Spotlight – Thomas McCarthy (2015)

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Due notti fa Spotlight di Tom McCarthy si è aggiudicato gli Oscar come miglior film e quello come migliore sceneggiatura originale (nonché quattro nomine: Mark Ruffalo e Rachel McAdams come attore e attrice non protagonisti, miglior regia e miglior montaggio (Tom McArdie); più tre candidature ai Golden Globes). Secondo quanto scritto da Matteo Bordone su Internazionale, all’indomani della celebrazione di Los Angeles, al Dolby Theatre viene raccontata «una faccia pulita, colta, adulta, generalmente molto più seriosa di Hollywood». L’accusa di «moralismo cronico» che il giornalismo lancia all’Academy non intacca comunque i meriti del “miglior film” di quest’anno, che si è conteso il maggior titolo con The Revenant, Room, Brooklyn, Bridge of Spies, The Martian, Mad Max: Fury Road e The Big Short; succedendo a quel lungo piano sequenza che è stato Birdman (4 Oscar), la stagione precedente. Per il secondo anno di fila Michael Keaton (mai premiato, solo una nomination) è “protagonista” di un Best Motion Picture. L’attore si presenta in tutt’altra posa, in Spotlight, quella del giornalista che dirige l’omonima redazione investigativa del Boston Globe, quotidiano del Massachusetts che nel 2001 riportò i casi di abusi sessuali da parte dei preti americani e l’insabbiamento della vicenda a opera delle più alte gerarchie di San Pietro. Keaton e gli altri giornalisti della squadra – Mark Ruffalo, Rachel Mc Adams, Brian d’Arcy James – assumono coralmente pose modeste e consone al ruolo interpretato, senza sussulti di maniera. Veri professionisti.

Centoventotto minuti di narrazione lineare, fermamente coinvolgente. Non servono picchi drammatici e colpi di scena che non siano quelli legati agli sviluppi dell’inchiesta. Per il resto il ritmo emotivo è condotto dalla bella e ponderata colonna sonora di Howard Shore, con le sue note passate al setaccio. Il risultato è lo spettatore che si appassiona interamente al lavoro del Globe, alle scelte redazionali e al flemmatico decisionismo del nuovo direttore responsabile (Liev Schreiber), che dispone di posticipare la pubblicazione dell’inchiesta – rischiando di perdere l’esclusiva – pur di completare il quadro con tutti i tasselli disponibili, tutti e settanta i preti molestatori-stupratori coinvolti a Boston (4% del totale), la responsabilità dei vertici vaticani, al fine di «colpire il sistema». Sistema che, guardando all’attualità, proprio ieri audiva George Pell, cardinale e prefetto agli Affari economici vaticanensi, accusato di aver coperto il prete Gerald Ridsdale (oggi in carcere per avere abusato di cinquanta bambini in Australia negli anni ’70); Pell ha definito una «catastrofe» il modo in cui la Chiesa di Roma ha risposto alle mostruosità di Ridsdale e degli altri pedofili, i quali venivano semplicemente trasferiti in altre parrocchie: era esattamente quest’ultimo particolare, il meccanismo di insabbiamento adoperato dal Vaticano, lo snodo fondamentale dell’inchiesta di Spotlight nonché il suo obiettivo ultimo.

Molti media italiani, soprattutto quelli televisivi, sembrano accomunati da un’infatuazione invasata verso l’attuale papa. Rischia forse di sfuggire quanto riportato da L’Huffington Post, la dichiarazione di Peter Saunders alla Bbc: membro della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori, poi sospeso, già vittima di violenze da parte di un prete pedofilo, ha dichiarato che proprio la commissione voluta da papa Francesco per combattere la pedofilia nella Chiesa Cattolica si rifiuta di condannare i sacerdoti responsabili e sembra essere troppo vicina alla logiche vaticane. Peraltro rimbomba ancora il silenzio del papa sul tema della pederastia durante il suo viaggio messicano. Non si attendono certo miracoli dal pontefice, ma davvero non si comprende tanta affettazione nel citare che «Dio piange» di fronte al fenomeno, nell’inneggiare alla “rivoluzione” francescana. Mentre vengono rassicurati i fedeli cattolici, si cerca di offrire una qualche consolazione anche all’opinione pubblica. Eloquente una scena del film che ritrae Mark Ruffalo, interprete più espressivo del cast, sulla soglia di una chiesa a contemplare il coro di alcuni giovanissimi fedeli. L’inevitabile perdita di fiducia nella massima istituzione cattolica non ha bisogno di essere riferita, è percettibile nel tenue sgomento dei personaggi man mano che l’inchiesta entra nel vivo. Non mostrano un visibile trasporto emotivo mentre intervistano le vittime delle violenze (e neanche appaiono cinici), ma al loro coinvolgimento corrisponde la dedizione rivolta all’indagine.

Ha ragione l’Osservatore Romano a scrivere che non si tratta di un film anticattolico: il racconto non ha bisogno di essere di parte, così come non ne avevano bisogno i giornalisti del Globe. Eppure la devozione professionale dei personaggi va oltre la deontologia, oltre la tenace ricerca della verità: si percepisce la silente influenza del nuovo direttore, presenza poco frequente in scena e quasi impercettibile nel profilo attorale, eppure così determinante; il suo modo di rapportarsi con la curia di Boston, la sua composta indifferenza al corteggiamento del vescovo e la sottilissima ironia suggeriscono che il vero oggetto della messa a fuoco giornalistica è l’ipocrisia della Chiesa.

Il suo alias reale, Martin Baron, oggi direttore esecutivo del Washington Post, ha commentato sul suo giornale il lungometraggio che lo ritrae insieme ai colleghi (Walter Robinson, Michael Rezendes, Sacha Pfeiffer, Matt Carroll e Ben Bradlee Jr.). Riprendendo quanto scritto da Matteo Bordone, anche il direttore osservava, prima ancora della premiazione, che il film si basa «solo sui dialoghi e i personaggi: non c’erano azione né effetti speciali, non proprio la formula preferita da Hollywood». L’Academy avrà pur tentato di atteggiarsi assegnando questo premio, ma resta il fatto che ha assegnato il massimo riconoscimento a un prodotto filologicamente eccelso: è ancora Baron a scrivere, nell’articolo d’oltre oceano riportato dal Post italiano, che «il film descrive la pratica del giornalismo, e in particolare il giornalismo investigativo, in modo incredibilmente accurato». Allo stesso tempo la sceneggiatura (scritta a quattro mani dal regista e da Josh Singer), anch’essa vincitrice di una meritatissima statuetta, è stata realizzata a partire da una ricerca «impressionante», frutto di «un’infinità di interviste con giornalisti, avvocati, sopravvissuti, membri della società di Boston ed esperti sul tema degli abusi sessuali della Chiesa. (Gli sceneggiatori) Hanno passato al setaccio l’archivio del Boston Globe, studiato le email archiviate e migliaia di carte del tribunale». Quest’anno agli Academy Awards ha vinto il realismo: nella scelta tematica, nella realizzazione, nella recitazione.

Livo Cavaleri

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