The Danish Girl – Tom Hooper (2016)

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La scomparsa di Einar Wegener

The Danish Girl è un film di Tom Hooper tratto dal romanzo omonimo di David Ebershoff.

Narra dell’evasione di Lili Elbe, giovane donna danese, dall’identità di Einar Wegener, paesaggista danese sposato con la pittrice e illustratrice erotica Gerda Wegener.

Delicato e tragico, il film ci conduce gradatamente lungo il cammino personale che Lili Elbe ha percorso per trovare se stessa e per comprendere la natura del suo essere. In tutto l’arco della narrazione assistiamo a un rapporto direttamente proporzionale tra consapevolezza e forza d’animo: minore è la consapevolezza, minore è la forza di Lili.

Nella prima parte del racconto le parole non sono sufficienti a spiegare lo stato interno della protagonista, poiché nel suo vocabolario non ci sono parole adatte; e, in assenza di parole, mancano anche i concetti e i significati.

Infatti il processo verso la consapevolezza prende le mosse dall’ineffabile, da una sensazione tattile e olfattiva (il tocco del tessuto del tutù, l’odore delle calze, la consistenza delle scarpette). L’unico modo di apprendere il mondo senza poterlo nominare è quello di assorbirlo coi sensi, poiché Lili all’inizio vive soltanto nel sentore, nel sentimento; è come un déjà-vu di qualcosa che si sa che c’è, ma che non si afferra interamente.

Più Lili comprende la necessità del suo venir allo scoperto più il ritrattista Einar Wegener svanisce, si fa ineffabile, si rarefà, perde l’ispirazione, smette di dipingere, perde la parola. Ad un tratto Einar scompare e, anche se Lili si veste da uomo, egli non tornerà più, perché Lili Elbe diventa parola, si dice.
Lili trova il suo posto nel mondo dopo aver attraversato l’ignoto e l’ignoranza di una società che per il suo stato conosceva solo corrispettivi patologici: ad una x corrisponde necessariamente una y, a Lili corrisponde la radioterapia e la camicia di forza da cui scappa fortunosamente.

Sostenere che The Danish Girl sia la storia di “una donna nel corpo di un uomo” credo sia inesatto: vittime del dualismo cartesiano mente/corpo non riusciamo a spiegare il fenomeno del transessualismo se non per mezzo della metafora della prigione, come se una vocina interiore urlasse di voler uscire. Forse pure la vocina interiore ci sarà, ma non sono del tutto sicuro che voglia uscire; piuttosto vuole apparire, modellare, essere esattamente se stessa.

Emblematica e carica di pathos è la scena in cui le protagoniste incontrano il dottor Warnekros che si offre di operare Lili: per la prima volta lei apprende di non essere malata, sbagliata, contro natura; per la prima volta trova il concetto che la definisca, le parole per dirsi. E quando Lili scopre di essere stata sempre Lili, che non era pazza e che Einar era il travestimento che la società le aveva imposto, allora la sua determinazione diventa perfino spietata. Ella deve diventare se stessa. Ciò anche a costo di ferire la donna che l’ha molto amata, la moglie di Einar, Gerta, personaggio ben reso nel film e verso cui lo spettatore probabilmente sviluppa una simpatia maggiore di quella che riesce a sviluppare nei confronti della pervicacia di una Lili volitiva che, per amor proprio – direi finalmente! – pone in secondo piano l’amore per gli altri e perfino per la donna che Einar aveva amato.

Gerta le sta vicino, fino alla fine, combattuta tra l’amore sconfinato per Einar e il bene di Lili; perché non è detto che la felicità di una persona non possa essere il dramma di un’altra.

Einar Wegener, malinconico ritrattista danese, scompare, un giorno come un altro, nel profilo brumoso della sua terra natia. Lo immaginiamo sotto un albero bluastro, immerso nella nebbia nevosa, mentre osserva da lontano Lili Elbe, che si libra nel vento.

Magistrali le interpretazioni di Eddie Redmayne nelle parti di Einar Wegener e Lili Elbe e di Alicia Vikander nel ruolo di Gerda Wegener. Film più che consigliato.

Alessandro Motta

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