Gli anni ’70 non moriranno mai, tu invece sì

scimmia di Satana

Artwork: Guglielmo Manenti

La nostalgia del futuro e le sue applicazioni nella rock music.

L’altro giorno apro la scimmia di Satana alla voce social network e mi ritrovo invitato a un cosiddetto evento: un concerto dei Magnum 44, la cover band di un’altra cover band che a sua volta quando compone qualche brano originale suona più cover delle cover. Che sono tutte di colonne sonore di B-movies degli anni ‘70 italiani, quei film che all’epoca erano brutti e fascisti e ora invece per colpa di gente come Marco Giusti o Tarantino sono diventati belli e di culto. Che se tu non hai voglia di vederti “La mala spara la polizia bara il governo la butta in cagnara” dei vari Fernando Di Leo, Nando Cicero, Tano Boccia, basta che ti spari un loro videoclip pieno di marziani e cowboy e sei a posto per tre mesi. Che, fra parentesi, ci sarebbe anche da far notare che in questi cosiddetti eventi gli unici non vintage sono gli spettatori: persone nate vent’anni dopo che queste cose erano già passate di moda. Modernità: poi uno dice.

A volerci allargare sfoggiando Kronos, Aion e Kairos, il senso del tempo per gli antichi greci o perfino ammorbarci con la psicologia analitica junghiana applicata alle cover band, tribute band e simili, faremmo inutilmente notte. Basti ricordare che, forse, il culto dell’eroe è modernamente vivo in un qualsiasi gruppo di adolescenti che, appena inizia a scannare chitarre elettriche, si dedica in maniera compulsiva al sacrificio di corde, tamburi e brufoli sulle tombe dei vari Guns N’ Roses, Abba o Ricchi e Poveri: dipende dal karma personale. Una generazione va, una generazione viene; inutile seppellire Lemmy, David Bowie, Keith Emerson e tutti quelli degli anni Settanta: dei giovani becchini pronti a riesumarli si troveranno sempre. Gente che si ostina a indossare le camicie e suonare le tastiere di quarant’anni fa ed è pure alla moda. Revival? Vintage? Retro? Hai voglia di tirare in ballo Gianfri Lyotard e la condizione postmoderna, i sette Rishi dei Veda o perfino American Graffiti, che come film con tutta questa storia del revival le sue colpe ce l’ha.

“Non fidatevi di nessuno che abbia più di trent’anni” fu lo slogan che Jerry Rubin lanciò nel 1968: avvertenza che all’epoca sembrò quasi esagerata (e i 29enni? Solo un altro anno di fiducia e poi basta?). Oggi sembra che questo monito sia stato completamente dimenticato; ultimamente, poi, la time-line dell’immaginario musicale per adolescenti illusi s’ispira sempre più a quella degli adulti disillusi che li hanno preceduti. L’esotismo, da geografico, è diventato temporale: troppi i figli che, invece di ucciderli, cercano padri da imbalsamare. A questo c’è d’aggiungere il culto del revival: espandere l’età dell’oro perduta, prolungarne la durata, antagonismo verso il presente, la convinzione che qualcosa sia andata persa. La voglia di fare vivere il futuro resuscitando il passato: roba che neanche nei romanzi gotici dell’Ottocento o nel primo album dei Cramps.

La passione per il passato nel rock c’è sempre stata; basti pensare al recupero del Delta Blues degli anni Venti fatto dai musicisti inglesi degli anni Sessanta; oppure all’invenzione del Garage negli anni Ottanta. Per non parlare del punk revival, che ormai sono tutti diventati tradizionalisti e dice che vogliono mantenere un suono legato al 1977. Che sarebbe quarant’anni fa. Già negli anni Sessanta Marshall McLuhan scriveva che “una delle caratteristiche essenziali della perdita d’identità [tipico dell’era elettronica] è la nostalgia, il revival dell’abbigliamento, delle danze, della musica e degli spettacoli. Viviamo grazie ai revival. Ci dicono chi siamo o, per lo meno, chi eravamo”. Che, anche se in anticipo di mezzo secolo, come pietra tombale su questa discussione ci sta benissimo. E quindi figuriamoci ora, che la biblioteca di Babele digitale ci sommerge sempre più con il passato prossimo.

Che poi, avendo tempo da perdere, uno questa storia la potrebbe spiegare anche con la magia nera del consumismo: a conferma che la nostalgia, nelle mani del mercato, diventa uno scaffale dove esporre merci avariate confezionate con il fiocco da rigattiere del buon tempo andato. Ecco quindi il tanfo da lavandino dei musei del rock, dei cofanetti celebrativi o, sempre a proposito di bare virtuali, della mostra sulla cultura visiva del punk fatta nel 2011 dall’Accademia di Francia a Roma.

Volendo continuare a fare finta di parlare dei fantomatici Magnum 44, oltre alle curve gravitazionali, lo spettacolo integrato dei situazionisti, gli inganni emozionali, le contrazioni spazio temporali, Paperino e la macchina del tempo e insomma tutte le utopie, distopie, ucronie e discronie che alimentano questo morbo del De Profundis, bisognerebbe tirare in ballo anche Simon Reynolds. Uno di quelli che se decide di scrivere un libro deve essere minimo di 506 pagine, peso 3,5 Kg e contenere affermazioni come queste: “Il Futuro, a differenza di quello che succedeva negli anni Sessanta, non interessa più. Il desiderio di fuggire dal qui e ora, dal quotidiano, è rimasto, ma è soddisfatto attraverso il fantasy, la tecnologia digitale o la passione per il vintage. Senza sentimentalismi, romanticismi: una sorta d’ibridismo in cui si prova a ricostruire il presente attraverso il passato, la citazione, il revival.[…] Il futuro in sé sembra essere scomparso per lasciare spazio a un eterno revival del passato. […] La musica pop creata tra la fine degli anni Novanta e la fine degli anni Zero non è caratterizzata da alcuno stile – non possiede cioè uno stile particolare per la generazione che è cresciuta ascoltandola. Si potrebbe affermare che il processo di reinvenzione della cultura attraverso la musica sia giunto al termine”.

Forse è vero: provando a cercare la nuova musica, ci s’imbatte nel retro, la nostalgia prevale sull’innovazione, i nuovi stili musicali sono nuovi solo per quanto riguarda la tecnica e la “nuova” musica presenta caratteri fortemente nostalgici, tutt’altro che originali, privi di autenticità. Il retro utilizza il passato come un archivio di materiali da cui estrarre capitale sub culturale attraverso il riciclo e la combinazione; il bricolage di un bric-a-brac temporale.

“Non solo non è mai esistita una società così ossessionata dagli artefatti culturali del nostro recente passato, ma non è mai esistita prima d’oggi una società in grado di accedere al nostro recente passato in modo così facile e diffuso” continua Reynolds nel suo Retromania. La ragione, come si può facilmente intuire, è essenzialmente tecnologica: colpa della sovrabbondanza di materiale musicale accessibile su internet, che ha creato una situazione surreale in cui passato, presente e futuro coesistono, ma in forma caotica e potenzialmente distruttiva. La velocità e l’enorme quantità d’informazioni del web 2.0 sono accompagnate dalla forte resistenza di detriti nostalgici; la nostra attenzione è perpetuamente dispersa, titillata, iper-stimolata. Super-saturazione, distrazione, irrequietezza: e quindi noia.

In un suo libro che ha marchiato gli anni Novanta, Douglas Coupland scriveva che una delle quattro caratteristiche basilari della Generazione X, i nati tra il 1964 e il 1980, è il “Rifiuto del presente: l’atto del convincersi che l’unico periodo in cui varrebbe la pena di vivere è il passato, e il solo che potrà mai rivelarsi interessante è il futuro”. Venticinque anni dopo, questa intuizione letteraria è diventata abitudine, vizio, e quindi destino; nonché spettacolo della vergognosa miseria del presente. Gli anni Settanta non moriranno mai: il futuro invece sì.

Aldo Migliorisi

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