l’etica dei contenuti, l’evidente matrice sociopolitica che investe le fondamenta costitutive dell’America, mettendo in discussione i principi della nascita di una nazione. D’accordo ci sono le solite tarantinate (il vomito a spruzzo, le teste disintegrate, le braccia mozzate) ma l’ipertrofizzazione grottesca è il primo momento per disinnescare veramente la violenza, privandola del suo contenuto emulativo. Parlando di guerra di secessione, Lincoln, sessismo, razzismo e pena di morte, Quentin Tarantino non si accoda mai al “politically correct” o alla retorica propagandistica, ma prova a imbastire un discorso serio nascosto dall’effige pirotecnica della postmodernità.
È dai tempi di Inglorious Bastards e di Django Unchained che dietro l’estetica alla Peckinpah, Tarantino rivela i guasti e le contraddizioni di una società americana che nasconde sotto la copertina patinata della democrazia e del liberismo, un cuore di tenebra di violenza reazionaria e di ingiustizia sociale. La locanda di Minnie è un microcosmo simbolico dove gli spazi stretti amplificano i razzismi, le intolleranze, le crudeltà, e dove non c’è un solo personaggio positivo che ispiri pietà o simpatia. Questa locanda infernale rappresenta la Morte della Storia e anche la Fine di una Nazione. E quella lettera, falsa di giorno, falsa di notte, è nell’epilogo imbrattata di troppo sangue innocente.

Fabio Fulfaro

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